Canto alla Luna

La luna a cui mi rivolgo
non ha né forma né colore
né lucentezza né chiarore
non oscura né abbaglia
non ammalia né illumina
non seduce né innamora
non ispira né respira
non traduce sogni, ricordi o speranze
in incantesimi o malie
non fantastica con il mio cuore
non mi riduce né mi estende
non fa l’amore né la guerra
non alza né abbassa le maree
né la temperatura del mio corpo onirico
non accoglie ululati né preghiere
non finisce dove inizia il cielo
non si specchia in nessun lago
dal riflesso incantato
non si unisce al mio grembo per fecondarlo
non allatta i miei sentimenti
con sangue ovuli e fermenti
non si presta a tutte le allucinazioni
che la mente ha creato
la luna a cui mi rivolgo non esiste
dentro a tutte queste parole
è il mio canto silente
di quando sono nuda e trasparente
e mi abbraccia come fosse una circonferenza cava
la mia danza dell’amore

(Inedito, Cecilia Martino 2018)

danza luna donna

Scarzuola. Quella via eretico-erotica all’Unità

“Gli artisti devono essere repellenti”

Articolo pubblicato sul BLOG di Cecilia Martino – IL MESTIERE DEL DARE il 12 Giugno 2013

“Gli artisti devono essere repellenti”

… non te le manda a dire le cose né tantomeno fa giri di parole l’eccentrico Marco Solari, il nume tutelare della Scarzuola di Monteggabbione, uno dei luoghi più singolari che io abbia mai visto. Ed è la seconda volta che torno in questo luogo (la prima, l’avevo accennata qui) perché – molto d’accordo con Josè Saramago:

“bisogna vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini …”

Bene, quello che ho ri-visto è stato l’ennesimo punteruolo sul telo candido della trasformazione, il ghigno della coscienza che, quando approva il tuo cammino, te lo fa capire in tutti i modi, in tutti i mondi e con tutti i suoi contrari possibili e immaginabili. Lo scompiglio che precede un nuovo ordine superiore.

Ci sono tre strade possibili da percorrere, tre porte da varcare: Gloria Mundi è quella dove siamo schiantati tutti indistintamente appena nasciamo, è il regno delle sovrastrutture sociali, degli schemi acquisiti durante le varie formazioni culturali (familiari, scolastiche, religiose etc.), del nostro essere socialmente al mondo, delle preoccupazioni materiali, esteriori, dell’affanno e del lavoro che stressa. Gloria Dei è la seconda chance ma è una sorta di speculum della prima, è la strada di chi si affida ciecamente alle “cose spirituali”, il regno dove trionfa l’ascesi, l’abbandono dell’afflato mondano ma con il rischio di un altro tipo di conformismo, ancora più pericoloso del primo, se possibile: quello religioso. La terza strada, come è facile intuire, va oltre qualsivoglia definizione, supera qualsiasi dualismo, reintegra l’essere umano nella sua fondamentale Unità e lo catapulta direttamente nel regno delle infinite possibilità di essere. Ma essere cosa? Il nome della strada ci viene incontro: Mater Amoris.

Foto©CECILIA MARTINO
Scarzuola, statua Mater Amoris Foto©CECILIA MARTINO

La Madre Terra vive nell’Uno. La Madre Terra non ha una testa ma solo un cuore magmatico, non le serve il cervello con il suo emisfero maschile e femminile che divide et impera, ma ha tutto in potenza nel suo ventre, nei suoi seni prosperosi, nei suoi fluidi portatori di vita e di morte. Il suo sesso – a seconda delle epoche, di volta in volta demonizzato, mistificato, castrato, ignorato, sublimato – è l’origine del mondo. Inutile girarci intorno: da quel buco siamo usciti tutti, indiscriminatamente. Per nascere. La grande Madre è creazione, distruzione, movimento, eternità. Amore incondizionato per qualsiasi cosa.

Amor Vincit Omnia.

Foto©CECILIA MARTINO
Scarzuola, dettaglio Foto©CECILIA MARTINO

Se noi percorriamo questa strada, torniamo “pericolosamente” all’Origine, torniamo ad essere individui autentici in grado di vivere seguendo folgoranti ispirazioni piuttosto che meccanici condizionamenti eterodiretti. Quando scompaiono le dualità si entra in una dimensione inglobante in cui ogni abbinamento ha diritto di esistenza, come in un calderone onirico ben scecherato o ancora un labirinto senza (apparente) via d’uscita in cui incontrare contemporaneamente Tutto, mostri compresi.

“I mostri sono la prima cosa con cui hai a che fare in un giardino rinascimentale”

– ci ragguaglia il folletto-guida Solari durante la visita. Sono le forze sotterranee che dimorano dentro ognuno di noi e che bisogna conoscere per tenere a bada o, meglio ancora, per trasmutare in energie benefiche. Il giardino rinascimentale a cui ci riferiamo è, naturalmente, La Scarzuola e la porta che vi si spalanca durante la visita, e che dunque “pericolosamente” percorrerete, è proprio la terza, Mater Amoris. Vi pare poco? A fare da contorno a questo ingresso preferenziale nell’utero materno dove ricostruire da capo la propria identità del Sé, è un posto sovraccarico di silenzio, di simboli e segreti, riferimenti e citazioni, lo stesso posto che San Francesco scelse per costruirsi la sua capanna di scarza, pianta palustre del luogo, da cui il nome successivo di Scarzuola.

labirinto

Io, da un po’ di anni ormai a questa parte, la mia scelta l’ho fatta. Ragion per cui, non mi sono lasciata sopraffare dall’occasione di un trasferimento di città, di un cambio imprevisto di vita, di abitudini, di tutto. Si può vivere costruendo e distruggendo continuamente, invece che erigendo gabbie dove sentirsi “arrivati” una volta per tutti. Questa, a ben vedere, è stata la visione più geniale di Tomaso Buzzi, l’architetto da cui prende forma questa follia cementificata che è la Scarzuola e che, nel suo progetto originario prima che la Sovrintendenza mettesse i suoi paletti, doveva infatti venire periodicamente distrutta per poi poter essere riedificata con aggiunte sempre nuove.

Non finire mai niente nella vita, così ogni giorno puoi agganciarci qualcosa di nuovo. La fantasia arriva. Nella staticità, invece, non si crea un bel niente. E’ questa la “repellenza” da cui sono partita per raccontare il mio viaggio-esperienza di qualche giorno fa in Umbria. Essere talmente sgombri da preconfezionamenti da risultare scomodi e pericolosi perché atemporali, carichi di sensi contrapposti eppur leggeri come sogni piumati, nella libertà unificatrice del Cerchio, la figura simbolica dell’Unità senza gerarchie o separazioni con cui termina il complesso itinerario buzziano di cui ho voluto dare solo qualche accenno, seguendo il mio flusso di coscienza, o forse incoscienza. I sogni sono interpretazioni dell’anima individuale di chi li fa. La Scarzuola è un sogno ad occhi aperti cementificato in architetture visionarie in cui ciascuno può trovare le sue risposte, o domande, o anche niente. Il bello sta proprio qui.

“La notte è silenziosa e nel suo silenzio si nascondono i sogni” (Kahlil Gibran)

Letture consigliate
“All’inizio era la Dea” di Cinzia Galletto
La danzatrice del cielo – La vita segreta e i canti di Yeshe Tsogyel” di Keith Dowman
Essenza dei Tantra” di Abhinavagupta
Il risveglio della Dea” di Vicki Noble

Mantra
OM TARE TUTTARE TURE SOHA

Mantra di Tara: la Compassionevole, la Grande Madre, l’Energia Femminile, la Shakti Manifesta, l’aspetto Femminile del Divino, la Madre Terra che tutto sostiene e nutre.

Tara

Surreale Scarzuola

Entrando nell’atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata.

Articolo pubblicato su TURISMO.it il 19 Novembre 2004

Nelle vicinanze di Montegiove, in una delle zone più intatte dell’Umbria, esattamente a Montegabbione, in provincia di Terni, si trova l’antico convento della Scarzuola, fondato nel 1218 da San Francesco su una collina. Il nome deriva dalla “scarza”, pianta palustre che Francesco utilizzò per costruirsi una capanna.

Entrando nell’atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata. Ma prima di inoltrarsi nei sentieri della “Buzzana”, la città teatrale congegnata da Buzzi, si visita la chiesa dove, nell’abside, si trova un affresco del XIII secolo raffigurante Francesco in Levitazione, che probabilmente è la più antica raffigurazione pittorica del Santo, ancora immune dai canoni dell’iconografia ufficiale.

San Francesco in levitazione Foto umbriatakeaway,com
San Francesco in levitazione Foto umbriatakeaway,com

Se in questo posto Francesco fece scaturire una fonte d’acqua da un cespuglio di lauro e rose, Tomaso Buzzi (1900-1981) l’architetto che nel 1957 ne acquista la proprietà, ha fatto a suo modo un altro miracolo, ideando e realizzando concretamente nell’arco di un ventennio, un microcosmo a misura della sua immaginazione con l’intento vagamente allucinatorio di dar vita a una città ideale, la “Buzzana” appunto, che fosse una macchina teatrale sempre aperta (ci sono bel 7 teatri) ispirata all’ideale umanistico della composizione armonica di natura e cultura. In un fitto scambio allegorico, ispirato alla Hypnerotomachia Polyphili di Francesco Colonna (1944), si intrecciano motivi naturali, concessi dalle meraviglie del giardino del convento (che fa parte dei Grandi Giardini Italiani), e creature artificiali, quinte scenografiche, oggetti di scena, elementi alchemici in successione coordinata, dove si perde il senso della realtà ma soltanto per ritrovarne uno maggiore, che è forse quello della vita intera. La Scarzuola si configura come un assemblaggio di forme e architetture sviluppatesi per generazione spontanea, come una grande opera globale sempre aperta, mai finita, in cui elementi del passato si sovrappongono a quelli del presente e del futuro possibile.

Foto©CECILIA MARTINO
Foto©CECILIA MARTINO

Come stile dominante, il neomanierismo, evidente nell’uso-abuso di scale, sproporzioni volute, mostri, e nel suggerire percorsi labirintici, geometrici, persino astronomici. Basta citare i nomi delle meraviglie che, come Alice nel suo Paese, si incontrano durante il percorso per intuire, forse, lo spessore simbolico del tutto: Pegaso, la Torre dell’Angelo Custode e del Tempo, il Tempio della Madre Terra, la Torre della Meditazione e della Solitudine, il tempio esagonale dedicato a Fiora e Pomona, il Teatro delle Acque, l’Organo arboreo, il Tempio di Apollo, un alto tamburo con al centro il cipresso colpito dal fulmine, la Torre di Babele, la Scala Musicale delle Sette Ottave, la Scala di Giobbe, sull’onda di una geniale contaminazione di musica e architettura.

Il “fenomeno Scarzuola” non è nuovo. Ci si stanno dedicando da tempo studiosi e scrittori, e giovani studenti con le loro tesi di laurea, ciascuno con una sua interpretazione possibile. Una chiave di lettura è sicuramente quella dell’elevazione dell’Uomo, che ne farebbe la continuazione e rivisitazione in chiave moderna del tema francescano per eccellenza. Un compromesso, insomma, tra il sacro (la città sacra, il convento) e il profano (le fabbriche del teatro) sovraccarico di riferimenti e citazioni.

Ancora sulla Scarzuola: Quella Via eretico-erotica all’Unità 

Sri Tathata, un libro aperto sull’Universo

Chi è Sri Tathata? Tathata, maestro vivente nato in Kerala, nel Sud dell’India, è un libro aperto sull’Universo.

Articolo pubblicato su www.chandrasurya.net il 1 Agosto 2015

Bastano gli occhi, quello sguardo proteso sull’infinito, uno sguardo senza fondo né appigli, che attinge a tutta la Bellezza del mondo, che trasborda di amore e sembra urlare, placido, un boato di compassione universale. Tathata vuol dire “perfezione assoluta” e la perfezione è un processo intrinseco allo sviluppo della vita, all’evoluzione che tende sempre al suo fine più alto. Vivere secondo Natura, ricordandosi cioè di questo scopo evolutivo supremo, è il Dharma. Dharma è accordarsi con le leggi cosmiche di progresso in tutte le sue fasi (creazione, mantenimento, distruzione, riposo, ri-creazione), è portare la vita al suo compimento massimo, cioè consentire la manifestazione divina (il fine superiore, il lato invisibile del visibile) in ogni cosa. Cominciando da noi, ovviamente.

Sri Tathata

L’aspirazione che ci può supportare nel passaggio evolutivo proprio dell’era che stiamo vivendo, è quella di portare allo sviluppo massimo le nostre facoltà mentali innescando la Consapevolezza in ogni processo che ci riguarda e a tutti i livelli (fisico, mentale, emotivo, spirituale). Non basta avere una mente che ci distingue dagli animali; questo è stato il grande passo evolutivo dell’era precedente. Ora è il momento di andare oltre, oltre persino alla mente stessa, oltre persino all’uomo stesso. Il tempo dell’“Uomo oltre l’Uomo” di nietzschana memoria e dell’Overmind, la “Supermente” di cui parlava Sri Aurobindo, il più grande maestro e filosofo indiano del XX secolo con cui Tathata ha non poche affinità. Questo passaggio, ovviamente, non può essere compiuto né dall’Io Individuale, né dalla personalità egoica, ma dall’Io Superiore, quell’Intelligenza intuitiva e creativa, quel maestro interiore (Aurobindo lo chiama essere psichico, Tathata lo chiama mahas), quell’anima scalpitante che chiede solo di essere ascoltata e che, indovinate dove risiede? Al centro del nostro petto, nel Cuore, il Sentiero di Mezzo che integra l’alto (spirituale) e il basso (materiale) portando a compimento lo sviluppo, appunto, dell’Uomo Integrale. Tathata, come molti maestri, parla di Insight, visione dall’interno.

Aurobindo e Tathata
Da sinistra a destra: Sri Aurobindo e Sri Tathata

E come si fa ad accedere a questo beatifico serbatoio di ispirazione e grazia senza filtri mentali da cui ricavare un flusso inarrestabile di energia, beatitudine e abbondanza? Innanzi tutto, bisogna volerlo (il potere dell’aspirazione, tapas, fuoco spirituale) e simultaneamente avere il coraggio di aprirsi totalmente. Sembra una banalità, ma se non apriamo la porta, quello che c’è dietro la porta non può entrare. Spesso crediamo di essere in uno stato di apertura, invece siamo timorosi e attaccati così profondamente alle consuetudini (le famose “zone di comfort”), che riusciamo solo in minima parte a percepire cosa c’è dietro la porta.

Cecilia Sri Tathata
Satsang a Roma, 25-26 Luglio 2015

Se resistiamo al movimento che vuole farci crescere (perché non c’è altra certezza nella vita che questa: il cambiamento), sperimentiamo dolore e blocchiamo il naturale anelito evolutivo che si compie attraverso di noi. Noi siamo gli strumenti dell’evoluzione della Natura e dell’Universo, solo di questo dobbiamo assumerci pienamente la responsabilità. Non siamo ospiti per caso in questo piano di esistenza che ci troviamo a sperimentare, siamo agenti proattivi della trasformazione del mondo. In questo consiste la vera spiritualità, in un’occasione di crescita, non in un dogma o in un sistema di credenze (pur spirituali che siano). In questo consiste lo Yoga, non nel sapersi mettere a testa in giù e rimanerci per ore. Come Tathata ama ripetere spesso:

“ Yoga è vita e la vita è Yoga”

Lo Yoga, l’Unione con la Coscienza Universale, è una Presenza, è un’esperienza di espansione da incrementare complessivamente, è un viaggio. E più si viaggia leggeri, più si va veloci. Più si mollano le zavorre di automatismi e schemi limitanti, più ci si diverte. Perché in questo viaggio, non c’è nulla di austero. E nuovamente, l’eco delle parole di Aurobindo

“Che tutto in te sia gioia, questa è la tua meta”

Aurobindo e Tathata
Da sinistra a destra: Sri Aurobindo e Sri Tathata

Non ritirarti dal mondo, agisci nel mondo” è uno dei precetti dei Dharma Sutra di Tathata nonché la base dello yoga integrale di Sri Aurobindo il cui attivismo culturale, politico e sociale lo portò a sperimentare una vita tutt’altro che ascetica. Solo che, quando si entra in connessione con il flusso di energia cosmica (divina, spirituale, universale come ci piace più chiamarla, ma tanto esiste al di là di ogni definizione!), non sei più tu che agisci, ma lei attraverso di te, e dunque non c’è più attrito nemmeno di fronte alle difficoltà. Perché, affidandosi totalmente (Surrender, altra parola magica di Aurobindo e Tathata), niente alla fine ci appartiene più, e tutto scorre. Tutto va come deve andare, né più né meno. C’è in questo atto del Surrender, resa totale e abbandono, tutta la grandezza propria degli ossimori, perché è un morire (si sacrifica la personalità, si muore all’Ego, si svanisce nel darsi totalmente senza attaccamenti) e un rinascere a nuova vita. Una vita definitivamente libera.

Satsang e Iniziazione Dharma Snana, Roma, 26 Luglio 2015
Satsang e Iniziazione Dharma Snana, Roma, 26 Luglio 2015

“Quando il ricercatore spirituale riesce a collegarsi alla Coscienza Universale, la Presenza discende su di lui e, nel contempo, sulla Madre Terra. La Presenza spirituale rende completa sia la vita spirituale che la vita nel mondo. Il segreto di ogni cosa è in relazione con questa verità e l’accesso all’incommensurabile ricchezza dalla quale dovremmo poter attingere ne dipende.”
(Sri Tathata)

“Per uscire dall’ego serve la forza di volontà, piuttosto che l’atteggiamento. Bisogna volerlo. E il mezzo più sicuro è darsi al Divino. Non tentare di attirare a sé il Divino, ma darsi.”
(Sri Aurobindo)

Fonte: http://www.chandrasurya.net/2015/08/sri-tathata-yoga-e-vita-e-la-vita-e-yoga/