I segreti dei Faraoni Neri: viaggio nella Nubia

Un intenso itinerario alla scoperta dei più bei siti archeologici della Nubia sudanese, tra incontri nomadi, navigazione sul Nilo, campi tra le dune e Dervisci danzanti. Testi e foto di Cecilia Martino

Reportage pubblicato su LA STAMPA VIAGGI il 5 Novembre 2011

Il Sudan è una vera sfida, per tutti. Per chi ci vive, per chi ci viaggia, per chi ci investe. La convivenza di 500 gruppi etnici che parlano più di mille dialetti differenti, le esagerazioni del clima sahariano che da queste parti raggiunge picchi impietosi e che, in ogni caso, limita drasticamente la periodicità dei viaggi possibili, la verginità mentale di un popolo quasi del tutto estraneo al turismo: eccoli, rispettivamente, i “limiti” che chiamano in causa popolazioni locali, viaggiatori turisti e operatori del settore. Il risultato però è che un viaggio in Sudan è fare esperienza nel vero senso della parola, qualcosa che ha molto a che vedere con le esplorazioni di un tempo.

La nostra spedizione ha come meta il Regno dei Faraoni neri e i siti archeologici nubiani, in una porzione di terra che va delimitata con qualche coordinata –  vista l’estensione territoriale di quello che è lo stato più grande del continente,anello di congiunzione tra il mondo arabo e l’Africa nera. I Nubiani sono i diretti discendenti delle prime popolazioni che si accamparono sulle rive del Nilo a sud di Assuan ed oggi questo termine si riferisce alla minoranza etnica che vive nella valle del Nilo, tra la prima e la quarta cataratta, cioè tra Assuan e Karima. Con il nome di Nubia era nota fin dai tempi antichi l’estrema fascia settentrionale che va dalla capitale Khartoum fino all’egiziano lago Nasser ed è qui che si fondono realtà e leggende di uno dei regni più misteriosi del passato, quello di Kush a sua volta legato all’avvincente sorte della XXV dinastia detta, appunto, dei “Faraoni neri”.

Ragazzo nubiano Foto ©CECILIA MARTINO
Ragazzo nubiano Foto ©CECILIA MARTINO

L’incredibile quantità di rovine archeologiche – tra tombe ipogee, piramidi, necropoli – rende la Nubia una miniera d’oro per risalire alla storia delle antiche civiltà che qui si sono susseguite per quattromila anni, spesso in stretta connessione con quella egizia di cui le influenze sono evidenti non meno che i tratti originali di una interpretazione del tutto autoctona di divinità e scritture sacre. Non c’è nulla di simile altrove nel mondo all’arte meroitica, ad esempio, quale compare in una delle sue versioni più superbe nel sito archeologico di Naga (località sacra del periodo meroitico che va dal 500 a.C. al 350 d.C.) dove il grande tempio dedicato al dio Leone Apedemak ci fa ricordare e insieme dimenticare l’imprinting egizio. Il dio Leone, infatti, è estraneo al pantheon egizio mentre ricorre nella cultura sacra nubiana come simbolo della regalità dei sovrani. A Naga se ne possono ammirare raffigurazioni in cinque differenti stili, tutti perfettamente conservate.

Tempio del Dio Leone Foto ©CECILIA MARTINO
Tempio del Dio Leone Foto ©CECILIA MARTINO

La grande maggioranza dei siti meroitici è quella individuata come “isola di Meroe”, area compresa tra il Nilo e il fiume Atbara. Le località più importanti sono MeroeMusawwarat Es Sufra, Naga e Basa. Tra tutte, ovviamente, spicca la città reale Meroe e le sue necropoli con oltre 40 piramidi che danzano immobili tra le dune su una collina a circa 3 chilometri dal Nilo. E’ un colpo d’occhio spiazzante, e se si ha la calma di attendere i giochi della luce solare più arditi (alba e tramonto), qualcosa della mitica città di Kush sembra venir fuori dalle viscere della terra infuocata. Queste 40 costruzioni, luogo di sepoltura dei sovrani dell’antico regno kuscita, sono il più grande agglomerato di piramidi mai conosciuto. Dopo chilometri e chilometri di distese brulle che lasciano lo sguardo vagare in immense pianure di arenaria, le apparizioni delle piramidi – e delle rovine che spuntano durante tutto l’itinerario del viaggio – sono quasi ancore del pensiero a cui la mente, alla fine, si abitua  e quasi non ne può più fare a meno. Un appiglio che un po’ seduce per la storia incredibile di cui sono memento, un po’ consola, dopo tanto vagare nel caldo a tratti insopportabile.

All'orizzonte, il gruppo delle Piramidi di Meroe. Foto ©CECILIA MARTINO
All’orizzonte, il gruppo delle Piramidi di Meroe. Foto ©CECILIA MARTINO

Un altro Dio ci tiene per mano durante tutto il viaggio, oltre ad Apedemak. E’ Amon, re degli dei dell’Egitto faraonico, divinità ugualmente importante e adorata nel paese di Kush dove veniva rappresentato con le sembianze umane e con la testa di montone. Il luogo più potente dove la sacralità di Amon ha preso forma è nel Jebel Barkal di Karima, la “montagna pura” dei nubiani, considerata la dimora del dio Sole.  Proprio a due passi dalla Rest House nella quale soggiorniamo, la sagoma della montagna dalla quale si stacca spontaneamente una colonnina che può ricordare la forma dell’Ureo (decorazione a forma di serpente cara agli Egizi), padroneggia l’orizzonte irradiandolo di forze, mentre ai suoi piedi si trovano le rovine del grande tempio dedicato ad Amon, e alcune piramidi dai profili molto stagliati prendono forma nella piana desertica ad occidente: sono le più belle piramidi del periodo kushita e insieme le più misteriose, tutt’ora in fase di interpretazione da parte di storici e archeologici.

La montagna Jebel Barkal Foto ©CECILIA MARTINO
La montagna Jebel Barkal Foto ©CECILIA MARTINO

Le necropoli di El Kurru sulle sponde del Nilo e quelle di Nuri completano l’incontro ravvicinato che la Nubia offre con i sovrani della XV Dinastia: un enigma che si snoda tra le sponde del Nilo, le dune di sabbia del Bayuda (il deserto bianco) e gli incontri a volte dirompenti di kafir (guardini dei siti), nomadi Shaqiya, fellahin (contadini del Nilo) con asini e cammelli al seguito. E che nel silenzio finale delle calde notti sudanesi rimbomba nel dormiveglia insieme al primo richiamo di un muezzin.

Tramonto tra le dune del deserto. Foto ©CECILIA MARTINO
Tramonto tra le dune del deserto. Foto ©CECILIA MARTINO

Altri approfondimenti del viaggio pubblicati su TURISMO.it

Pensieri nomadi sulla via del Tantrismo

Saggio di Cecilia Martino pubblicato sulla Rivista Philosophema nel 2008.

Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino
Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino

“Libertà del vivere consociato vuoI dire soltanto piegarsi alle consuetudini o alla volontà della maggioranza e della forza, o quel consenso con l’opinione comune che significa di fatto non avere la propria e non c’è nessun arzigogolo filosofico che mi abbia mai persuaso del contrario; perché libertà è quella dell’uomo che parla con le stelle e contempla le montagne che si aprono al sorriso dell’alba o del tramonto e allora rivelano le loro resistenze e debolezze, o ascolta quella musica della natura che già commosse i filosofi della Cina antica.”  (G. Tucci, Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza. Vicenza 2005, p. 195.Il corsivo è mio).

La musica della natura commosse i filosofi della Cina antica. Le parole appassionate di Giuseppe Tucci (1894-1984), viaggiatore ed esploratore dell’anima tibetana, mi riportano con il pensiero ai filosofi presocratici, i cantori del Vero della Grecia antica. Gli uni si lasciavano ammaliare dal senso sonoro e impronunciabile del mistero naturale, gli altri inseguivano coscientemente il principio primo di tutte le cose, volendo nominare per primi il caos. In entrambi i casi, è la natura a provocare thaumazein, lo stupore di fronte alle cose che semplicemente accadono con un loro intrinseco ordine, senza che l’intervento dell’uomo ne modifichi la ultima, incontrovertibile necessità.

Il viaggio nei misteri della natura, in fondo, è l’odissea in cui da sempre si muove l’Ulisse di ogni tempo, perché l’uomo, creatura inguaribilmente metafisica ma necessariamente finita, ha in sorte di cercare da sé e da sé soltanto il senso della propria vita. In alcuni posti del mondo, lontani anni luce dalla cultura prometeica dell’Occidente in cui l’uomo esploratore del mondo ne diventa colonizzatore, ancora è possibile sentirsi parte di un ingranaggio cosmico senza soluzione di continuità né spaziale né temporale.

È ancora possibile stupirsi “parlando con le stelle” e “contemplando le montagne” e, ancor di più, ascoltando le risposte che incredibilmente arrivano da quella musica della natura che disegna armoniche celesti. Uno di questi posti è il Ladakh, un microcosmo fatto di grandi cose in cui ho avuto la fortuna di approdare anche io, sulle tracce di Tucci che in questi luoghi organizzò per ben tre volte (nel 1933, 1935 e 1939) spedizioni in carovane con lo spirito libero dell’esploratore che cerca di avvicinarsi lentamente e in punta di piedi a una Shangri-là dell’anima, un mondo agli antipodi di quello occidentale. Siamo nella lingua di terra più settentrionale dell’India, al confine con Pakistan e Afghanistan.

Soprannominato “piccolo Tibet indiano”, il Ladakh è il ricettacolo di quel che resta del buddhismo tantrico, una tra le più antiche religioni di natura che rimanda a quanto di più ancestrale è  ancora perseverato nella civiltà indù.  Sprofondare nei misteri del tantrismo a più di 3500 metri di altitudine nel cuore dell’altopiano tibetano, nel regno per eccellenza delle forze di natura, ha richiesto alla mia coscienza occidentale un preciso atto di fede: che nulla, ma proprio nulla, fosse dato per scontato. E la forza del thaumazein ha accompagnato ogni mio passo, ai limiti di ciò che è vero e di ciò che è immaginato ma non per questo, meno reale.

Continua:

  • Il mondo è come tu lo vedi
  • Integrazione versus rimozione: la Nonterapia
  • Echi d’infinito
  • Bibliografia essenziale

PER LEGGERE TUTTO IL SAGGIO CLICCA QUI:  http://www.nonterapia.ch/wp-content/uploads/2011/10/philosopnema_-_anno_6_n_8_-_10_-_il_viaggio.pdf

Ladakh, tibet, colori, monasteri, india, buddismo
Interni di un monastero tibetano in Ladakh – Foto ©CECILIA MARTINO

Istanbul: alla ricerca della tristezza perduta

Articolo pubblicato su LA STAMPA VIAGGI – Settembre 2012

“Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria che vive accanto alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale?”

Orhan Pamuk nel suo libro “Istanbul” – forse uno dei più bei ritratti mai scritti sulla metropoli turca – si pone ripetutamente interrogativi simili, spronato da una impietosa convinzione di fondo: che il destino di Istanbul sia la tristezza (hüzün in turco), un fondo di malinconia condivisa accolto dagli abitanti come scelta e dovuto all’incapacità di crearsi una vera identità dopo il crollo dell’impero ottomano e la successiva “turchizzazione” di Costantinopoli operata dall’eroe nazionale Atatürk. Insomma, una città né carne né pesce,  né Europa né Asia, non più multietnica e non ancora del tutto occidentalizzata ma, soprattutto, drammaticamente povera, addirittura miserabile nella sua finta ricchezza. Lo sguardo appassionato di Pamuk, che poeticamente indugia e si arrovella sugli aspetti meno nobili di Istanbul, speculari alle intime confessioni del suo flusso di coscienza personale, ha l’effetto di amplificare invece che sminuire, la bellezza imperscrutabile di una città che ha il potere di seduzione incastrato proprio nei meandri meno risolti della sua identità nazionale. Quel suo essere “infinita e senza centro” – citando sempre Pamuk – non disturba chi si appresta a visitarla per la prima volta. Come me.

GUARDA LE FOTO DEL VIAGGIO:
ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

Il periodo della mia permanenza ad Istanbul è scandito dai ritmi del Ramadan, che da queste parti si chiama Ramazan, un invito ben preciso a lasciarsi andare al caos organizzato di una frenesia cittadina che al calar del sole diventa tangibile come un’alchimia che trasmuta in oro i metalli: nel nome di Allah ogni sera per un mese si festeggia l’iftar (l’interruzione del digiuno al tramonto) e l’oro di Istanbul diventa più splendente materializzandosi come preghiera non più racchiusa nelle moschee al suono etereo del muezzin, ma sparpagliata sui prati e tra le rovine dell’ Ippodromo che per l’occasione si trasforma in una vera e propria Cittadella del Ramadan.

E’ qui, in questa antica area nel cuore di Sultanamhet (la parte vecchia e storica di Istanbul) rappresentante il fulcro della vita di Bisanzio per un millennio e poi di quella ottomana per altri quattro secoli, che le celebrazioni musulmane esplodono in una sorta di grande festa paesana con bancarelle dappertutto e una fiumana di gente perlopiù locale. Intere famiglie a stendersi sui prati danno luogo a un frenetico ma tutto sommato composto pic nic collettivo a base di pideci ramazan (pane speciale preparato solo durante il mese sacro) e ipercaloriche leccornie di tutti i tipi: dai gözleme (crepes alla turca cucinate su una piastra e ripiene di formaggio, spinaci o patate) al macun (caramella a spirale dai colori accesi, infilata su un bastoncino), alla lokma (ciambella fritta ricoperta di sciroppo).

Con le sagome della Moschea Blu da un lato e della Chiesa di Santa Sofia dall’altro, che all’imbrunire accolgono tutte le varianti possibili di colori dal cielo rosato, i turisti risucchiati da questo cerimoniale di intimità allargata si aggirano per lo più frastornati ma inevitabilmente attratti da tanta concentrazione di gente, suoni, colori, odori. Pannocchie abbrustolite ad ogni piè sospinto e braci di pane, carni e közde kahve (caffè alla turca preparato su bracieri a carbonella) affumicano l’aria. Quando ci si allontana dal quadrilatero dell’Ippodromo nelle ore di punta di questi festeggiamenti (dalle sette alle dieci di sera), è la memoria olfattiva a rimanere più impressa  nei ricordi.

I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO
I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO

L’odore di Istanbul è una dolce persecuzione che, una volta provocata, non ti si scrolla più di dosso come un molestatore a cui si è fatta la corte a lungo. Dal pungente olezzo di pesce fritto misto a fogna nelle banchine del porto di Eminönü o, dall’altra parte del Ponte di Galata presso il molo di Karaköy, alle essenze intriganti del Mercato Egiziano delle spezie dove la profusione di fragranze non lascia tregua al pari delle urla dei venditori dietro i loro banchi coloratissimi: zafferano turco, mix di baharat (spezie) ottomane in cui risalta l’inconfondibile cumino, datteri e pistacchi di tutte le dimensioni, incir (fichi), pestil (frutta essiccata) e l’aroma intenso del buon caffè turco venduto sfuso, riconoscibile a un miglio di distanza anche dalla lunga coda formata dagli avventori che per pochissime lire turche (due o tre dei nostri euro) si guadagnano un chilo della bevanda più bevuta a Istanbul, insieme al tè.

Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO
Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO

Conviene farsi rapire da questo bazar delle spezie non prima di aver visitato la bellissima Yeni Camil (Moschea Nuova) che si trova proprio lì a fianco, meno pubblicizzata rispetto alla Moschea Blu ma assolutamente meritevole. Voluta dalla madre del sultano Mehmet II intorno al 1597, questo piccolo scrigno di architettura ottomana presenta ricche decorazioni in oro, piastrelle colorate di Iznik (particolarmente costose e ricercate,  sono il marchio estetico della Istanbul storica) e marmi scolpiti. Le sue cupole e i suoi minareti si stagliano decisi di fronte al molo di Eminönü da dove partono le navi, i battelli e i traghetti che attraversano il Bosforo e dove l’odore di mare permea l’orizzonte di qualsiasi pensiero.

Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO
Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO

Pamuk definisce il Bosforo come la “ forza vitale di Istanbul”, una linea di fuga che non può non convergere con le migliori intenzioni di qualsiasi viaggiatore di passaggio in questa città. Il tour in battello sul Bosforo conduce nella zona liminare di quel Giano bifronte tanto problematico agli occhi di Pamuk: la sponda asiatica restituisce le memorie ormai sbiadite dello splendore ottomano con quel che resta delle residenze estive dei sultani, la sponda europea occhieggia all’occidentalizzazione con i profili azzardati di hotel  dal lusso esotico ricavati da antichi palazzi ormai in disuso. Ma al centro gravita la profondità delle acque scure del Bosforo, solcate dai tre ponti che ingigantiscono lo skyline della città da ogni punto di vista, miraggio dell’unione di due anime incomplete in se stesse.

Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO
Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO

Tornando sulla terraferma viene voglia di indugiare sulle banchine dove i fumi neri delle navi si mischiano a quelli delle braci di pesce venduto come riempitivo di panini dagli ambulanti sul traballante Ponte di Galata sul quale transita l’efficiente tram che collega l’area storica di Istanbul con quella più moderna sorta, appunto, al di là del ponte e che si estende dal quartiere di Beyoglu a Taksim. Attendere il tramonto sul Ponte di Galata mentre i pescatori lanciano le loro canne e all’orizzonte la sagoma del Ponte sul Bosforo illuminato a neon ipnotizza lo sguardo, sarà forse uno dei più blasonati rituali turistici ma, se di incantesimo si tratta, allora funziona.

“La vita non può essere così brutta – confessa Pamuk – comunque, uno alla fine può sempre farsi una passeggiata sul Bosforo”.

Ed io, in replica al poeta turco, mi sono sentita quasi in dovere di annotare queste impressioni al rientro dal mio breve ma  intenso viaggio:

Cercavo la tristezza nei riflessi dello Stretto del Bosforo e del Mar di Marmara, nel punto cruciale di due lembi di terra che si spartiscono una comune sorte in due continenti diversi: l’Asia esaudisce ciò che l’Europa promette, l’esotismo di sapere come prenderti, Istanbul. Cercavo la tristezza nel mio viaggio iniziato con la lettura di Orhan Pamuk e con la luna piena la prima sera, una luna calda, gialla e gongolante tra le cupole della Moscha Blu. La notte già avida fremeva con le luci e i rituali impazienti del Ramadan. Ti ho vista e immediatamente riconosciuta, nell’imperfezione che circonda la tua mistica bellezza e il tuo senso di smarrimento, ho sfiorato la tristezza ma come si sfiora accidentalmente la mano di un passante:  un tocco che non esaudisce desideri. Invece tu, con la brezza del Bosforo tra i ghirigori appuntiti dei minareti in lontananza, hai alitato su di me l’intransigente fantasia di un incantesimo”.

Istanbul Cecilia Martino

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ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

copyright 2011 © TURISMO.it / Nexta

Da Marshall McLuhan a Natalia Ginzburg

Libri di Cecilia Martino pubblicati dal 2002 al 2014
“Comunità mediatiche. Il sacro e il profano delle nuove tribù tecnologiche” di Cecilia Martino, Bulzoni 2002, Collana Comunicazione e spettacolo

Estratto dal libro: “Si dice che una cosa – qualsiasi cosa – portata all’estremo tramuti nel suo contrario. Probabilmente è ciò che sta avvenendo oggi nel campo della comunicazione dove – fuor di metafora – l’eccessiva presenza di strumenti per comunicare porta in realtà ad un vuoto che della comunicazione ne priva l’essenza: il contenuto. La smaterializzazione che la nuova tecnologia digitale ha causato nel campo della circolazione delle informazioni, e non solo quelle, si estende infatti anche al livello sociale offrendo (o infliggendo?) all’uomo una dimensione esistenziale in cui l’apparenza (l’estetica e la finzione) acquista, anzi riacquista (come nelle tradizionali società primitive, ma con una connotazione più negativa), un ruolo predominante. E il risvolto meno gratificante di una più generale riappropriazione tribale dell’esistenza, di cui la tecnologia digitale è supporto e carnefice allo stesso tempo. Alla luce di tutto questo, come e cosa pensano allora le nuove «tribù» dei tempi post-moderni? Per adattarsi ai cambiamenti indotti da nuove tecnologie l’uomo impiega più tempo di quanto queste impieghino ad evolversi, e le velocità planetarie della nostra epoca possono depositare ritardi cognitivi non indifferenti, a dispetto di tanti conclamati avanzamenti culturali. Da tale paradosso prende le mosse questa ricerca e ne trae senso ancor prima che valore: mai come adesso diventa doveroso far luce sul «fattore umano» di una rivoluzione, quella digitale appunto, che ha modificato il concetto stesso di «comunicazione», di cui tanto si avvale la propaganda mediologica del nuovo Millennio”.

Cecilia Martino, Fenomenologia del palinsesto in Franco Monteleone, “Televisione ieri e oggi”, Marsilio 2006

L’origine e lo sviluppo dei generi televisivi, le caratteristiche essenziali, le differenti logiche di funzionamento offrono le chiavi di lettura per decifrare la forma culturale della tv nel suo rapporto con il paese, con la società, con l’industria produttiva. Nel tracciare una “fenomenologia della televisione” il libro chiarisce in che modo i generi contemporanei trovino spiegazione in processi di lungo corso e come formule creative, personaggi e stili di rappresentazione siano da considerarsi innovativi.

“Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Inseguendo un libro s’incontrano le persone” di Rosalba Durante, Sandra Giuliani, Cecilia Martino, Kogoi Edizioni, Roma 2014
Presentazione del libro Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Inseguendo un libro s'incontrano le persone, alla Galleria delle Donne di Torino
Presentazione del libro Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Inseguendo un libro s’incontrano le persone, alla Galleria delle Donne di Torino, Gennaio 2014

Ci sono libri di cui si conoscono le storie anche senza averli mai letti. Perché le storie nate nei libri continuano anche senza di loro. E se per caso un libro incontrasse dal vero il lettore che l’aspetta? Una magia, a metà tra la letteratura e la vita… un lessico famigliare. I libri restano nella memoria in tanti modi, anche partendo da un rifiuto iniziale che poi si traduce in una riscoperta e in un amore senza limiti, come accade a Rosalba Durante che a Lessico famigliare ha dedicato un lavoro lungo e paziente di ricerca documentaria o come accade a Cecilia Martino che, appena trasferitasi a Torino, scopre in un tragitto quasi magico, come un libro possa durare per sempre nella vita delle persone…

Di questa sua avventura letteraria torinese Cecilia Martino racconta sul suo Blog:
AAA LETTORI CREATIVI CERCASI
CHE COSA HA A CHE FARE NATALIA GINZBURG CON LO YOGA

“La mia poesia nasce da una necessità”

Roma, Novembre 2006 – A pochi giorni dall’uscita della sua raccolta di poesie intitolata illogicaMente, incontriamo Cecilia Martino, giornalista e scrittrice.

L’approdo alla poesia è stato un passaggio obbligato della mia vita, più che della mia carriera. Io ho sempre scritto, di tutto, e ho avuto anche la fortuna di pubblicare libri abbastanza presto, grazie al mio lavoro di ricerca all’università. Ma la poesia è qualcosa di assolutamente diverso perché ti consente di esplorare il campo minato del linguaggio per esprimere qualcosa che non deve necessariamente essere compreso da tutti. E secondo me è questa la più grande forza e libertà della poesia e ciò che la rende più vicina alla vita.

Come sei arrivata a questa pubblicazione

Partecipando a una selezione letteraria indetta dalla casa editrice Il Filo. Da circa dieci anni conservavo le mie poesie gelosamente senza avere mai avuto il benché minimo pensiero di proporle per una pubblicazione. Come è giusto che sia, ho sempre scritto per una mia profonda necessità, non per essere letta da qualcuno. Ma un giorno, incrociando con lo sguardo l’inserzione su un importante quotidiano, qualcosa è scattato ed io ho seguito semplicemente l’intuito, come del resto faccio quando scrivo: seguo coscientemente una intuizione poetica. E’ questa la poesia per me: una intuizione cosciente. Essendo io allergica ad ogni concezione dualistica dell’uomo credo molto alla cooperazione di ragione e sentimento nella facoltà pensante dell’uomo. Per questo ho voluto intitolare il libro illogicaMente, usando una provocazione che gioca con il linguaggio.

 Perché illogicaMente

Appunto per questo. Odio i dualismi di cui la nostra cultura occidentale è intrisa e la presunzione teoretica di considerare l’uomo un essere razionale solo in quanto dotato di una facoltà raziocinante che elabora pensieri logicamente ineccepibili e dunque propulsori di verità. La verità è un’altra, ed è l’esperienza e la vita stessa che lo insegna: ed è che l’uomo non va da nessuna parte se è incapace di provare emozioni perché il bagaglio emozionale ed illogico della mente è ciò che produce non solo lo stimolo della ricerca, ma anche la motivazione necessaria al suo perseguimento. Mi permetto di segnalare sull’argomento un libro illuminante, scritto da un insigne professore di neurologia Antonio R. Damasio, si intitola “L’errore di Cartesio”. Illuminante.

Che ispirazione segue la tua poesia

La mia poesia nasce da una necessità, è come se non potessi fare a meno di dire qualcosa altrimenti. E’ una necessità che si addentra nei limiti del linguaggio, perché quasi mai si trovano le parole giuste quando si vuole arrivare ad espressioni profonde che nascono da un vincolo emozionale. Per questo con il tempo scrivere per me è diventato una sorta di diletto linguistico ed esercizio di vita al tempo stesso. Mi piace forzare il linguaggio, utilizzarne tutte le potenzialità remote, scavare il rimosso, far parlare il non detto, contorcermi nello spasmo espressivo di qualcosa che alla fine rimane taciuto. Perché il poeta è uno strano personaggio, un po’ visionario un po’ strafottente, che punta il dito al cielo rimanendo con i piedi per terra. Perché nonostante la sua ispirazione segua una necessità diciamo trascendente, di esprimere l’inesprimibile, egli rimane uomo. La mia poesia nasce da questa coscienza dialettica.

A chi consiglieresti di leggere il tuo libro

Da lettrice onnivora quale io sono, credo nei colpi di fulmine in libreria o a quelli tra autore e pubblico durante le presentazioni. Basta davvero poco per entrare nel cuore della gente e altrettanto per rimanere del tutto indifferente. Ognuno di noi sa cosa cerca da un libro e se è disposto a rischiare qualche euro per lasciarsi sedurre dall’ignoto. La poesia non ha vita facile, si sa. Credo che bisogna avere una certa sensibilità e disposizione d’animo per arrischiarsi nella lettura di poesie di una firma non conosciuta. Ma io sono fiduciosa, ho sempre creduto fortemente in poche cose nella mia vita e l’amore e la scrittura sono tra quelle. Sono forze di cui mi vanto e che credo di possedere in sorte come una specie di dono. Ne vado fiera. Amo l’amore e la poesia è la mia personale dichiarazione d’amore per la vita, bella o brutta che sia. Non esistono esistenze banali, di questo sono sicura. In ogni uomo c’è un potenziale poeta.

Intervista pubblicata sul Magazine di Cultura
SINEQUANON (www.sinequanon.org)
Novembre 2006

IllogicaMente

illogicamente

 

(Flavia Weisghizzi – Dalla Prefazione del libro, edito da Gruppo Albatros Il Filo, Roma 2006)

La poesia di Cecilia Martino non è facile e non è banale. È intensa, dura, petrosa. È una poesia che non ha alcun interesse a compiacere il lettore. Non è evocativa, non concede nulla. Taglia semplicemente l’anima come un ferro da calza arroventato. Ma è bellissima.

Cecilia Martino pone le sue radici nella filosofia e questa profonda conoscenza si percepisce chiaramente dall’uso che fa della parola, che viene seccata e asciugata fini a diventare un tutt’uno col suo senso più profondo.

Niente rimandi interni, né giochi di specchi, la parola per la Martino è significato e significante.

Lo studio sul linguaggio non poteva che essere introdotto dalle riflessioni di Martin Heidegger, che, nell’ultima parte della sua filosofia, sposta il baricentro dall’esistenza alla verità dell’essere, che di volta in volta avviene come insieme di svelamento e velamento.

“Il linguaggio è ad un tempo la casa dell’essere e la dimora dell’essere umano” scrive il grande filosofo tedesco, e il linguaggio diventa allo stesso modo la casa di Cecilia Martino.

La riflessione sulla poesia della Martino nasce dalla consapevolezza che la poesia è l’unico mezzo per esprimere l’inesprimibile, è lo strumento per cercare di disvelare la realtà.

Eppure, nello stesso momento in cui la poesia si incarna parola, perde parte della sua capacità di essere concetto iperuranico e si cementifica.

Il senso profondo di questo termine, cementificare, si può scoprire con una piccola esercitazione di linguistica comparativa: cemento in inglese si dice “concrete” e rende qual senso di materialità e fisicità che il termine italiano non ha conservato.

Eppure, nonostante questo, la fiducia dell’autrice nella parola è tale da renderla elemento vivificatore nonostante tutte le difficoltà.

Il mondo descritto dalla Martino è un ambiente arido ed ostile, un deserto di sentimenti, sotto la cui apparenza però permane una vitalità quiescente, sopita, pronta ad esplodere alla prima goccia di pioggia.

La riflessione sulla parola e sulla poesia è il tema fondamentale della prima sezione della raccolta illogicaMente, che racchiude liriche scritte nel 2006.

La seconda parte è invece latrice di un respiro più ampio, e si muove con disinvoltura all’interno di tematiche diverse, pur tenendo fermo lo studio sull’uomo.

In particolare è interessante la riproposizione dell’infanzia come lo spazio onirico della memoria, uno spazio che acquista più valore quanto più fa confluire l’esistenza all’interno della coscienza dell’autrice.

Tra le tematiche affrontate, di particolare rilevanza risulta essere quella della definizione dell’autrice come sfrontata affermazione del sé rispetto alle aspettative del mondo concettuale che la circonda.

A tale affermazione, forte e decisa, corrisponde la necessaria accettazione della dichiarazione di eresia rispetto alla società, la consapevolezza della condanna in contumacia da parte del pensiero benpensante.

Ma in ogni caso, ancora una volta l’autrice non si dichiara rammaricata delle sue scelte, non si carica di un pesante fardello nel quale nascondere la propria disgraziata esistenza, vittima di un fato avverso: la sua è una scelta consapevole e coraggiosa.

Lungi dal trascinarsi lenta e colpevole lungo le vie del destino,Cecilia Martino affronta la vita ridendo, con uno sguardo programmatico di sfida, certa di uscirne in ogni caso vincitrice.

Dal punto di vista stilistico è da sottolineare, in tutta la raccolta, un accuratissimo uso degli strumenti retorici:anadiplosi, anafore, allitterazioni, ossimori, paronomasie, fioccano sul testo senza appesantirlo, anzi contribuendo alla sensazione di un profondo labor limae e una accuratezza che va di pari passo a quella semantica.

Eppure, nonostante l’occhio attento non possa esimersi dal notare questa ricerca formale, nonostante i termini utilizzati spesso appartengano a un registro medio-alto, l’abilità di Cecilia Martino è quella di nascondere ai lettori la struttura per offrire una poesia leggera ma potente, raffinata e leggiadra.

INTERVISTA ALL’AUTRICE SU SINEQUANON
(www.sinequanon.org)

A pochi giorni dall’uscita della sua raccolta di poesie intitolata illogicaMente, incontriamo Cecilia Martino, giornalista e scrittrice.

“L’approdo alla poesia è stato un passaggio obbligato della mia vita, più che della mia carriera. Io ho sempre scritto, di tutto, e ho avuto anche la fortuna di pubblicare libri abbastanza presto, grazie al mio lavoro di ricerca all’università. Ma la poesia è qualcosa di assolutamente diverso perché ti consente di esplorare il campo minato del linguaggio per esprimere qualcosa che non deve necessariamente essere compreso da tutti. E secondo me è questa la più grande forza e libertà della poesia e ciò che la rende più vicina alla  vita”.
LEGGI TUTTA L’INTERVISTA

La mia India: istantanee in versi

Fotografie e Poesie in mostra: evento ideato da Cecilia Martino e Stefania Molajoni a Maggio 2008 presso la libreria Liber.menTe di Roma.  Un viaggio tra parole e immagini attraverso 11 pannelli espositivi che, dietro al percorso geografico, lasciano intravedere le tracce di un’anima in cammino. Testi e foto di Cecilia Martino.

La mia India: non un punto di vista documentaristico del luogo ma uno sguardo introverso su una regione dell’anima, non occhi esperti da fotografo ma occhi languidi da poeta che vede in un fermo immagine – istantanee – una poesia in potenza. Dunque, il punto di partenza rimane quello di una scrittrice, in ogni caso.

E’ la parola a generare gli scatti, la parola poetica precisamente, una parola ancora muta – esterrefatta di fronte alle impressioni violente che colpiscono l’immaginazione, e che depone nell’istante attento di una foto il suo senso di provvisoria irrisolutezza. Non sempre ci sono parole per raccontare le esperienze di un viaggio – e di un viaggio in India forse ancora di più, data la fascinazione mistica connaturata al posto – e non sempre le immagini sono traduzioni sincere di quanto si sperimenta vivendo. Un reciproco scambio in senso circolare può forse riuscire ad integrare ciò che solitamente la visione lineare delle cose rende oscuro, imperscrutabile, incerto.

Le mie parole sull’India non descrivono, così come le mie foto non narrano alcunché di oggettivo. Non hanno pretese denotative, si affidano all’inaffidabile. Sono frammenti di Indicibile presi dal nulla, la voce di un Sé in cammino, che può soltanto meravigliarsi per ciò che vede. E in questo “vedere” risiede il mio imprescindibile sentire poetico, una vocazione spontanea al dare consistenza linguistica – in versi – a strati di esperienza impronunciabili, frutto di un atteggiamento introverso più che intimista che non può fare a meno di guardare il mondo da dentro più che da fuori.

Il mio viaggio in India – costringendomi a momenti di sana solitudine al cospetto di scenografie umane e naturali inverosimili – ha arricchito la mia anima di parole nuove. Alcune le ho sapute pronunciare, altre attendono ancora di essere messe al mondo.

(Articolo uscito su ARTE.it il 16 maggio 2008)

Viaggio in Sudan – Sulle sponde del Nilo da El Kurru a Nuri

Altre due importanti Necropoli nel cuore dell’antico regno di Napata: tra tombe sotterranee, incontri nomadi, navigazione sul Nilo e uno struggente tramonto con la benedizione di Taharqa il Grande. Testi e foto di Cecilia Martino

A circa 10 chilometri a sud di Karima, sulle sponde del Nilo che con le sue acque cupe e dense di storia sublima i pensieri durante le ore di viaggio, si trova la Necropoli di El Kurru, ai margini dell’omonimo villaggio. Siamo nel cuore di quello che fu l’importante regno napateo e proprio qui è possibile farsi un’idea dei diversi stadi dello sviluppo piramidale. Le più evolute costruzioni kuscite consistenti in monumenti sepolcrali con tipiche piramidi aguzze, furono precedute, infatti, da ben più rudimentali collinette costruite direttamente sopra la tomba. Se non si soffre di claustrofobia vale la pena visitare le uniche due tombe sotterranee oggi aperte al pubblico.

Il momento della preghiera Foto ©CECILIA MARTINO
Il momento della preghiera Foto ©CECILIA MARTINO

Oltrepassata una ripida scalinata che conduce sotto terra, si entra nella tomba vera e propria e qui si rivela tutta la bellezza di iscrizioni geroglifiche e immagini policrome di re e divinità ancora in parte ben visibili se muniti, ovviamente, di una torcia. Si distinguono alcune scene molto significative, legate a quel complesso armamentario immaginifico che è la spiritualità egizia, tra queste il momento del “peso del cuore” del defunto quale momento della verità per l’anima esposta al giudizio del dio dei morti. Un altro dipinto molto bello, non riscontrabile in nessun’altra tomba sudanese e dunque anche molto interessante, è quello che raffigura la regina sdraiata in posizione prona sul letto funerario.

Donne nubiane Foto ©CECILIA MARTINO
Donne nubiane Foto ©CECILIA MARTINO

Le Necropoli sorgono proprio davanti al villaggio di El Kurru e, durante la visita, ci si imbatte in donne che incrociano la traiettoria dei nostri passi, incuriosite di noi e del nostro concitato fotografare, a ricordarci continuamente come il turismo da queste parti sia ancora un concetto molto astratto. Riceviamo ospitalità da una famiglia dove numerose donne avvolte in abiti coloratissimi ci invitano ad entrare mostrandoci la loro casa ed offrendoci l’immancabile tè speziato e karkadè bollente. La casa nella sua semplicità è molto dignitosa: ci sono, come di consueto nelle abitazioni nubiane, più letti distribuiti nei vari ambienti e la cucina.

Cecilia Sudan villaggio nubiano

Per raggiungere Nuri e le sue piramidi che si trovano dall’altra parte del Nilo rispetto a El Kurru, ci si imbarca sul Nilo all’altezza della Quarta Cateratta a valle della nuova diga, “ospiti” di pescatori che ci traghettano sulla loro barca. Dopo circa un’ora di navigazione sul Nilo, si parte con i fuoristrada alla volta di Nuri, la più importante delle necropoli di Napata, l’antica capitale dei Faraoni Neri. Finalmente, dopo tanto vagare, si giunge, non senza una buone dose di soggezione, di fronte alla tomba del mitico Taharqa, indiscusso protagonista della XXV Dinastia: non per niente ci si trova al cospetto della più grande piramide del regno di Kush. Su una spianata desertica di sabbia chiara e intonsa livellata dal vento, si è letteralmente circondati dai resti delle piramidi di 19 re e 53 regine in una sorta di cerchio magico che invoglia al silenzio, già prerogativa inestinguibile del posto. Ci raggiungono presto, puntualmente, i kafir (guardiani) del sito che si adagiano sulla sabbia in contemplazione del tramonto, insieme a noi. La palla del sole, che ormai vien voglia di chiamare Amon, rotola sul crinale di una piramide e si resta immobili a lungo di fronte all’orizzonte rosa, prima che il buio avanzi e non c’è tempo da perdere: ad attenderci sono le tende da montare per un’altra notte calda e stellata, ai piedi di qualche duna.

Reportage pubblicato su TURISMO.it il 5 novembre 2011

Viaggio in Sudan – La “Montagna pura”, il Jebel Barkal

La risposta nubiana all’aborigeno Uluru. Una scalata all’alba della montagna ricompensa delle fatiche dell’intero viaggio. Testi e foto di Cecilia Martino.

La sua sagoma si intravede già da molto lontano quando si è ancora in pieno deserto del Bayuda. Come tutte le cose grandi, incute reverenza fin dalla sua prima apparizione, sarà anche per le notizie che apprendiamo presto sul suo conto: il Jebel Barkal è la “casa” del dio Amon-Ra, il luogo sacro per eccellenza dei nubiani, il centro spirituale del Regno di Kush, bussola nel deserto nubiano e da oltre mille anni suo cuore religioso. Insomma, questa splendida montagna di arenaria rossa è molto più di una semplice montagna. La sua conformazione rivela già una particolarità, la stessa che convinse i sovrani di Kush ad edificare proprio lì sotto il grande tempio di Amon: una piccola colonnina di pietra si stacca spontaneamente dal monolite, assumendo le sembianze dell’Ureo, la decorazione a forma di serpente cara agli Egizi nonché simbolo regale per eccellenza.

Cecilia Jebel Barkal

Dovunque si volga lo sguardo, con centro nel Jebel Barkal, si trovano testimonianze dell’antica civiltà napatea (750-500 a.C.), quella precedente alla merotica, con capitale Napata localizzata praticamente dove oggi sorge la moderna cittadina di Merowe (da non confondere con l’antica città di Meroe), quasi di fronte al monte sacro. Il regno di Napata si estese fino a tutto l’alto Egitto inclusa Tebe e si ricorda soprattutto per la mitica figura del più importante e famoso dei Faraoni neri della XXV Dinastia: Taharqa il Grande. Proprio per la sua importanza l’area archeologica che si estende nella zona del Jebel Barkal è soprannominata la Karnak del sud. Ai piedi della montagna, dicevamo, era stato edificato un maestoso tempio dedicato ad Amon, di cui rimangono ancora delle rovine a cominciare da alcuni arieti in granito grigio situati all’ingresso. Verso l’interno, nell’area più vicina alla base della montagna, giace un grande altare in granito grigio che porta rappresentazioni di Amon e il profilo del re Taharqa.

Sul lato più meridionale, sempre alla base del sacro Jebel (jebel in arabo vuol dire “montagna”), è scavata una camera-santuario dedicata alla dea Hator, introdotta da due splendide colonne i cui capitelli riportano le effigi, perfettamente visibili, del volto della dea. All’interno del santuario si può notare un affresco con una scena di parto: essendo la dea Hator protettrice delle donne e della famiglia oltre ad essere la divinità della danza e della musica, della gioia e della bellezza, si pensa che all’interno di questo santuario venissero le donne a partorire, in un ambiente protetto e isolato da tutti. Varcando le soglie di questi templi e di quel che ne rimane, si incontrano i principali soggetti dell’Olimpo egiziano-nubiano, alcuni sono personaggi strani come il dio nano Bes, ad esempio, con le sue gambe storte e il capo sormontato di piume, genio benefico delle famiglie: lo si vede anch’esso nella camera-santuario “del parto”.

Dal Jebel Barkal: un tramonto appeso a un filo! Foto ©CECILIA MARTINO
Dal Jebel Barkal: un tramonto appeso a un filo! Foto ©CECILIA MARTINO

Dall’alto della montagna, si ha un colpo d’occhio del perimetro sacro descritto dal grande tempio di Amon, e non solo. Dall’alto del Jebel, dopo una scalata di un quarto d’ora alle prime luci dell’alba, si respira qualcosa che non ha forma né sostanza: il sole che sorge dal Nilo tinge di rosa le sue acque e schiarisce piano piano le sponde invase da palmeti, rende ancora più luminoso il colore del Bayuda, il deserto bianco che circonda la montagna trafitto dalle nuove strade asfaltate che sono state costruite a Karima. Sulla sinistra, la deliziosa Rest House che ci ha dato alloggio, appare come un’oasi discreta che dona eleganza al Grande Nulla desertico da un lato, e al caos visibile dell’agglomerato cittadino di Karima dall’altro.

Rest House nei pressi di Karima, dove abbiamo alloggiato. Foto ©CECILIA MARTINO
Rest House nei pressi di Karima, dove abbiamo alloggiato. Foto ©CECILIA MARTINO

Fanno parte dell’area archeologica del Jebel Barkal, le Necropoli di El Kurru e di Nuri, le nostre prossime tappe, intervallate dall’incontro con la gente dei villaggi a El Kurru.

Reportage pubblicato su TURISMO.it il 5 novembre 2011

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Viaggio in Sudan – I luoghi sacri di Meroe

Le Piramidi di Meroe e i templi di Naga e Musawwarat: luoghi sacri tra deserto e savana. Testi e foto di Cecilia Martino.

Spuntano dall’alto di una collina dietro dune che il vento spazzola e modella a suo piacimento, si alternano a piccoli gruppi e quando pensi di aver finito, c’è già un’altra visione che quasi ingombra il senso dell’orientamento: sono le magnifiche piramidi della Necropoli reale di Meroe, uno dei siti archeologici più famosi della Nubia. Si tratta di due gruppi composti da 40 piramidi che vanno a formare il cosiddetto cimitero nord e il cimitero sud, praticamente il più grande agglomerato di piramidi mai conosciuto. Qui trovarono sepoltura i sovrani dell’antico regno di Kush e, insieme ad essi, i loro corredi funebri e quelli del proprio harem e dei servitori. Meroe fu la capitale del regno kushita dopo il periodo di Napata (750-500 a.C.) nel quale si succedette la famosa XXV Dinastia detta dei “Faraoni neri”.

Necropoli di Meroe Foto ©CECILIA MARTINO
Necropoli di Meroe Foto ©CECILIA MARTINO

La civiltà meroitica rivela maggiori influenze egizie rispetto a quella napatea, ma con picchi di assoluta originalità che ancora intrigano archeologici e studiosi, specie per quanto riguarda la scrittura. Ai profani (come la sottoscritta) potrà risultare praticamente impossibile distinguere il geroglifico egiziano da quello meroitico, ma pare ci siano differenti versioni (una prima in corsivo, un’altra in geroglifico) che hanno reso la scrittura meroitica degna di ripetuti approfondimenti, vero rompicapo per molti specialisti. Passando di tomba in tomba i glifi e la simbologia evocante l’antico Egitto irrompono senza mezze misure, tra raffigurazioni di snelle divinità e robuste Candace, le “divine adoratrici di Amon” che rivestono un ruolo molto importante presso i sovrani napatei e in tutto l’Alto Egitto in generale. Le Candace (che in meroitico vuol dire “sorella”) sono donne quasi sacralizzate in quanto investite del privilegio di affiancare il re, compaiono in moltissimi dipinti all’interno delle piramidi in atteggiamenti maschili raffiguranti coraggio e forza (con l’arco e le frecce) e molte sono sepolte proprio qui, nella Necropoli reale di Meroe.

Candace Foto ©CECILIA MARTINO
Candace Foto ©CECILIA MARTINO

Immerse, oggi, in un silenzio quasi irreale restituito dalla piana desertica, con il Nilo distante solo 3 chilometri, queste piramidi si fanno ricordare per la loro unicità, e se la foga dei “tombaroli” – tra cui (ahimè) un italiano, tale Ferlini – non avesse defraudato questi scrigni dei loro tesori, il mosaico che esse compongono sarebbe perfetto. Un lieto fine però c’è: il bottino di Ferlini, appartenente alla tomba della regina Amanishakheto, una Candace del I secolo a.C., è oggi conservato ed esposto in una sala del museo di Berlino intitolata appositamente agli “ori di Meroe”. Dal momento che la fortuna aiuta gli audaci ma non gli stolti, il tesoro rapito dal Ferlini – consistente di anelli, bracciali, parure, oro e pietre preziose – una volta riportato in Europa dal suo trafugatore, venne ritenuto un falso: troppo lontano lo stile dei gioielli da quello, più familiare, di analoghi oggetti rinvenuti nelle tombe egizie. Tant’è.

Kafir (guardiano dei templi) nubiano. Foto ©CECILIA MARTINO
Kafir (guardiano dei templi) nubiano. Foto ©CECILIA MARTINO

Continuiamo a seguire le tracce della civiltà meroitica e le prossime tappe si rivelano fondamentali: Naga e Musawwarat, raggiunte dopo un percorso su strada asfaltata prima, e un tratto sabbioso a seguire la vallata del Wadi Awatib, dopo. La scenografia naturale è quella della savana e, tra acacie ombrellifere e folti cespugli di graminacee, si giunge a destinazione. Naga è la località sacra del periodo meroitico del quale conserva i monumenti più significativi e intatti. Immancabile il tempio del dio Amon introdotto da una schiera di sfingi poste di fronte all’ingresso principale, raffigurate con la testa di ariete. Il tempio del leone è impreziosito dai grandi rilievi visibilissimi di cui è esemplare quello del dio Apedemak, il re Leone estraneo al pantheon egizio, che qui viene invece esaltato addirittura con cinque differenti stili di cui i più singolari sono: con il corpo di serpente che esce da un fiore di loto con busto umano e testa leonina e la rappresentazione con più braccia che suggerisce una certa influenza indiana.

Raffigurazione del dio Apedemak, il re Leone. Foto ©CECILIA MARTINO
Raffigurazione del dio Apedemak, il re Leone. Foto ©CECILIA MARTINO

Stessa influenza che si può riscontrare nell’uso di innumerevoli raffigurazioni di elefanti nel tempio di Musawwarat, il più grande del Sudan, contraddistinto da un grande recinto: qualcosa come 600 metri di lunghezza che racchiude un mix di costruzioni alquanto sconfusionato ma che rende l’idea della vastità del sito. Nei pressi dell’area archeologica di Naga si trova un pozzo che viene utilizzato tutt’ora dagli abitanti dei villaggi per i loro rifornimenti di acqua: vi giungono dopo tragitti di anche due ore, con asini a seguito. Una parentesi di vita nel grande deserto che infuoca di solitudine i tanti chilometri che percorriamo in fuoristrada.

Cecilia Sudan

Con la prossima tappa si varca la mappatura di quelle geografie sacre del mondo che sprigionano forze, al di là di ogni possibile suggestione: l’incontro sarà con la “Montagna pura” dei nubiani, la risposta sudanese all’Ayers Rock degli aborigeni.

Reportage pubblicato su TURISMO.it il 5 novembre 2011

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