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Libri, saggi, pubblicazioni di Cecilia Martino, e non solo …

Elogio della lentezza. Lumache Zen e Luis Sepulveda

Incontro con Luis Sepulveda al Salone Internazionale del Libro di Torino

Articolo pubblicato su QUANTIC MAGAZINE il 15 Maggio 2014

Ho incontrato Luis Sepulveda al Salone Internazionale del Libro di Torino, gli ho stretto la mano sussurrandogli un mio personale ringraziamento nella sua lingua madre, lui se l’è poggiata sul cuore e mi ha ringraziato a sua volta, firmando la copia del nuovo libro che avevo appena acquistato (“Un’idea di felicità”, scritto insieme al patron di Slow Food, Carlo Petrini). Poi, apro una pagina a caso e inizio a sottolineare, mentre scintille di gratitudine e ispirazione mi scoppiettano dentro come quando si accende un timido fuoco sulla legna per un falò in riva al mare e i primi strepitii delle fiamme ti fanno sentire a casa, al sicuro, al caldo. Come una lumaca nel proprio guscio. Già, come una lumaca …

Lumaca guscio blu spirale

“Facendo ricerche sul tema – scrive Sepúlveda – ho scoperto che in tanti diversi contesti etnici la lumaca è simbolo di equilibrio. Perché la lumaca possiede il giusto, solamente il giusto. Ha lo spazio esatto in cui abitare, il suo esoscheletro: se deve crescere di due millimetri il suo esoscheletro cresce di due millimetri, non di più”.

Ed è ermafrodita, penso subitaneamente, dunque basta a se stessa nella maniera più totale, ha in sé un equilibrio difficilmente riscontrabile in altri animali, la sua lentezza è saggezza, presenza, umiltà. Comprende in sé l’elemento maschile e quello femminile, ha il giusto senso della misura e del limite perché la sua casa se la porta sempre dietro, dunque, non ha interesse ad accumulare, vive del necessario, il superfluo potrebbe esserle fatale. Immediatamente intuisco la grandezza dell’insegnamento di questo esserino strisciante e della sua proverbiale lentezza. Mai come in questi tempi di velocizzazione di tutto, di ritmi frenetici e di connettività 24 ore su 24, l’insegnamento della lumaca andrebbe interiorizzato e praticato.

Lumaca e statua

La lentezza non è pigrizia, è attenzione e presenza. È propedeutica a qualsiasi pratica spirituale, di risveglio o di autorealizzazione che dir si voglia: mangiare lentamente, respirare lentamente, parlare lentamente… non c’è testo a tema evoluzione personale che in qualche punto non tiri fuori l’aggettivo lentamente. La lumaca è un grande maestro zen. Non ha mai fretta, gode di quello che ha, molto semplicemente. Racchiude in sé la sintesi delle polarità sessuali, una fusione di maschile e femminile che chiunque dovrebbe potenziare interiormente, prima ancora di andare in cerca dell’anima gemella fuori di sé.

Ed ecco, di nuovo le parole di Sepúlveda a farmi da eco:

“La vita è breve, buona, e c’è un diritto fondamentale: il diritto alla felicità. Che non si manifesta e non si deve confondere con una sorta di diritto naturale a diventare ricco, o a soverchiare gli altri. Parliamo di un’altra felicità. Delle soddisfazioni piccole, che però valgono molto”.

Nella lentezza c’è il gusto di assaporare la vita, di accorgersi dei dettagli, di vivere nel presente passo dopo passo. Nella lentezza non c’è paura, c’è fiducia e assennatezza e c’è attenzione, il principale veicolo catalizzatore di energia di cui possiamo disporre: “l’energia scorre dove si focalizza l’attenzione” – recita un detto hawaiano a cui fanno eco molte massime esoteriche – e se l’intento abbraccia tutto il corpo, ne beneficia ogni singola cellula. In tal senso, la lumaca è un accumulatore energetico senza pari. La sua casa, il suo rifugio è letteralmente in lei e sempre con lei. Ed ecco un altro insegnamento meraviglioso: imparare a prendere dimora in noi stessi, fare del nostro Sé il nostro unico rifugio, l’inizio e la fine di ogni spostamento e tenerlo libero il più possibile da cose inutili sia in termini “immateriali” (pensieri ridondanti, preoccupazioni, emotività smisurata etc.) sia nel senso concreto di possedimenti, accumulazione, consumismo …

Lumaca filo erba natura

Rimaniamo leggeri, non appesantiamo la nostra casa (il nostro Sé) di futilità, proviamo a fare questo esercizio di smaltimento, anche solo mentalmente, per qualche giorno. Facciamo finta di essere lumache che si portano dietro la propria casa ogni minuto e chiediamoci, con sincerità: cosa è davvero necessario per me? E poi, di tutto il resto, facciamo piazza pulita. Con gioia, senza attaccamento.
Il ritmo (e la qualità) della nostra vita cambierà inesorabilmente.

“Fermati, come il cavallo che percepisce l’abisso”
(Vladimir Majakovskij)

Lumaca giardino

Letture consigliate
“Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” di Luis Sepúlveda
“Un’idea di felicità” di Luis Sepúlveda e Carlo Petrini
“Elogio della Lentezza” di Lothar Seiwert

Fonte: http://quanticmagazine.com/archives/15/05/2014/elogio-della-lentezza-lumache-zen-e-luis-sepulveda/

E’ tempo di co-evoluzione. Intervista a Monica Simionato, antropologa esperta di Intelligenza emozionale

Vuoi trasformarti in un newgoziatore, in una newgoziatrice? Ecco cosa significa e perché ne vale la pena.

Intervista pubblicata su QUANTIC MAGAZINE l’8 Dicembre 2017

Negoziazione è un processo etico e elegante
di decisioni razionali e collaborative
che hanno per scopo un beneficio mutuo”
(Yann Duzert, 2009)

Se non avete mai sentito parlare di newgoziazione, è appena uscito un libro che apre un mondo sull’argomento, nel vero senso della parola: apre un mondo in quanto svela una nuova visione riguardo alla possibilità di migliorare la qualità delle relazioni che intratteniamo, e non solo negli ambienti di lavoro. E lo fa con piglio scientifico e insieme afflato poetico, cosicché ci si imbatterà piacevolmente in statistiche, case history e grafici non meno che in pillole di saggezza dalle suggestioni filosofiche quali il Ma giapponese (il momento del silenzio per pensare e stare in armonia con gli altri) o il kairos degli antichi greci (il momento certo per fare qualcosa). Si avrà la possibilità di comprendere quale modalità di comunicazione predomina nei nostri scambi interpersonali, se quella dettata dalla paura e dal controllo o quella ispirata all’ascolto della parte più intuitiva ed empatica del nostro sistema corpo-mente e quanto la produzione di ormoni influenzi tali modalità. Avete mai pensato cosa succede se nel vostro organismo circola più serotonina invece che adrenalina, testosterone invece che steroidi o estrogeni? L’estro visionario che è in voi, ad esempio, potrebbe essere sopraffatto da un eccessivo senso di controllo e, con esso, la libertà di esprimere al meglio le vostre potenzialità. Vi sentite più imprenditori o visionari, controllori o innovatori?

Monica Simionato
Monica Simionato

Ne parliamo direttamente con Monica Simionato, co-autrice del libro insieme a Yann Duzert, uno dei maggiori esperti del mondo in negoziazione. Il libro si intitola “Newgoziazione. La neuroscienza della negoziazione“, edito da Franco Angeli. Monica lavora come antropologa esperta di Intelligenza emozionale applicata alla Leadership in organizzazioni internazionali.

D: “Possiamo dire che Newgoziazione è una scuola di vita, il cammino verso il successo”. Monica, qual è la tua definizione di “successo”?

R: Direi che è una forma di pace interiore, di benessere personale. Il che non vuol dire che vivo nel mio eremo in cima alla collina. Successo, nei tempi attuali, osservando quello che sta succedendo nel mondo, deve essere una postura attiva di mediazione, facilitazione e appunto negoziazione. Tutto questo lo abbiamo sintetizzato in Newgoziazione.

D: Tu sviluppi da anni programmi di Leadership emozionale per imprese internazionali. Nel libro un’ampia parte è dedicata proprio alla conoscenza delle diverse sfumature emozionali, una sorta di tassonomia delle emozioni. Parlaci della loro importanza, o meglio, dell’importanza di saperle riconoscere, giusto?

R: Assolutamente! Questo soggetto è cruciale soprattutto per gli adulti di oggi, che in generale non hanno avuto nessun aiuto di consapevolezza. Ovvio che ci sono persone illuminate che da sole raggiungono la consapevolezza. Ma mi riferisco a programmi educativi che trasmettono ai bambini le competenze basiche di Intelligenza emozionale. Basta leggere i giornali e guardare come molti capi di stato governino per accorgersi che siamo in balia di bambini capricciosi, dispettosi e rancorosi. Un leader che si comporta nel modo descritto è completamente pernicioso per tutto il genere umano, porta a inutili sofferenze. Guerre civili, sociali e transnazionali.

D: Come si sposa la competizione, l’invito all’azione vincente, la progettualità razionale care al processo di Newgoziazione con attitudini – auspicabili in una cultura dominata da eccessi di “ansia da prestazione” – quali pace, compassione, pazienza, ascolto ricettivo, empatia?

R: Qui risiede la rivoluzionaria interpretazione di Newgoziazione. Non è necessario essere competitivi. Se fai un buon lavoro di Newgoziazione, allora vinci automaticamente e molto. Senza essere competitivo o scorretto.

D: Nel libro i consigli pratici sono messi a sostegno di una una visione di fondo che vorrebbe farsi promotrice di una nuova mentalità: quella di co-evoluzione o corresponsabilità. Dicci qualcosa in più…

R: Esatto! Se il mondo scoppia, ne è affetto anche il commerciante del villaggio di montagna, la casalinga, il manager, la presidente di impresa. Per questo dobbiamo tutti svegliarci. E uso svegliarci anche in senso spirituale, come il simbolo sanscrito della OM evoca: uscire dal sonno dell’incoscienza, della non Consapevolezza. Dobbiamo svegliarci e svegliare gli altri. Altrimenti siamo tutti fritti, nel giro di qualche anno.

D: Mi dilungo un momento in un inciso, partendo da questo brano che estrapolo direttamente dal libro

“La fotografia del mondo di oggi è complessa e complicata. Le persone confondono lo scambiarsi foto con la creazione di vincolo e fiducia, non percepiscono che la solitudine cresce, con la fittizia pressione di fare o risparmiare denaro, essere più produttivi a lavoro, creando nuovi bisogni. Lo sguardo è freddo, ognuno resta giovane e bello, e così la gente diventa dipendente di piattaforme sociali e relazioni virtuali. Al suono del messaggio di WhatsApp il cervello produce una sostanza gratificante. E così la vita sociale sembra più gradevole, meno costosa per tempo e denaro, la gente si sente protetta e collegata da smartphone. Tuttavia è illusorio: la raccolta di amici come una collezione di francobolli non funziona. La sensazione principale della persona è più simbolica che reale, come essere popolare e potente – quando si dispone di più di un migliaio di amici su Facebook e non ci si rende conto della differenza tra quantità e qualità dei veri amici”

E’ questo un tema cruciale a cui anche io personalmente, nell’ambito della mia formazione universitaria, avevo prestato particolare attenzione già agli albori della nascita di Internet sviscerando il paradosso implicito nel fatto che una qualsiasi cosa, portata all’eccesso, muta nel suo contrario. Così – scrivevo nel libro “Comunità mediatiche, il sacro e il profano delle nuove tribù tecnologiche” edito da Bulzoni nel 2002 – :

“l’eccessiva presenza di strumenti per comunicare porta in realtà ad un vuoto che della comunicazione ne priva l’essenza: il contenuto. La smaterializzazione che la nuova tecnologia digitale ha causato nel campo della circolazione delle informazioni, e non solo quelle, si estende infatti anche al livello sociale offrendo (o infliggendo?) all’uomo una dimensione esistenziale in cui l’apparenza (l’estetica e la finzione) acquista, anzi riacquista (come nelle tradizionali società primitive, ma con una connotazione più negativa), un ruolo predominante“

A distanza di 15 anni, sembra che la stessa domanda sia ancora più urgente, viste le dimensioni assunte dal fenomeno della virtualità relazionale e si può ben dire che in questo libro si trovi più di una risposta a tale quesito vitale: come re-inventare il rapporto moderno nell’era dello scambio digitale.

Solo apparentemente dunque, il libro può sembrare un testo per soli “addetti ai lavori”, manager o donne e uomini in affari. Le considerazioni, le motivazioni, i consigli e gli strumenti offerti possono essere considerati alla stregua di un manuale utile a tutti e benefico per le nuove generazioni, in fondo quelle più “a rischio” in quanto già completamente immerse nelle nuove tecnologie e nell’onnipresenza del digitale nei loro scambi interpersonali.

D: Monica, tu a chi consiglieresti, in particolare, la lettura del vostro libro?

R: Abbiamo scritto il libro per un pubblico vasto, usando un linguaggio accessibile anche a chi non lavora nelle organizzazioni, perché in una certa misura, tutti facciamo parte di gruppi. Tutti possono beneficiare di queste riflessioni che, oltre a fornire pane per la mente, offrono anche tecniche pratiche e consigli che si possono utilizzare subito!

D: Domanda secca, risposta secca: perché vale la pena diventare un newgoziatore?

R: Per stare meglio, per essere più felice e per la responsabilità sociale che tutti noi abbiamo nei confronti dell’umanità.

D: Un’ultima domanda con sfumature volutamente provocatorie ma necessarie al fine di rompere molti pregiudizi legati al tema soldi e spiritualità. Quanto aiuta ragionare in termini di vantaggi o svantaggi nell’ottica – che può sembrare diametralmente opposta per chi percorre un cammino di ricerca interiore – di un dare incondizionato senza eccessiva preoccupazione dei risultati o benefici personali?

R: Cecilia, i soldi non danno la felicità, ma sono un mezzo. Non sono in contrasto con la spiritualità. Quello che contrasta con la spiritualità è l’attaccamento. E tutti i grandi Maestri concordano. Molte persone non capiscono la differenza. Pensano che i ricchi siano tutti cattivi. Invece ci sono anche poveri cattivi. Il benessere personale deve sempre essere complice del benessere sociale. Se la mia comunità sta male, c’è qualcosa che non torna. Nelle mie conferenze uso il test delle domande del quadrifoglio.

Bisogna rispondere onestamente a queste 4 domande. Quello che sto facendo mi fa bene? Se la risposta è sì allora posso continuare con la seconda domanda. Quello che sto facendo fa bene al mio vicino o collega o amico o familiare? Se la risposta è si, allora continuo con la terza domanda. Quello che sto facendo fa bene ala comunità dove sono inserito? Se la risposta è sì, allora continuo con la quarta domanda. Quello che sto facendo fa bene, oppure non ha impatto negativo, all’umanità in genere? Se la risposta di nuovo e finalmente è si, allora va bene, sto agendo in forma etica e spirituale. Se tra le risposte alle domande del quadrifoglio compare un no, allora devo rivedere e cambiare azioni. Vivere sulla Terra è solo una esperienza, ma quello che produciamo in termini di benessere psicosociale rimane per sempre.

Fonte: http://quanticmagazine.com/archives/08/12/2017/e-tempo-di-co-evoluzione-intervista-a-monica-simionato-antropologa-esperta-di-intelligenza-emozionale-co-autrice-del-libro-newgoziazione-la-neuroscienza-della-negoziazione/

Copertina Libro Newgoziazione

Pensieri nomadi sulla via del Tantrismo

Saggio di Cecilia Martino pubblicato sulla Rivista Philosophema nel 2008.

Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino
Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino

“Libertà del vivere consociato vuoI dire soltanto piegarsi alle consuetudini o alla volontà della maggioranza e della forza, o quel consenso con l’opinione comune che significa di fatto non avere la propria e non c’è nessun arzigogolo filosofico che mi abbia mai persuaso del contrario; perché libertà è quella dell’uomo che parla con le stelle e contempla le montagne che si aprono al sorriso dell’alba o del tramonto e allora rivelano le loro resistenze e debolezze, o ascolta quella musica della natura che già commosse i filosofi della Cina antica.”  (G. Tucci, Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza. Vicenza 2005, p. 195.Il corsivo è mio).

La musica della natura commosse i filosofi della Cina antica. Le parole appassionate di Giuseppe Tucci (1894-1984), viaggiatore ed esploratore dell’anima tibetana, mi riportano con il pensiero ai filosofi presocratici, i cantori del Vero della Grecia antica. Gli uni si lasciavano ammaliare dal senso sonoro e impronunciabile del mistero naturale, gli altri inseguivano coscientemente il principio primo di tutte le cose, volendo nominare per primi il caos. In entrambi i casi, è la natura a provocare thaumazein, lo stupore di fronte alle cose che semplicemente accadono con un loro intrinseco ordine, senza che l’intervento dell’uomo ne modifichi la ultima, incontrovertibile necessità.

Il viaggio nei misteri della natura, in fondo, è l’odissea in cui da sempre si muove l’Ulisse di ogni tempo, perché l’uomo, creatura inguaribilmente metafisica ma necessariamente finita, ha in sorte di cercare da sé e da sé soltanto il senso della propria vita. In alcuni posti del mondo, lontani anni luce dalla cultura prometeica dell’Occidente in cui l’uomo esploratore del mondo ne diventa colonizzatore, ancora è possibile sentirsi parte di un ingranaggio cosmico senza soluzione di continuità né spaziale né temporale.

È ancora possibile stupirsi “parlando con le stelle” e “contemplando le montagne” e, ancor di più, ascoltando le risposte che incredibilmente arrivano da quella musica della natura che disegna armoniche celesti. Uno di questi posti è il Ladakh, un microcosmo fatto di grandi cose in cui ho avuto la fortuna di approdare anche io, sulle tracce di Tucci che in questi luoghi organizzò per ben tre volte (nel 1933, 1935 e 1939) spedizioni in carovane con lo spirito libero dell’esploratore che cerca di avvicinarsi lentamente e in punta di piedi a una Shangri-là dell’anima, un mondo agli antipodi di quello occidentale. Siamo nella lingua di terra più settentrionale dell’India, al confine con Pakistan e Afghanistan.

Soprannominato “piccolo Tibet indiano”, il Ladakh è il ricettacolo di quel che resta del buddhismo tantrico, una tra le più antiche religioni di natura che rimanda a quanto di più ancestrale è  ancora perseverato nella civiltà indù.  Sprofondare nei misteri del tantrismo a più di 3500 metri di altitudine nel cuore dell’altopiano tibetano, nel regno per eccellenza delle forze di natura, ha richiesto alla mia coscienza occidentale un preciso atto di fede: che nulla, ma proprio nulla, fosse dato per scontato. E la forza del thaumazein ha accompagnato ogni mio passo, ai limiti di ciò che è vero e di ciò che è immaginato ma non per questo, meno reale.

Continua:

  • Il mondo è come tu lo vedi
  • Integrazione versus rimozione: la Nonterapia
  • Echi d’infinito
  • Bibliografia essenziale

PER LEGGERE TUTTO IL SAGGIO CLICCA QUI:  http://www.nonterapia.ch/wp-content/uploads/2011/10/philosopnema_-_anno_6_n_8_-_10_-_il_viaggio.pdf

Ladakh, tibet, colori, monasteri, india, buddismo
Interni di un monastero tibetano in Ladakh – Foto ©CECILIA MARTINO

Da Marshall McLuhan a Natalia Ginzburg

Libri di Cecilia Martino pubblicati dal 2002 al 2014
“Comunità mediatiche. Il sacro e il profano delle nuove tribù tecnologiche” di Cecilia Martino, Bulzoni 2002, Collana Comunicazione e spettacolo

Estratto dal libro: “Si dice che una cosa – qualsiasi cosa – portata all’estremo tramuti nel suo contrario. Probabilmente è ciò che sta avvenendo oggi nel campo della comunicazione dove – fuor di metafora – l’eccessiva presenza di strumenti per comunicare porta in realtà ad un vuoto che della comunicazione ne priva l’essenza: il contenuto. La smaterializzazione che la nuova tecnologia digitale ha causato nel campo della circolazione delle informazioni, e non solo quelle, si estende infatti anche al livello sociale offrendo (o infliggendo?) all’uomo una dimensione esistenziale in cui l’apparenza (l’estetica e la finzione) acquista, anzi riacquista (come nelle tradizionali società primitive, ma con una connotazione più negativa), un ruolo predominante. E il risvolto meno gratificante di una più generale riappropriazione tribale dell’esistenza, di cui la tecnologia digitale è supporto e carnefice allo stesso tempo. Alla luce di tutto questo, come e cosa pensano allora le nuove «tribù» dei tempi post-moderni? Per adattarsi ai cambiamenti indotti da nuove tecnologie l’uomo impiega più tempo di quanto queste impieghino ad evolversi, e le velocità planetarie della nostra epoca possono depositare ritardi cognitivi non indifferenti, a dispetto di tanti conclamati avanzamenti culturali. Da tale paradosso prende le mosse questa ricerca e ne trae senso ancor prima che valore: mai come adesso diventa doveroso far luce sul «fattore umano» di una rivoluzione, quella digitale appunto, che ha modificato il concetto stesso di «comunicazione», di cui tanto si avvale la propaganda mediologica del nuovo Millennio”.

Cecilia Martino, Fenomenologia del palinsesto in Franco Monteleone, “Televisione ieri e oggi”, Marsilio 2006

L’origine e lo sviluppo dei generi televisivi, le caratteristiche essenziali, le differenti logiche di funzionamento offrono le chiavi di lettura per decifrare la forma culturale della tv nel suo rapporto con il paese, con la società, con l’industria produttiva. Nel tracciare una “fenomenologia della televisione” il libro chiarisce in che modo i generi contemporanei trovino spiegazione in processi di lungo corso e come formule creative, personaggi e stili di rappresentazione siano da considerarsi innovativi.

“Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Inseguendo un libro s’incontrano le persone” di Rosalba Durante, Sandra Giuliani, Cecilia Martino, Kogoi Edizioni, Roma 2014
Presentazione del libro Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Inseguendo un libro s'incontrano le persone, alla Galleria delle Donne di Torino
Presentazione del libro Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Inseguendo un libro s’incontrano le persone, alla Galleria delle Donne di Torino, Gennaio 2014

Ci sono libri di cui si conoscono le storie anche senza averli mai letti. Perché le storie nate nei libri continuano anche senza di loro. E se per caso un libro incontrasse dal vero il lettore che l’aspetta? Una magia, a metà tra la letteratura e la vita… un lessico famigliare. I libri restano nella memoria in tanti modi, anche partendo da un rifiuto iniziale che poi si traduce in una riscoperta e in un amore senza limiti, come accade a Rosalba Durante che a Lessico famigliare ha dedicato un lavoro lungo e paziente di ricerca documentaria o come accade a Cecilia Martino che, appena trasferitasi a Torino, scopre in un tragitto quasi magico, come un libro possa durare per sempre nella vita delle persone…

Di questa sua avventura letteraria torinese Cecilia Martino racconta sul suo Blog:
AAA LETTORI CREATIVI CERCASI
CHE COSA HA A CHE FARE NATALIA GINZBURG CON LO YOGA

IllogicaMente

illogicamente

 

(Flavia Weisghizzi – Dalla Prefazione del libro, edito da Gruppo Albatros Il Filo, Roma 2006)

La poesia di Cecilia Martino non è facile e non è banale. È intensa, dura, petrosa. È una poesia che non ha alcun interesse a compiacere il lettore. Non è evocativa, non concede nulla. Taglia semplicemente l’anima come un ferro da calza arroventato. Ma è bellissima.

Cecilia Martino pone le sue radici nella filosofia e questa profonda conoscenza si percepisce chiaramente dall’uso che fa della parola, che viene seccata e asciugata fini a diventare un tutt’uno col suo senso più profondo.

Niente rimandi interni, né giochi di specchi, la parola per la Martino è significato e significante.

Lo studio sul linguaggio non poteva che essere introdotto dalle riflessioni di Martin Heidegger, che, nell’ultima parte della sua filosofia, sposta il baricentro dall’esistenza alla verità dell’essere, che di volta in volta avviene come insieme di svelamento e velamento.

“Il linguaggio è ad un tempo la casa dell’essere e la dimora dell’essere umano” scrive il grande filosofo tedesco, e il linguaggio diventa allo stesso modo la casa di Cecilia Martino.

La riflessione sulla poesia della Martino nasce dalla consapevolezza che la poesia è l’unico mezzo per esprimere l’inesprimibile, è lo strumento per cercare di disvelare la realtà.

Eppure, nello stesso momento in cui la poesia si incarna parola, perde parte della sua capacità di essere concetto iperuranico e si cementifica.

Il senso profondo di questo termine, cementificare, si può scoprire con una piccola esercitazione di linguistica comparativa: cemento in inglese si dice “concrete” e rende qual senso di materialità e fisicità che il termine italiano non ha conservato.

Eppure, nonostante questo, la fiducia dell’autrice nella parola è tale da renderla elemento vivificatore nonostante tutte le difficoltà.

Il mondo descritto dalla Martino è un ambiente arido ed ostile, un deserto di sentimenti, sotto la cui apparenza però permane una vitalità quiescente, sopita, pronta ad esplodere alla prima goccia di pioggia.

La riflessione sulla parola e sulla poesia è il tema fondamentale della prima sezione della raccolta illogicaMente, che racchiude liriche scritte nel 2006.

La seconda parte è invece latrice di un respiro più ampio, e si muove con disinvoltura all’interno di tematiche diverse, pur tenendo fermo lo studio sull’uomo.

In particolare è interessante la riproposizione dell’infanzia come lo spazio onirico della memoria, uno spazio che acquista più valore quanto più fa confluire l’esistenza all’interno della coscienza dell’autrice.

Tra le tematiche affrontate, di particolare rilevanza risulta essere quella della definizione dell’autrice come sfrontata affermazione del sé rispetto alle aspettative del mondo concettuale che la circonda.

A tale affermazione, forte e decisa, corrisponde la necessaria accettazione della dichiarazione di eresia rispetto alla società, la consapevolezza della condanna in contumacia da parte del pensiero benpensante.

Ma in ogni caso, ancora una volta l’autrice non si dichiara rammaricata delle sue scelte, non si carica di un pesante fardello nel quale nascondere la propria disgraziata esistenza, vittima di un fato avverso: la sua è una scelta consapevole e coraggiosa.

Lungi dal trascinarsi lenta e colpevole lungo le vie del destino,Cecilia Martino affronta la vita ridendo, con uno sguardo programmatico di sfida, certa di uscirne in ogni caso vincitrice.

Dal punto di vista stilistico è da sottolineare, in tutta la raccolta, un accuratissimo uso degli strumenti retorici:anadiplosi, anafore, allitterazioni, ossimori, paronomasie, fioccano sul testo senza appesantirlo, anzi contribuendo alla sensazione di un profondo labor limae e una accuratezza che va di pari passo a quella semantica.

Eppure, nonostante l’occhio attento non possa esimersi dal notare questa ricerca formale, nonostante i termini utilizzati spesso appartengano a un registro medio-alto, l’abilità di Cecilia Martino è quella di nascondere ai lettori la struttura per offrire una poesia leggera ma potente, raffinata e leggiadra.

INTERVISTA ALL’AUTRICE SU SINEQUANON
(www.sinequanon.org)

A pochi giorni dall’uscita della sua raccolta di poesie intitolata illogicaMente, incontriamo Cecilia Martino, giornalista e scrittrice.

“L’approdo alla poesia è stato un passaggio obbligato della mia vita, più che della mia carriera. Io ho sempre scritto, di tutto, e ho avuto anche la fortuna di pubblicare libri abbastanza presto, grazie al mio lavoro di ricerca all’università. Ma la poesia è qualcosa di assolutamente diverso perché ti consente di esplorare il campo minato del linguaggio per esprimere qualcosa che non deve necessariamente essere compreso da tutti. E secondo me è questa la più grande forza e libertà della poesia e ciò che la rende più vicina alla  vita”.
LEGGI TUTTA L’INTERVISTA