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Yoga a Raggi Liberi Surya Namaskar di Patrizia Saccà

Molti di sicuro conoscono già Patrizia Saccà perché la sua fama da atleta paralimpica la precede. Io personalmente non la conoscevo…

Articolo pubblicato sul Blog di Cecilia Martino il 9 maggio 2018

Molti di sicuro conoscono già Patrizia Saccà perché la sua fama da atleta paralimpica la precede. Io personalmente non la conoscevo, non sapevo nulla di lei il che è stata un’occasione ancora più stimolante per il progetto che si sarebbe dovuto dispiegare attraverso di noi, del nostro incontro. Certi incontri – che sono vere e proprie “chiamate” – provengono da molto lontano, e solo avendo il coraggio di solcare gli abissi del non conosciuto si può avere l’ardire di saperli accogliere. Il nostro incontro avviene in ambito yoga, frequentiamo qui a Torino lo stesso Centro di Yoga e Mindfulness, il Samveda.

Ci scambiamo due parole e alla terza lei mi parla dell’idea di un libro dedicato al Saluto al Sole per persone con disabilità motoria, che era stato l’argomento della sua tesina al Corso di Istruttori Yoga. Ammetto che il primo impulso è stato di curiosità, ero immensamente sorpresa da una cosa del genere perché in effetti nessuno ci aveva mai pensato prima o, se anche l’avesse pensato, non esistevano documentazioni e tantomeno libri a riguardo. Dunque, mi è sembrata da subito un’idea da approfondire, o meglio, un nuovo verso da aggiungere allo spartito della vita. Un colpo di fulmine a cui dire sì.

Oh me, oh vita !
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita !
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.

(O me, oh vita! – Walt Whitman)

In questo mondo fatto di schemi e congetture, così strutturato e contratto – e ahimè anche negli ambienti cosiddetti spirituali non mancano altrettanti pregiudizi – c’è bisogno di slanci pionieristici e audaci intuizioni, delle prime volte cui nessuno ha fin’ora dato voce, di quel caos creativo che partorisce stelle danzanti se solo si ha il coraggio di lasciare andare resistenze, congetture e limiti mentali.

Ringrazio dal profondo Patrizia per avermi concesso l’opportunità di mettermi così tanto in gioco, catapultandomi in un mondo a me per lo più sconosciuto. Un mondo non certo sempre comodo e gentile per chi lo deve quotidianamente attraversare senza troppi convenevoli, ma un mondo ugualmente poetico come lo è tutta la vita e come lo è in fondo lo yoga, la via maestra della poesia più sublime che si possa recitare, quella dell’essere, dell’essenza, che ci accomuna tutti.

Questo libro ha un timbro dominante che si accorda proprio alla poesia, per una più intima aderenza a quel senso di accoglienza e apertura che solo uno sguardo poetico sul mondo può sposare. E non poteva essere altrimenti. La poesia è arte alchemica trasformativa per eccellenza, insegna per vie non concettuali ad accogliere l’ampiezza delle cose senza volerle racchiudere in categorie di bello/brutto, giusto/sbagliato, bene/male e a lasciare che anche le imperfezioni brillino come tesori dalla luce della perfetta tela di fondo che le riflette, a cui alludono anche le Opere dell’artista Veronique Torgue presenti nel libro: un filo d’oro che è insieme crepa e luce e che, anzi – parafrasando Leonard Cohen – proprio grazie a quelle crepe lascia passare la luce.

Le pagine finali di “Yoga a Raggi Liberi” ne parlano dunque non svelo altro affinché possiate gustarlo voi direttamente dal testo originale.

Chiunque abbia tra le mani questo libro può fiutarne il valore trasformativo universalmente valido e grazie a un messaggio senz’altro molto forte perché lanciato da un’anima che ha dovuto fare i conti con un “involucro fisico” arduo da attraversare. Sì, attraversare, come un campo. Che può essere di battaglia o di grano, ma anche da gioco, oppure quel campo – citato nel libro sussurrando i versi di Rumi – “al di là delle idee di giusto e sbagliato” dove poter incontrare ciò che resta da nudi, spogliandosi di ogni identità.

Patrizia ha consegnato al suo corpo ali da farfalla nel momento esatto in cui ha compreso che l’agonismo era stata la sua ancora di salvezza ma che, come tutte le ancore, bisognava lasciarla andare se si voleva continuare a navigare: il mare aperto non ammette soste troppo lunghe. Ulisse continua il suo viaggio sostenuto dalla nostalgia del ritorno a casa … La vera fiamma olimpica che batte nel cuore di Patrizia è il suo fervore spirituale – la casa delle origini racchiusa nel centro più intimo di ciascuno di noi. Una fiamma simile al fuoco sacro Agni, figlio del cielo e della terra o, come piacerebbe dire a lei, all’impeto di Prometeo che la sprona a una ricerca continua e appassionata verso sfumature sempre più labili dell’essere, eppure concrete come concreta è la sua “azione nel mondo”, come atleta, come allenatrice di tennistavolo e istruttrice di yoga, come testimonial in numerosi convegni e impegnata nel sociale con una disponibilità d’animo rara. Ma anche, semplicemente, come Patrizia. Patrizia donna, adulta, bambina, figlia e sposa, forte e fragile, sicura e vulnerabile, sorridente e malinconica come la milionesima stella di una volta celeste a cui non si può attribuire un nome. Perché nell’universo vuoto dove tutte le distanze e differenze svaniscono – e yoga e meditazione aiutano a ricordarcelo – ci si passa attraverso una storia personale che non ammette sconti. Ognuno con la propria parte nel mondo, differentemente uguali.

Il messaggio del libro è una testimonianza di “morte e rinascita” che alla fine può riassumersi in una sola parola, un solo verso: Amore.

Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.

Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante

Team
Autrice Patrizia Sacca’
Editing, Social e PR Cecilia Martino
Fotografia Maren Ollmann
Disegni di Veronique Torgue
Impaginazione Raimondo Rosa
Grafico Luca Goia
Designer Federico Solìto
Consulenze Max Ferrero
Video-maker Edmondo Perrone

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/yogaraggiliberi/

Non pratico sport estremi
ma sogni estremi
e mi sveglio appena in tempo
per innamorarmi di nuovo

(Cecilia Martino)

YRL backstage
“La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge: la vita.” (Frida Kahlo)
Copertina. Fotografia di Maren Ollmann su Opera di Veronique Torgue
Copertina. Fotografia di Maren Ollmann su Opera di Veronique Torgue
Opera di Veronique Torgue
Opera di Veronique Torgue
Logo di Federico Solìto graphic designer
Logo di Federico Solìto graphic designer
Patrizia Saccà - Fotografia di Maren Ollmann
Patrizia Saccà – Fotografia di Maren Ollmann
Patrizia Saccà – Fotografia di Maren Ollmann
Patrizia Saccà – Fotografia di Maren Ollmann

Wesak e incontro con Giuditta Dembech

“Un augurio di luce. Torino è una città speciale, ti porterà fortuna”.

Articolo pubblicato sul Blog di Cecilia Martino il 21 maggio 2014

Dopo averla abbracciata personalmente alla fine della cerimonia del Wesak, Giuditta Dembech nella sua immensa generosità, si prende la briga anche di scrivermi un messaggio privato rispondendo a un mio personale ringraziamento: il suo libro “Torino città magica”, infatti, è stato il mio primo compagno di viaggio durante i giorni del trasferimento da Roma.

Se dovessi fermarmi a pensare da quando questa “magia torinese” che a più voci mi è stata predetta ha cominciato a mettersi in moto, forse è proprio al mio primo volta pagina con il libro di Giuditta Dembech in mano. Perché – come narrato anche in questo post di febbraio – dietro ai libri ci sono persone e le loro particolari energie assorbite nelle parole (che sono veicoli) utilizzate. Ad ogni modo, il risultato – uno dei tanti dell’incantesimo legato a Torino – è stato che quest’anno ho potuto prendere parte alla cerimonia del Wesak che da oltre 30 anni Giuditta celebra in questa città che, tra l’altro, è la città dove si è svolto pubblicamente per la prima volta in Occidente il Wesak, nel 1981. Ma quello di quest’anno – ci avverte subito Giuditta – è un Wesak speciale.

giuditta dembech
Giuditta Dembech durante la preparazione del Wesak a Torino, 18 maggio 2014

Su cosa sia il Wesak, sulle sue origini e sulle varie declinazioni cerimoniali, ormai è facile trovare molte informazioni in rete, fermo restando che Giuditta Dembech ha scritto, a riguardo, un testo fondamentale molto esplicativo: “Conoscere il Wesak”.

Basti dire che è l’avvenimento decisivo dell’intero anno spirituale. Quello che voglio riportare è un assaggio di memoria personale, o anche solo rendere pubblico un ringraziamento speciale per le oltre 500 persone che erano presenti all’evento e che hanno contribuito a quella emanazione di coscienza nuova che ora più che mai contraddistingue il cammino evolutivo dell’umanità. Il fulcro del Wesak a cui ho preso parte domenica scorsa (18 maggio a 3 giorni dalla notte esatta del Plenilunio del Toro che quest’anno cadeva il 14 maggio) è l’idea di comunione e Unità che rende obsoleta qualsiasi separazione di sorta si voglia associare alle esperienze cosiddette spirituali. E infatti, nello schema seguito dalla Dembech per lo svolgimento del Wesak, una parte è dedicata all’ascolto interiorizzato di preghiere, invocazioni, inni appartenenti ad epoche e luoghi del mondo diversi, eppure totalmente affini nella sostanza.

“Ascoltate bene e accorgetevi di quanto dicano, in fondo, tutti la stessa cosa”

Buddha luna

Il nucleo fondante l’ispirazione comune è un andare al di là di qualsiasi paura, consapevoli del sostegno di una Intelligenza Superiore che non commette errori. Per arrivare a questa sensazione sana di fiducia totale al di là di qualsiasi senso morale di Bene e di Male, è necessario abbandonare una volta per tutte il senso della separazione (torniamo al punto chiave dell’Unità) che è figlio dell’ego e dell’affanno per la sopravvivenza e l’autoconservazione. Non è davvero più tempo per queste sensazioni a vibrazioni basse, siamo entrati nell’epoca dell’accettazione non giudicante che non implica passività bensì forza di volontà (plesso solare) e forza dell’abbandono (dal Cuore in su), che è molto diverso.

Pensateci bene: chi è davvero più “attivo” tra chi – di fronte a un accadimento disturbante – re-agisce immediatamente seguendo i moti istintuali della mente che si mette subito sulla difensiva, e chi, invece, sceglie di non reagire, mette una pausa tra l’accadimento e il comando stimolo-risposta del corpo-mente e sceglie volontariamente di rimanere al di là del giudizio, affidandosi all’Intelligenza Superiore che lo guida soffermandosi a cogliere l’insegnamento spirituale che si cela dietro l’accadimento? Perché nulla capita a caso e dietro alle manifestazioni materiali ci sono sempre i segnali dell’Anima. Questo significa essere pro-attivi. Non si tratta, dunque, di remissività, anzi. Si tratta di mettere in pratica con cognizione di causa meccanismi di potere molto forti di cui disponiamo tutti indistintamente, se solo ci decidiamo ad aprire gli occhi una volta per tutte.

“Bisogna darsi una mossa, questo è il tempo ottimale del cambiamento”

ci sprona Giuditta Dembech dopo averci comunicato che dal Dicembre del 2013 le energie planetarie sono esponenzialmente mutate, potenziate, ed ecco perché il Wesak del 2014 è speciale: siamo definitivamente entrati in una nuova era, un nuovo modo di agire nel mondo a partire da nuove percezioni della realtà è un destino inevitabile. E’ il piano cosmico universale che si sta attuando e noi – in particolare i nati dopo il 1946 (cioè dopo il Plenilunio dei Gemelli di quell’anno) – ne siamo i “facilitatori” assunti direttamente da Dio. Che ci crediate o no, questo è il nostro scopo, la nostra missione e gli accadimenti della vita non faranno altro che condurci verso questa direzione. Tanto vale esserne consapevoli ed evitare di procrastinare altre inutili sofferenze legate a schemi di pensiero ormai obsoleti per una nuova umanità.

La Grande Invocazione – il testo che si recita durante il Wesak – è in tal senso molto esplicativo e può essere ripetuto anche in altri giorni dell’anno, anzi più si ripete (preferibilmente ad alta voce) meglio è.

“È il Padre Nostro della nuova era”

afferma simpaticamente Giuditta Dembech.

Monte Kailas luna notte Himalaya Wesak

L’ultimo messaggio che ci viene dato, dopo aver praticato una intensa meditazione guidata che ci ha condotti direttamente ai piedi del sacro Monte Kailash nell’Himalaya tibetano dove il Wesak pone le sue radici, è questo:

“i Maestri ci sono sempre e sostengono il nostro cambiamento”.

La Dembech ci affida questo “pensiero-seme” da coltivare fino al prossimo Plenilunio di maggio e mi sembra evidente il senso di incoraggiamento totale che esso contiene. Scegliamo di cambiare in meglio per il benessere nostro e di tutta l’umanità: l’Intelligenza Superiore (l’intero Universo o Dio come lo si preferisce chiamare) ci sosterrà senza riserve.

Wesak Buddha
Il mio Buddhino personale nella posizione del Sognatore
con il fiore del Wesak – Torino 18 maggio 2014

LA GRANDE INVOCAZIONE

Dal punto di Luce entro la Mente di Dio
Affluisca luce nelle menti degli uomini.
Scenda Luce sulla Terra.

Dal punto di Amore entro il Cuore di Dio
Affluisca amore nei cuori degli uomini.
Possa Cristo tornare sulla Terra.

Dal centro ove il Volere di Dio è conosciuto
Il proposito guidi i piccoli voleri degli uomini;
Il proposito che i Maestri conoscono e servono.

Dal centro che vien detto il genere umano
Si svolga il Piano di Amore e di Luce.
E possa sbarrare la porta dietro cui il male risiede.
Che Luce, Amore e Potere ristabiliscano il Piano sulla Terra.

MANTRA

Lokah Samastah Sukhino Bhavantu
Possano tutti gli esseri in tutti i mondi essere felici

Wesak Maestri

Ancora sul Wesak : Cosa significa e come si celebra

Cosa rimane della vita? Risponde il filosofo Giorgio Agamben

Cosa rimane della vita? Ciò che resta è la lingua della poesia

Articolo pubblicato sul Blog di Cecilia Martino il 26 Maggio 2017

“La vita non è mai stata data in proprietà individuale, ma per uso comune, non è mai nostra ma diventa nostra solo nella misura in cui la condividiamo. Ma cosa resta, alla fine, della nostra vita? Non le cose a cui eravamo più attaccati. Quel che resta è solo ciò che abbiamo amato! E l’amore si nutre di ricordi, immagini, immaginazione. Nel ricordo rendiamo nuovamente possibile il passato, che è diverso dalla memoria. Dobbiamo riuscire a fare progetti con il passato, senza l’ombra del passato non c’è accesso al presente. Ciò che resta è la lingua della poesia. Una lingua che non dice nulla ma chiama. Il vocativo è quella parte della lingua che non dice nulla ma chiama, anzi interrompe il quotidiano, crea una rottura, è una parte della lingua che non cade nel discorso… Chiama ciò che si perde, ciò che si è perduto, e ciò che si perde è di dio”. (Giorgio Agamben)

Risuona di inconfondibili armonie heideggeriane la riflessione di Agamben durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, quando – nel suo intervento intitolato “La mia ricerca” – evoca la poesia come unica traccia invisibile di ciò che rimane della vita materiale concentrata su ciò che è visibile e che tende sempre ad avere un fine foss’anche quello dell’azione, del fare e del dover fare sempre qualcosa. L’attitudine teleologica dell’“uomo sociale”, che si traduce linguisticamente in sintesi verbali finalizzate a discorsi, espressioni di idee, sentimenti, emozioni…

Eccola subito la pruriginosa ferita, il limite del linguaggio discorsivo e denotativo che perpetua la necessità di doversi per forza riferire a qualcuno o a qualcosa di esterno per attualizzarsi e, soprattutto, per dire ciò che vuole (o pretende di) dire con chiarezza. La tirannia di soggetto e complemento oggetto. Ma, soprattutto, la testardaggine delle parole con un fine chiarificatore. Ma poi c’è lei, la Poesia, il linguaggio del Vocativo, la lingua polisenso che non dona certezze, la lingua che non dice ma chiama – per dirla con Agamben, la lingua del Dire originario che è più simile a un canto e a una meditazione – per dirla con Heidegger.

“Il linguaggio nella sua essenza non è nè espressione né attività dell’uomo. Il linguaggio parla. Noi ricerchiamo ora il parlare del linguaggio nella poesia. Ciò che si cerca è, pertanto, racchiuso nella poeticità della parola” (Martin Heidegger, “In cammino verso il linguaggio”)

Evidente che non ci si sta riferendo alla versificazione poetica, piuttosto alla poesia quale modus vivendi radicalmente diverso, a un cambio di relazione con il linguaggio tout court che crea la realtà che abitiamo. Non tanto a uno scrivere poesie, quanto a uno stare poeticamente al mondo.

Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita!
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso

(Walt Whitman)

Luce e colore dipinto Turner
Luce e colore (la teoria di Goethe)”, dipinto di William Turner (1843)

Vocativo. Vocazione. Invocazione. Evocazione. Convocazione. Chiamata! Oh Sole! Oh Musa! Oh me! Oh vita! Pronuncio un nome senza volerlo contornare di altro, senza aggiungere o togliere niente al suo semplice esserCi – quel Dasein che è l’essenza di tutto ciò che resta quando si rimane in cammino senza pretendere di raggiungere alcunché, perché l’essenza del linguaggio è radura luminosa che si disvela rimanendo in ascolto. L’essenza sono i versi mancanti di una poesia scritta, il taciuto, le tracce del compiersi ma non il compiuto. “è quello che viene dopo il messaggio che inviate sul cellulare” – scherza (si fa per dire!) Agamben rivolgendosi ai tanti giovani presenti, sono gli dei fuggiti, mi viene da replicare per un gioco di corrispondenze dal sapore baudeleriano, quegli dei delle poesie di Hölderlin il cui canto è sospeso tra il non ancora e il mai più…

“Più non son gli dèi fuggiti, e ancor non sono i venienti” …

Ma è proprio in quel limbo che si radica la lingua senza radici, la Poesia delle poesie, il cuore pulsante di ogni ricerca interiore non può che sfociare qui, in un disarmato e disarmante urlo di meraviglia (emaho!) di fronte all’Inominabile chiarore della splendente vacuità, il grado zero di qualsiasi linguaggio discriminante, il silenzio da cui cogliere la vocazione, la chiamata, appunto, la lingua che chiama. “Il chiamare che raccoglie in sé ogni possibile chiamare” (Heidegger), il linguaggio muto degli dei, dello spirito, della vivificante rinuncia a voler capire, interpretare, sapere ciò che si crede di sapere.

Diotima
Oh musa celeste,Diotima,vieni a placarmi questo Caos del tempo” (Friedrich Hölderlin)

La pura presenza del Vocativo. La pura esistenza del Vocativo. La beatitudine del Vocativo. Pura possibilità di esistenza, di essere poeticamente al mondo, di fare anima: poesia, dal verbo greco poiein = fare. Per un gioco di rimandi, è il SatCitAnanda delle Upanishad che mi viene in mente, quella Esistenza (Sat) che è pura Coscienza (Cit) e Beatitudine (Ananda), e che è beatitudine per il puro fatto di essere cosciente di esistere. Coscienza innominabile e dunque poetica e dunque intensamente creatrice perché dove non c’è niente da dire, rimane l’Amore.

Il Vocativo è Amore puro: pronuncio il tuo nome senza voler aggiungere altro, senza uno scopo, senza un fine, senza volerti comprendere, possedere, avere… Ti chiamo, ti invoco, sposto i confini del quotidiano nello sconfinato universo polisenso del tutto è possibile. Resto in attesa, in ascolto. Ti chiamo, ti amo. Chiamo, invoco, amo. E lo faccio dal fondo della quiete da cui ogni poetare trae origine. Poesia, la lingua che chiama. E che cos’è questa Chiamata? È il suono della quiete.

Perché l’amore
risponde sempre
a una chiamata
L’amore
corrisponde sempre a un’attesa
ma si compie
nell’istante. Di quale tempo?
Mi fa tremare le ossa
l’innamoramento precoce
di ciò che resta:
Io, in silenzio, da sola

(Cecilia Martino, tratto da “Solstizio poetico” – Dicembre 2016)

Fonte: http://ilmestieredeldare.blogspot.it/2017/05/cosa-rimane-della-vita-cio-che-resta-e.html

Sri Tathata, un libro aperto sull’Universo

Chi è Sri Tathata? Tathata, maestro vivente nato in Kerala, nel Sud dell’India, è un libro aperto sull’Universo.

Articolo pubblicato su www.chandrasurya.net il 1 Agosto 2015

Bastano gli occhi, quello sguardo proteso sull’infinito, uno sguardo senza fondo né appigli, che attinge a tutta la Bellezza del mondo, che trasborda di amore e sembra urlare, placido, un boato di compassione universale. Tathata vuol dire “perfezione assoluta” e la perfezione è un processo intrinseco allo sviluppo della vita, all’evoluzione che tende sempre al suo fine più alto. Vivere secondo Natura, ricordandosi cioè di questo scopo evolutivo supremo, è il Dharma. Dharma è accordarsi con le leggi cosmiche di progresso in tutte le sue fasi (creazione, mantenimento, distruzione, riposo, ri-creazione), è portare la vita al suo compimento massimo, cioè consentire la manifestazione divina (il fine superiore, il lato invisibile del visibile) in ogni cosa. Cominciando da noi, ovviamente.

Sri Tathata

L’aspirazione che ci può supportare nel passaggio evolutivo proprio dell’era che stiamo vivendo, è quella di portare allo sviluppo massimo le nostre facoltà mentali innescando la Consapevolezza in ogni processo che ci riguarda e a tutti i livelli (fisico, mentale, emotivo, spirituale). Non basta avere una mente che ci distingue dagli animali; questo è stato il grande passo evolutivo dell’era precedente. Ora è il momento di andare oltre, oltre persino alla mente stessa, oltre persino all’uomo stesso. Il tempo dell’“Uomo oltre l’Uomo” di nietzschana memoria e dell’Overmind, la “Supermente” di cui parlava Sri Aurobindo, il più grande maestro e filosofo indiano del XX secolo con cui Tathata ha non poche affinità. Questo passaggio, ovviamente, non può essere compiuto né dall’Io Individuale, né dalla personalità egoica, ma dall’Io Superiore, quell’Intelligenza intuitiva e creativa, quel maestro interiore (Aurobindo lo chiama essere psichico, Tathata lo chiama mahas), quell’anima scalpitante che chiede solo di essere ascoltata e che, indovinate dove risiede? Al centro del nostro petto, nel Cuore, il Sentiero di Mezzo che integra l’alto (spirituale) e il basso (materiale) portando a compimento lo sviluppo, appunto, dell’Uomo Integrale. Tathata, come molti maestri, parla di Insight, visione dall’interno.

Aurobindo e Tathata
Da sinistra a destra: Sri Aurobindo e Sri Tathata

E come si fa ad accedere a questo beatifico serbatoio di ispirazione e grazia senza filtri mentali da cui ricavare un flusso inarrestabile di energia, beatitudine e abbondanza? Innanzi tutto, bisogna volerlo (il potere dell’aspirazione, tapas, fuoco spirituale) e simultaneamente avere il coraggio di aprirsi totalmente. Sembra una banalità, ma se non apriamo la porta, quello che c’è dietro la porta non può entrare. Spesso crediamo di essere in uno stato di apertura, invece siamo timorosi e attaccati così profondamente alle consuetudini (le famose “zone di comfort”), che riusciamo solo in minima parte a percepire cosa c’è dietro la porta.

Cecilia Sri Tathata
Satsang a Roma, 25-26 Luglio 2015

Se resistiamo al movimento che vuole farci crescere (perché non c’è altra certezza nella vita che questa: il cambiamento), sperimentiamo dolore e blocchiamo il naturale anelito evolutivo che si compie attraverso di noi. Noi siamo gli strumenti dell’evoluzione della Natura e dell’Universo, solo di questo dobbiamo assumerci pienamente la responsabilità. Non siamo ospiti per caso in questo piano di esistenza che ci troviamo a sperimentare, siamo agenti proattivi della trasformazione del mondo. In questo consiste la vera spiritualità, in un’occasione di crescita, non in un dogma o in un sistema di credenze (pur spirituali che siano). In questo consiste lo Yoga, non nel sapersi mettere a testa in giù e rimanerci per ore. Come Tathata ama ripetere spesso:

“ Yoga è vita e la vita è Yoga”

Lo Yoga, l’Unione con la Coscienza Universale, è una Presenza, è un’esperienza di espansione da incrementare complessivamente, è un viaggio. E più si viaggia leggeri, più si va veloci. Più si mollano le zavorre di automatismi e schemi limitanti, più ci si diverte. Perché in questo viaggio, non c’è nulla di austero. E nuovamente, l’eco delle parole di Aurobindo

“Che tutto in te sia gioia, questa è la tua meta”

Aurobindo e Tathata
Da sinistra a destra: Sri Aurobindo e Sri Tathata

Non ritirarti dal mondo, agisci nel mondo” è uno dei precetti dei Dharma Sutra di Tathata nonché la base dello yoga integrale di Sri Aurobindo il cui attivismo culturale, politico e sociale lo portò a sperimentare una vita tutt’altro che ascetica. Solo che, quando si entra in connessione con il flusso di energia cosmica (divina, spirituale, universale come ci piace più chiamarla, ma tanto esiste al di là di ogni definizione!), non sei più tu che agisci, ma lei attraverso di te, e dunque non c’è più attrito nemmeno di fronte alle difficoltà. Perché, affidandosi totalmente (Surrender, altra parola magica di Aurobindo e Tathata), niente alla fine ci appartiene più, e tutto scorre. Tutto va come deve andare, né più né meno. C’è in questo atto del Surrender, resa totale e abbandono, tutta la grandezza propria degli ossimori, perché è un morire (si sacrifica la personalità, si muore all’Ego, si svanisce nel darsi totalmente senza attaccamenti) e un rinascere a nuova vita. Una vita definitivamente libera.

Satsang e Iniziazione Dharma Snana, Roma, 26 Luglio 2015
Satsang e Iniziazione Dharma Snana, Roma, 26 Luglio 2015

“Quando il ricercatore spirituale riesce a collegarsi alla Coscienza Universale, la Presenza discende su di lui e, nel contempo, sulla Madre Terra. La Presenza spirituale rende completa sia la vita spirituale che la vita nel mondo. Il segreto di ogni cosa è in relazione con questa verità e l’accesso all’incommensurabile ricchezza dalla quale dovremmo poter attingere ne dipende.”
(Sri Tathata)

“Per uscire dall’ego serve la forza di volontà, piuttosto che l’atteggiamento. Bisogna volerlo. E il mezzo più sicuro è darsi al Divino. Non tentare di attirare a sé il Divino, ma darsi.”
(Sri Aurobindo)

Fonte: http://www.chandrasurya.net/2015/08/sri-tathata-yoga-e-vita-e-la-vita-e-yoga/

Elogio della lentezza. Lumache Zen e Luis Sepulveda

Incontro con Luis Sepulveda al Salone Internazionale del Libro di Torino

Articolo pubblicato su QUANTIC MAGAZINE il 15 Maggio 2014

Ho incontrato Luis Sepulveda al Salone Internazionale del Libro di Torino, gli ho stretto la mano sussurrandogli un mio personale ringraziamento nella sua lingua madre, lui se l’è poggiata sul cuore e mi ha ringraziato a sua volta, firmando la copia del nuovo libro che avevo appena acquistato (“Un’idea di felicità”, scritto insieme al patron di Slow Food, Carlo Petrini). Poi, apro una pagina a caso e inizio a sottolineare, mentre scintille di gratitudine e ispirazione mi scoppiettano dentro come quando si accende un timido fuoco sulla legna per un falò in riva al mare e i primi strepitii delle fiamme ti fanno sentire a casa, al sicuro, al caldo. Come una lumaca nel proprio guscio. Già, come una lumaca …

Lumaca guscio blu spirale

“Facendo ricerche sul tema – scrive Sepúlveda – ho scoperto che in tanti diversi contesti etnici la lumaca è simbolo di equilibrio. Perché la lumaca possiede il giusto, solamente il giusto. Ha lo spazio esatto in cui abitare, il suo esoscheletro: se deve crescere di due millimetri il suo esoscheletro cresce di due millimetri, non di più”.

Ed è ermafrodita, penso subitaneamente, dunque basta a se stessa nella maniera più totale, ha in sé un equilibrio difficilmente riscontrabile in altri animali, la sua lentezza è saggezza, presenza, umiltà. Comprende in sé l’elemento maschile e quello femminile, ha il giusto senso della misura e del limite perché la sua casa se la porta sempre dietro, dunque, non ha interesse ad accumulare, vive del necessario, il superfluo potrebbe esserle fatale. Immediatamente intuisco la grandezza dell’insegnamento di questo esserino strisciante e della sua proverbiale lentezza. Mai come in questi tempi di velocizzazione di tutto, di ritmi frenetici e di connettività 24 ore su 24, l’insegnamento della lumaca andrebbe interiorizzato e praticato.

Lumaca e statua

La lentezza non è pigrizia, è attenzione e presenza. È propedeutica a qualsiasi pratica spirituale, di risveglio o di autorealizzazione che dir si voglia: mangiare lentamente, respirare lentamente, parlare lentamente… non c’è testo a tema evoluzione personale che in qualche punto non tiri fuori l’aggettivo lentamente. La lumaca è un grande maestro zen. Non ha mai fretta, gode di quello che ha, molto semplicemente. Racchiude in sé la sintesi delle polarità sessuali, una fusione di maschile e femminile che chiunque dovrebbe potenziare interiormente, prima ancora di andare in cerca dell’anima gemella fuori di sé.

Ed ecco, di nuovo le parole di Sepúlveda a farmi da eco:

“La vita è breve, buona, e c’è un diritto fondamentale: il diritto alla felicità. Che non si manifesta e non si deve confondere con una sorta di diritto naturale a diventare ricco, o a soverchiare gli altri. Parliamo di un’altra felicità. Delle soddisfazioni piccole, che però valgono molto”.

Nella lentezza c’è il gusto di assaporare la vita, di accorgersi dei dettagli, di vivere nel presente passo dopo passo. Nella lentezza non c’è paura, c’è fiducia e assennatezza e c’è attenzione, il principale veicolo catalizzatore di energia di cui possiamo disporre: “l’energia scorre dove si focalizza l’attenzione” – recita un detto hawaiano a cui fanno eco molte massime esoteriche – e se l’intento abbraccia tutto il corpo, ne beneficia ogni singola cellula. In tal senso, la lumaca è un accumulatore energetico senza pari. La sua casa, il suo rifugio è letteralmente in lei e sempre con lei. Ed ecco un altro insegnamento meraviglioso: imparare a prendere dimora in noi stessi, fare del nostro Sé il nostro unico rifugio, l’inizio e la fine di ogni spostamento e tenerlo libero il più possibile da cose inutili sia in termini “immateriali” (pensieri ridondanti, preoccupazioni, emotività smisurata etc.) sia nel senso concreto di possedimenti, accumulazione, consumismo …

Lumaca filo erba natura

Rimaniamo leggeri, non appesantiamo la nostra casa (il nostro Sé) di futilità, proviamo a fare questo esercizio di smaltimento, anche solo mentalmente, per qualche giorno. Facciamo finta di essere lumache che si portano dietro la propria casa ogni minuto e chiediamoci, con sincerità: cosa è davvero necessario per me? E poi, di tutto il resto, facciamo piazza pulita. Con gioia, senza attaccamento.
Il ritmo (e la qualità) della nostra vita cambierà inesorabilmente.

“Fermati, come il cavallo che percepisce l’abisso”
(Vladimir Majakovskij)

Lumaca giardino

Letture consigliate
“Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” di Luis Sepúlveda
“Un’idea di felicità” di Luis Sepúlveda e Carlo Petrini
“Elogio della Lentezza” di Lothar Seiwert

Fonte: http://quanticmagazine.com/archives/15/05/2014/elogio-della-lentezza-lumache-zen-e-luis-sepulveda/

E’ tempo di co-evoluzione. Intervista a Monica Simionato, antropologa esperta di Intelligenza emozionale

Vuoi trasformarti in un newgoziatore, in una newgoziatrice? Ecco cosa significa e perché ne vale la pena.

Intervista pubblicata su QUANTIC MAGAZINE l’8 Dicembre 2017

Negoziazione è un processo etico e elegante
di decisioni razionali e collaborative
che hanno per scopo un beneficio mutuo”
(Yann Duzert, 2009)

Se non avete mai sentito parlare di newgoziazione, è appena uscito un libro che apre un mondo sull’argomento, nel vero senso della parola: apre un mondo in quanto svela una nuova visione riguardo alla possibilità di migliorare la qualità delle relazioni che intratteniamo, e non solo negli ambienti di lavoro. E lo fa con piglio scientifico e insieme afflato poetico, cosicché ci si imbatterà piacevolmente in statistiche, case history e grafici non meno che in pillole di saggezza dalle suggestioni filosofiche quali il Ma giapponese (il momento del silenzio per pensare e stare in armonia con gli altri) o il kairos degli antichi greci (il momento certo per fare qualcosa). Si avrà la possibilità di comprendere quale modalità di comunicazione predomina nei nostri scambi interpersonali, se quella dettata dalla paura e dal controllo o quella ispirata all’ascolto della parte più intuitiva ed empatica del nostro sistema corpo-mente e quanto la produzione di ormoni influenzi tali modalità. Avete mai pensato cosa succede se nel vostro organismo circola più serotonina invece che adrenalina, testosterone invece che steroidi o estrogeni? L’estro visionario che è in voi, ad esempio, potrebbe essere sopraffatto da un eccessivo senso di controllo e, con esso, la libertà di esprimere al meglio le vostre potenzialità. Vi sentite più imprenditori o visionari, controllori o innovatori?

Monica Simionato
Monica Simionato

Ne parliamo direttamente con Monica Simionato, co-autrice del libro insieme a Yann Duzert, uno dei maggiori esperti del mondo in negoziazione. Il libro si intitola “Newgoziazione. La neuroscienza della negoziazione“, edito da Franco Angeli. Monica lavora come antropologa esperta di Intelligenza emozionale applicata alla Leadership in organizzazioni internazionali.

D: “Possiamo dire che Newgoziazione è una scuola di vita, il cammino verso il successo”. Monica, qual è la tua definizione di “successo”?

R: Direi che è una forma di pace interiore, di benessere personale. Il che non vuol dire che vivo nel mio eremo in cima alla collina. Successo, nei tempi attuali, osservando quello che sta succedendo nel mondo, deve essere una postura attiva di mediazione, facilitazione e appunto negoziazione. Tutto questo lo abbiamo sintetizzato in Newgoziazione.

D: Tu sviluppi da anni programmi di Leadership emozionale per imprese internazionali. Nel libro un’ampia parte è dedicata proprio alla conoscenza delle diverse sfumature emozionali, una sorta di tassonomia delle emozioni. Parlaci della loro importanza, o meglio, dell’importanza di saperle riconoscere, giusto?

R: Assolutamente! Questo soggetto è cruciale soprattutto per gli adulti di oggi, che in generale non hanno avuto nessun aiuto di consapevolezza. Ovvio che ci sono persone illuminate che da sole raggiungono la consapevolezza. Ma mi riferisco a programmi educativi che trasmettono ai bambini le competenze basiche di Intelligenza emozionale. Basta leggere i giornali e guardare come molti capi di stato governino per accorgersi che siamo in balia di bambini capricciosi, dispettosi e rancorosi. Un leader che si comporta nel modo descritto è completamente pernicioso per tutto il genere umano, porta a inutili sofferenze. Guerre civili, sociali e transnazionali.

D: Come si sposa la competizione, l’invito all’azione vincente, la progettualità razionale care al processo di Newgoziazione con attitudini – auspicabili in una cultura dominata da eccessi di “ansia da prestazione” – quali pace, compassione, pazienza, ascolto ricettivo, empatia?

R: Qui risiede la rivoluzionaria interpretazione di Newgoziazione. Non è necessario essere competitivi. Se fai un buon lavoro di Newgoziazione, allora vinci automaticamente e molto. Senza essere competitivo o scorretto.

D: Nel libro i consigli pratici sono messi a sostegno di una una visione di fondo che vorrebbe farsi promotrice di una nuova mentalità: quella di co-evoluzione o corresponsabilità. Dicci qualcosa in più…

R: Esatto! Se il mondo scoppia, ne è affetto anche il commerciante del villaggio di montagna, la casalinga, il manager, la presidente di impresa. Per questo dobbiamo tutti svegliarci. E uso svegliarci anche in senso spirituale, come il simbolo sanscrito della OM evoca: uscire dal sonno dell’incoscienza, della non Consapevolezza. Dobbiamo svegliarci e svegliare gli altri. Altrimenti siamo tutti fritti, nel giro di qualche anno.

D: Mi dilungo un momento in un inciso, partendo da questo brano che estrapolo direttamente dal libro

“La fotografia del mondo di oggi è complessa e complicata. Le persone confondono lo scambiarsi foto con la creazione di vincolo e fiducia, non percepiscono che la solitudine cresce, con la fittizia pressione di fare o risparmiare denaro, essere più produttivi a lavoro, creando nuovi bisogni. Lo sguardo è freddo, ognuno resta giovane e bello, e così la gente diventa dipendente di piattaforme sociali e relazioni virtuali. Al suono del messaggio di WhatsApp il cervello produce una sostanza gratificante. E così la vita sociale sembra più gradevole, meno costosa per tempo e denaro, la gente si sente protetta e collegata da smartphone. Tuttavia è illusorio: la raccolta di amici come una collezione di francobolli non funziona. La sensazione principale della persona è più simbolica che reale, come essere popolare e potente – quando si dispone di più di un migliaio di amici su Facebook e non ci si rende conto della differenza tra quantità e qualità dei veri amici”

E’ questo un tema cruciale a cui anche io personalmente, nell’ambito della mia formazione universitaria, avevo prestato particolare attenzione già agli albori della nascita di Internet sviscerando il paradosso implicito nel fatto che una qualsiasi cosa, portata all’eccesso, muta nel suo contrario. Così – scrivevo nel libro “Comunità mediatiche, il sacro e il profano delle nuove tribù tecnologiche” edito da Bulzoni nel 2002 – :

“l’eccessiva presenza di strumenti per comunicare porta in realtà ad un vuoto che della comunicazione ne priva l’essenza: il contenuto. La smaterializzazione che la nuova tecnologia digitale ha causato nel campo della circolazione delle informazioni, e non solo quelle, si estende infatti anche al livello sociale offrendo (o infliggendo?) all’uomo una dimensione esistenziale in cui l’apparenza (l’estetica e la finzione) acquista, anzi riacquista (come nelle tradizionali società primitive, ma con una connotazione più negativa), un ruolo predominante“

A distanza di 15 anni, sembra che la stessa domanda sia ancora più urgente, viste le dimensioni assunte dal fenomeno della virtualità relazionale e si può ben dire che in questo libro si trovi più di una risposta a tale quesito vitale: come re-inventare il rapporto moderno nell’era dello scambio digitale.

Solo apparentemente dunque, il libro può sembrare un testo per soli “addetti ai lavori”, manager o donne e uomini in affari. Le considerazioni, le motivazioni, i consigli e gli strumenti offerti possono essere considerati alla stregua di un manuale utile a tutti e benefico per le nuove generazioni, in fondo quelle più “a rischio” in quanto già completamente immerse nelle nuove tecnologie e nell’onnipresenza del digitale nei loro scambi interpersonali.

D: Monica, tu a chi consiglieresti, in particolare, la lettura del vostro libro?

R: Abbiamo scritto il libro per un pubblico vasto, usando un linguaggio accessibile anche a chi non lavora nelle organizzazioni, perché in una certa misura, tutti facciamo parte di gruppi. Tutti possono beneficiare di queste riflessioni che, oltre a fornire pane per la mente, offrono anche tecniche pratiche e consigli che si possono utilizzare subito!

D: Domanda secca, risposta secca: perché vale la pena diventare un newgoziatore?

R: Per stare meglio, per essere più felice e per la responsabilità sociale che tutti noi abbiamo nei confronti dell’umanità.

D: Un’ultima domanda con sfumature volutamente provocatorie ma necessarie al fine di rompere molti pregiudizi legati al tema soldi e spiritualità. Quanto aiuta ragionare in termini di vantaggi o svantaggi nell’ottica – che può sembrare diametralmente opposta per chi percorre un cammino di ricerca interiore – di un dare incondizionato senza eccessiva preoccupazione dei risultati o benefici personali?

R: Cecilia, i soldi non danno la felicità, ma sono un mezzo. Non sono in contrasto con la spiritualità. Quello che contrasta con la spiritualità è l’attaccamento. E tutti i grandi Maestri concordano. Molte persone non capiscono la differenza. Pensano che i ricchi siano tutti cattivi. Invece ci sono anche poveri cattivi. Il benessere personale deve sempre essere complice del benessere sociale. Se la mia comunità sta male, c’è qualcosa che non torna. Nelle mie conferenze uso il test delle domande del quadrifoglio.

Bisogna rispondere onestamente a queste 4 domande. Quello che sto facendo mi fa bene? Se la risposta è sì allora posso continuare con la seconda domanda. Quello che sto facendo fa bene al mio vicino o collega o amico o familiare? Se la risposta è si, allora continuo con la terza domanda. Quello che sto facendo fa bene ala comunità dove sono inserito? Se la risposta è sì, allora continuo con la quarta domanda. Quello che sto facendo fa bene, oppure non ha impatto negativo, all’umanità in genere? Se la risposta di nuovo e finalmente è si, allora va bene, sto agendo in forma etica e spirituale. Se tra le risposte alle domande del quadrifoglio compare un no, allora devo rivedere e cambiare azioni. Vivere sulla Terra è solo una esperienza, ma quello che produciamo in termini di benessere psicosociale rimane per sempre.

Fonte: http://quanticmagazine.com/archives/08/12/2017/e-tempo-di-co-evoluzione-intervista-a-monica-simionato-antropologa-esperta-di-intelligenza-emozionale-co-autrice-del-libro-newgoziazione-la-neuroscienza-della-negoziazione/

Copertina Libro Newgoziazione

Il “distillatore della luce” Marco Pighin nella Taiga siberiana

Distillare l’essenza del cuore del mondo. Aromaterapia e geofilosofia dell’Heartland siberiano

Articolo pubblicato su QUANTIC MAGAZINE il  16 Maggio 2017

Un viaggio con il “distillatore della luce” Marco Pighin nella Taiga siberiana, cuore pulsante di forze vitali incontaminate, acceleratrici del destino evolutivo dell’umanità. Abbiamo incontrato Marco a Levice, nella Langa piemontese, dove ha fatto tappa con la sua conferenza itinerante dal titolo “Distillare l’essenza del cuore del mondo. Aromaterapia e geofilosofia dell’Heartland siberiano”, traghettandoci con grande sapienza, poesia e cura in un mondo magico intriso di profumi di abeti e cedri siberiani, betulle e artemisie … legna da spaccare, braci da alimentare con il fuoco letterale e metaforico della passione a meno cinquanta gradi di temperatura.

Marco Pighin
Marco Pighin

Reporter specializzato nella documentazione dell’ex spazio sovietico, Marco ha lavorato per più di un decennio come fotogiornalista per le maggiori riviste italiane ed estere fino a che l’approdo nell’Heartland siberiano – dove vive da diversi anni – sollecita una svolta nella sua vita. La Siberia è una delle poche aree geografiche del pianeta a non aver conosciuto colonizzazioni sanguinose, guerre, inquinamento e sfruttamento industriale. Uno spazio geografico talmente sconfinato da apparire come l’ultimo rifugio veramente incontaminato del pianeta, portatore di una memoria pura che non è stata mai intaccata dalle tragedie della modernità. Secondo molte tradizioni, la Siberia centromeridionale rappresenta il “Cuore della Terra”, ovvero il centro sacrale e propulsivo della Russia-Eurasia. Inoltre, a voler misurare il centro esatto dell’Asia (continente da sempre culla di spiritualità e misticismo), come ci fa notare lo stesso Marco, geograficamente il punto ricade proprio in quest’area.

Siberia Altaj panorama

Entrando profondamente in contatto con lo spirito speciale di questo luogo connotato da un forte ruolo messianico, elevatore, rigeneratore, creativo e creatore di una nuova specie di umanità (una “speciazione” tra l’altro già in atto che se ne sia consapevoli oppure no), Marco va incontro al suo destino e lo sposa con tutto l’entusiasmo di chi sa accogliere le chiamate inequivocabili dell’anima, seppur non senza iniziali difficoltà, non ultima la costruzione della sua distilleria da solo.

Un filo d’oro comunque sembra legare la trama della sua attività: la luce. Da fotografo a distillatore. Dalla camera oscura del negativo fotografico all’estrazione degli oli essenziali, dove la cattura della luce avviene su altri livelli per così dire “invisibili”. Ma – come sottolinea Marco – in realtà “l’esoterismo non esiste, siamo noi che abbiamo perso la capacità di vedere, è tutto rivelato!

Taiga russa panorama
Taiga russa panorama

La luce che Marco distilla è lo spirito tellurico siberiano con tutta la sua forza vitale, che trasuda dagli oli essenziali e Marco lo fa con un procedimento che sposa tutta la lentezza necessaria al compimento di un rituale… Solo questo basterebbe a conclamare la extra-ordinarietà degli oli di sua produzione. Niente a che vedere con le dinamiche accelerative di processi industriali dove vige la regola economica del “minimo sforzo massimo risultato”. Apro subito questa parentesi, perché lo trovo uno dei passaggi più importanti, nonché poetici, della conferenza di Marco. L’uomo non è fatto per servire, ma per creare, ragion per cui la legge economica/produttiva del “minimo sforzo massimo risultato” non vale sui piani della legge spirituale/creativa: ve lo immaginate un Raffaello, un Michelangelo o un Donatello nel loro pieno estro creativo a pensare di doversi dare di meno per guadagnare di più! Creare secondo l’armonia delle leggi dell’anima implica piuttosto un grande sforzo, che poi sforzo realmente non è: è aspirazione, dedizione, totale abbandono al momento fecondo dell’Opera creativa che si sta compiendo attraverso l’Uomo e di cui l’Uomo si fa portatore morendo totalmente al suo ego e dandosi allo spirito che partecipa al compimento di ciò che attraverso di lui deve compiersi.

Altaj Siberia panorama
Siberia, panorama Altaj

Se ti apri allo spirito, lo spirito arriva. Se ti chiudi, se ne va” ci ripete spesso Marco, e ciò che arriva dopo l’apertura non lo puoi controllare o almeno, non dovresti. Non lo puoi né sollecitare né rallentare in base a ragionamenti, calcoli di profitto, aspettative di successo o quant’altro la mente suggerisce. Puoi solo accoglierlo e alimentarlo con l’ardore della passione, della fede, dell’abbandono, dello stupore, del puro piacere di creare – tutte attitudini queste, che fanno capo al cuore. Proprio da lì inizia il patto animico e si compie qualsiasi tipo di trasmutazione. Che altro è la morte mistica se non questo? Morte ciclica come le stagioni, abisso che innalza, forza riparatrice, simboleggiata nemmeno troppo velatamente dall’elemento fuoco che arde, incenerisce e rigenera per dare spazio al nuovo. Quel fuoco che Marco e i suoi compagni di distillazione celebrano, ringraziano, “servono” in ogni minuzioso, lento e lungo passaggio che condurrà all’estrazione finale dell’essenza “risorta” degli oli. Risorta nel vero senso della parola come scoprirete continuando a leggere.

Fiamma fuoco focolare

È a dir poco affascinante ascoltare le parole di Marco mentre disegna sul foglio la sagoma della sua Distillatrice paragonandola alla Levatrice che amorevolmente si prenderà cura del Nascituro – l’olio essenziale, il Figlio – il quale, prima di giungere a compimento, perirà dapprima sotto la morsa devastante del Fuoco. Il calore, infatti, uccide l’olio essenziale e quello che viene raccolto alla prima botta è un olio essenzialmente morto “se lo annusate, sa di minestrone!” ci racconta Marco. Questo “minestrone” però, viene poi riposto in quelle che a Marco piace chiamare le Catacombe, immaginiamole pure come una sorta di cantine buie e fredde. Bene, in queste “caverne” avviene la trasmutazione, la rinascita, la resurrezione dell’olio essenziale. Dopo qualche giorno, o settimana, dipende dagli oli, l’essenza resuscita e… il minestrone diventa ambrosia. Un balsamo dalle molteplici sfumature olfattive che si porta dietro tutta la forza spirituale di un processo che emula nemmeno troppo velatamente la passione cristica e il processo alchemico.

È questa la luce da cui siamo partiti, il vero distillato di cui Marco si fa portatore con il suo progetto. Un progetto che è ben più complesso di quanto si possa racchiudere in poche righe e che, tuttavia, vale la pena anche solo sapere che esiste. Un progetto che, facendo appositamente leva solo sul passaparola, sta portando Marco in giro per l’Italia con uno storico di conferenze, presentazioni, workshop, crowdfunding, già arrivato a oltre 200 eventi. Un progetto che getta un ponte tra la Siberia e la nostra civiltà allo scopo di sollecitare una Consapevolezza che preme per essere accolta e si propone di farlo grazie alla “spinta” propulsiva di quel centro sacrale del mondo che ha nome Siberia.

Sappiamo quanto l’inconscio individuale e collettivo sia forgiato dallo spirito dei luoghi: immaginiamo l’intimo di un essere vivente che passa tutto il suo tempo immerso in panorami sconfinati ricoperti per la maggior parte dell’anno solo di neve, neve… silenzio, bianco, luce riflessa, purezza, vuoto, trasparenza… A quale intimità sarà maggiormente avvezzo se non a quella dell’anima, di dio, dell’assoluto!

Come in alto, così in basso” (e come dentro così fuori) – non può che finire a citare Ermete Trismegisto Marco Pighin, ma anche Tolstoj e Dostoevskij, Steiner e Dahlke (autore insieme a Thorwald Dethlefsen del libro “Malattia e Destino”), Carl Schmitt con il suo “Terra e mare” (terra e mare … due elementi, due forze naturali, due spazi vitali che determinano la vita dell’uomo…), e Zoroastro nell’apoteosi catartica del sacro fuoco quale maestro supremo che incarna il principio creatore per eccellenza. Una danza di elementi che rimbomba di archetipi e miti molto lontani, longevi, ancestrali… e che la meditazione aromatica con gli oli essenziali scaturiti dalla scintilla spirituale del genius loci siberiano, può aiutare a risvegliare, potenziando tutte le latenti facoltà di guarigione insite nel corpo-anima.

Courtesy of Marco Pighin
Courtesy of Marco Pighin

Tra gli oli essenziali che Marco produce e presenta durante le conferenze condividendo la sua pionieristica idea di commercializzazione per il breve periodo in cui rimane in Italia prima di tornare nel piccolo villaggio siberiano dove vive, due tra i più prestigiosi sono senz’altro l’abete e il cedro.

L’Abies Sibirica è un abete che cresce in Siberia, raggiunge i 40 metri di altezza e sopravvive a temperature che superano i – 50 gradi. Quest’olio di altissima qualità viene distillato in una delle più pure e incontaminate regioni del pianeta, la Taiga dei monti Sayani vicino ai confini con la Mongolia. Un olio purissimo e introvabile nel mercato. La sua essenza è la perfetta sintesi delle qualità che la natura può sviluppare nel freddo più intenso: le sue qualità ci portano un calore che è passato attraverso il gelo siberiano, un calore che nasce da una profonda interiorizzazione. Ecco perché quest’olio agevola l’introspezione e il più profondo radicamento trasformando la debolezza in forza, acuendo la vista verso gli aspetti invisibili, spirituali della realtà e verso il raggiungimento della missione dell’anima narrandoci il significato occulto di “cuore del mondo”.

Il Cedro Siberiano è un pino considerato dalle popolazioni indigene la pianta più sacra e importante in quanto è un ricettore e accumulatore di forze cosmiche. Quest’olio essenziale è il più pregiato fra gli oli di pino siberiani.

Tra le altre essenze distillate da Marco, ci sono il Pino Silvestre, la Corteccia di Betulla, l’Iperico, l’Artemisia, il Cumino Carvi-Fioiri, la Picea Obovata. Questi oli essenziali possono venire utilizzati – oltre che nelle maniere più tradizionali (con gli infusori, per massaggi etc.) – anche e soprattutto con quelle che Marco chiama “meditazioni aromatiche”. In questo modo si entra più profondamente in contatto con lo spirito dell’olio lasciando che sopraggiungano intuizioni, visioni, immagini, o tutto quello che lo spirito vorrà indicarci facilitando guarigioni spontanee là dove sia necessario. Non si tratta di panacee o di oli miracolosi beninteso. Il requisito imprescindibile per accostarsi ad essi – così come in qualsiasi dialogo con l’anima – è la Consapevolezza. La vera medicina è questa, ritornare a dialogare con lo spirito.

Per contattare Marco Pighin: marcopighin@gmail.com

Fonte: http://quanticmagazine.com/archives/16/05/2017/distillare-lessenza-del-cuore-del-mondo-aromaterapia-e-geofilosofia-dellheartland-siberiano/