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Istanbul: alla ricerca della tristezza perduta

Articolo pubblicato su LA STAMPA VIAGGI – Settembre 2012

“Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria che vive accanto alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale?”

Orhan Pamuk nel suo libro “Istanbul” – forse uno dei più bei ritratti mai scritti sulla metropoli turca – si pone ripetutamente interrogativi simili, spronato da una impietosa convinzione di fondo: che il destino di Istanbul sia la tristezza (hüzün in turco), un fondo di malinconia condivisa accolto dagli abitanti come scelta e dovuto all’incapacità di crearsi una vera identità dopo il crollo dell’impero ottomano e la successiva “turchizzazione” di Costantinopoli operata dall’eroe nazionale Atatürk. Insomma, una città né carne né pesce,  né Europa né Asia, non più multietnica e non ancora del tutto occidentalizzata ma, soprattutto, drammaticamente povera, addirittura miserabile nella sua finta ricchezza. Lo sguardo appassionato di Pamuk, che poeticamente indugia e si arrovella sugli aspetti meno nobili di Istanbul, speculari alle intime confessioni del suo flusso di coscienza personale, ha l’effetto di amplificare invece che sminuire, la bellezza imperscrutabile di una città che ha il potere di seduzione incastrato proprio nei meandri meno risolti della sua identità nazionale. Quel suo essere “infinita e senza centro” – citando sempre Pamuk – non disturba chi si appresta a visitarla per la prima volta. Come me.

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ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

Il periodo della mia permanenza ad Istanbul è scandito dai ritmi del Ramadan, che da queste parti si chiama Ramazan, un invito ben preciso a lasciarsi andare al caos organizzato di una frenesia cittadina che al calar del sole diventa tangibile come un’alchimia che trasmuta in oro i metalli: nel nome di Allah ogni sera per un mese si festeggia l’iftar (l’interruzione del digiuno al tramonto) e l’oro di Istanbul diventa più splendente materializzandosi come preghiera non più racchiusa nelle moschee al suono etereo del muezzin, ma sparpagliata sui prati e tra le rovine dell’ Ippodromo che per l’occasione si trasforma in una vera e propria Cittadella del Ramadan.

E’ qui, in questa antica area nel cuore di Sultanamhet (la parte vecchia e storica di Istanbul) rappresentante il fulcro della vita di Bisanzio per un millennio e poi di quella ottomana per altri quattro secoli, che le celebrazioni musulmane esplodono in una sorta di grande festa paesana con bancarelle dappertutto e una fiumana di gente perlopiù locale. Intere famiglie a stendersi sui prati danno luogo a un frenetico ma tutto sommato composto pic nic collettivo a base di pideci ramazan (pane speciale preparato solo durante il mese sacro) e ipercaloriche leccornie di tutti i tipi: dai gözleme (crepes alla turca cucinate su una piastra e ripiene di formaggio, spinaci o patate) al macun (caramella a spirale dai colori accesi, infilata su un bastoncino), alla lokma (ciambella fritta ricoperta di sciroppo).

Con le sagome della Moschea Blu da un lato e della Chiesa di Santa Sofia dall’altro, che all’imbrunire accolgono tutte le varianti possibili di colori dal cielo rosato, i turisti risucchiati da questo cerimoniale di intimità allargata si aggirano per lo più frastornati ma inevitabilmente attratti da tanta concentrazione di gente, suoni, colori, odori. Pannocchie abbrustolite ad ogni piè sospinto e braci di pane, carni e közde kahve (caffè alla turca preparato su bracieri a carbonella) affumicano l’aria. Quando ci si allontana dal quadrilatero dell’Ippodromo nelle ore di punta di questi festeggiamenti (dalle sette alle dieci di sera), è la memoria olfattiva a rimanere più impressa  nei ricordi.

I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO
I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO

L’odore di Istanbul è una dolce persecuzione che, una volta provocata, non ti si scrolla più di dosso come un molestatore a cui si è fatta la corte a lungo. Dal pungente olezzo di pesce fritto misto a fogna nelle banchine del porto di Eminönü o, dall’altra parte del Ponte di Galata presso il molo di Karaköy, alle essenze intriganti del Mercato Egiziano delle spezie dove la profusione di fragranze non lascia tregua al pari delle urla dei venditori dietro i loro banchi coloratissimi: zafferano turco, mix di baharat (spezie) ottomane in cui risalta l’inconfondibile cumino, datteri e pistacchi di tutte le dimensioni, incir (fichi), pestil (frutta essiccata) e l’aroma intenso del buon caffè turco venduto sfuso, riconoscibile a un miglio di distanza anche dalla lunga coda formata dagli avventori che per pochissime lire turche (due o tre dei nostri euro) si guadagnano un chilo della bevanda più bevuta a Istanbul, insieme al tè.

Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO
Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO

Conviene farsi rapire da questo bazar delle spezie non prima di aver visitato la bellissima Yeni Camil (Moschea Nuova) che si trova proprio lì a fianco, meno pubblicizzata rispetto alla Moschea Blu ma assolutamente meritevole. Voluta dalla madre del sultano Mehmet II intorno al 1597, questo piccolo scrigno di architettura ottomana presenta ricche decorazioni in oro, piastrelle colorate di Iznik (particolarmente costose e ricercate,  sono il marchio estetico della Istanbul storica) e marmi scolpiti. Le sue cupole e i suoi minareti si stagliano decisi di fronte al molo di Eminönü da dove partono le navi, i battelli e i traghetti che attraversano il Bosforo e dove l’odore di mare permea l’orizzonte di qualsiasi pensiero.

Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO
Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO

Pamuk definisce il Bosforo come la “ forza vitale di Istanbul”, una linea di fuga che non può non convergere con le migliori intenzioni di qualsiasi viaggiatore di passaggio in questa città. Il tour in battello sul Bosforo conduce nella zona liminare di quel Giano bifronte tanto problematico agli occhi di Pamuk: la sponda asiatica restituisce le memorie ormai sbiadite dello splendore ottomano con quel che resta delle residenze estive dei sultani, la sponda europea occhieggia all’occidentalizzazione con i profili azzardati di hotel  dal lusso esotico ricavati da antichi palazzi ormai in disuso. Ma al centro gravita la profondità delle acque scure del Bosforo, solcate dai tre ponti che ingigantiscono lo skyline della città da ogni punto di vista, miraggio dell’unione di due anime incomplete in se stesse.

Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO
Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO

Tornando sulla terraferma viene voglia di indugiare sulle banchine dove i fumi neri delle navi si mischiano a quelli delle braci di pesce venduto come riempitivo di panini dagli ambulanti sul traballante Ponte di Galata sul quale transita l’efficiente tram che collega l’area storica di Istanbul con quella più moderna sorta, appunto, al di là del ponte e che si estende dal quartiere di Beyoglu a Taksim. Attendere il tramonto sul Ponte di Galata mentre i pescatori lanciano le loro canne e all’orizzonte la sagoma del Ponte sul Bosforo illuminato a neon ipnotizza lo sguardo, sarà forse uno dei più blasonati rituali turistici ma, se di incantesimo si tratta, allora funziona.

“La vita non può essere così brutta – confessa Pamuk – comunque, uno alla fine può sempre farsi una passeggiata sul Bosforo”.

Ed io, in replica al poeta turco, mi sono sentita quasi in dovere di annotare queste impressioni al rientro dal mio breve ma  intenso viaggio:

Cercavo la tristezza nei riflessi dello Stretto del Bosforo e del Mar di Marmara, nel punto cruciale di due lembi di terra che si spartiscono una comune sorte in due continenti diversi: l’Asia esaudisce ciò che l’Europa promette, l’esotismo di sapere come prenderti, Istanbul. Cercavo la tristezza nel mio viaggio iniziato con la lettura di Orhan Pamuk e con la luna piena la prima sera, una luna calda, gialla e gongolante tra le cupole della Moscha Blu. La notte già avida fremeva con le luci e i rituali impazienti del Ramadan. Ti ho vista e immediatamente riconosciuta, nell’imperfezione che circonda la tua mistica bellezza e il tuo senso di smarrimento, ho sfiorato la tristezza ma come si sfiora accidentalmente la mano di un passante:  un tocco che non esaudisce desideri. Invece tu, con la brezza del Bosforo tra i ghirigori appuntiti dei minareti in lontananza, hai alitato su di me l’intransigente fantasia di un incantesimo”.

Istanbul Cecilia Martino

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ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

copyright 2011 © TURISMO.it / Nexta

“La mia poesia nasce da una necessità”

Roma, Novembre 2006 – A pochi giorni dall’uscita della sua raccolta di poesie intitolata illogicaMente, incontriamo Cecilia Martino, giornalista e scrittrice.

L’approdo alla poesia è stato un passaggio obbligato della mia vita, più che della mia carriera. Io ho sempre scritto, di tutto, e ho avuto anche la fortuna di pubblicare libri abbastanza presto, grazie al mio lavoro di ricerca all’università. Ma la poesia è qualcosa di assolutamente diverso perché ti consente di esplorare il campo minato del linguaggio per esprimere qualcosa che non deve necessariamente essere compreso da tutti. E secondo me è questa la più grande forza e libertà della poesia e ciò che la rende più vicina alla vita.

Come sei arrivata a questa pubblicazione

Partecipando a una selezione letteraria indetta dalla casa editrice Il Filo. Da circa dieci anni conservavo le mie poesie gelosamente senza avere mai avuto il benché minimo pensiero di proporle per una pubblicazione. Come è giusto che sia, ho sempre scritto per una mia profonda necessità, non per essere letta da qualcuno. Ma un giorno, incrociando con lo sguardo l’inserzione su un importante quotidiano, qualcosa è scattato ed io ho seguito semplicemente l’intuito, come del resto faccio quando scrivo: seguo coscientemente una intuizione poetica. E’ questa la poesia per me: una intuizione cosciente. Essendo io allergica ad ogni concezione dualistica dell’uomo credo molto alla cooperazione di ragione e sentimento nella facoltà pensante dell’uomo. Per questo ho voluto intitolare il libro illogicaMente, usando una provocazione che gioca con il linguaggio.

 Perché illogicaMente

Appunto per questo. Odio i dualismi di cui la nostra cultura occidentale è intrisa e la presunzione teoretica di considerare l’uomo un essere razionale solo in quanto dotato di una facoltà raziocinante che elabora pensieri logicamente ineccepibili e dunque propulsori di verità. La verità è un’altra, ed è l’esperienza e la vita stessa che lo insegna: ed è che l’uomo non va da nessuna parte se è incapace di provare emozioni perché il bagaglio emozionale ed illogico della mente è ciò che produce non solo lo stimolo della ricerca, ma anche la motivazione necessaria al suo perseguimento. Mi permetto di segnalare sull’argomento un libro illuminante, scritto da un insigne professore di neurologia Antonio R. Damasio, si intitola “L’errore di Cartesio”. Illuminante.

Che ispirazione segue la tua poesia

La mia poesia nasce da una necessità, è come se non potessi fare a meno di dire qualcosa altrimenti. E’ una necessità che si addentra nei limiti del linguaggio, perché quasi mai si trovano le parole giuste quando si vuole arrivare ad espressioni profonde che nascono da un vincolo emozionale. Per questo con il tempo scrivere per me è diventato una sorta di diletto linguistico ed esercizio di vita al tempo stesso. Mi piace forzare il linguaggio, utilizzarne tutte le potenzialità remote, scavare il rimosso, far parlare il non detto, contorcermi nello spasmo espressivo di qualcosa che alla fine rimane taciuto. Perché il poeta è uno strano personaggio, un po’ visionario un po’ strafottente, che punta il dito al cielo rimanendo con i piedi per terra. Perché nonostante la sua ispirazione segua una necessità diciamo trascendente, di esprimere l’inesprimibile, egli rimane uomo. La mia poesia nasce da questa coscienza dialettica.

A chi consiglieresti di leggere il tuo libro

Da lettrice onnivora quale io sono, credo nei colpi di fulmine in libreria o a quelli tra autore e pubblico durante le presentazioni. Basta davvero poco per entrare nel cuore della gente e altrettanto per rimanere del tutto indifferente. Ognuno di noi sa cosa cerca da un libro e se è disposto a rischiare qualche euro per lasciarsi sedurre dall’ignoto. La poesia non ha vita facile, si sa. Credo che bisogna avere una certa sensibilità e disposizione d’animo per arrischiarsi nella lettura di poesie di una firma non conosciuta. Ma io sono fiduciosa, ho sempre creduto fortemente in poche cose nella mia vita e l’amore e la scrittura sono tra quelle. Sono forze di cui mi vanto e che credo di possedere in sorte come una specie di dono. Ne vado fiera. Amo l’amore e la poesia è la mia personale dichiarazione d’amore per la vita, bella o brutta che sia. Non esistono esistenze banali, di questo sono sicura. In ogni uomo c’è un potenziale poeta.

Intervista pubblicata sul Magazine di Cultura
SINEQUANON (www.sinequanon.org)
Novembre 2006

IllogicaMente

illogicamente

 

(Flavia Weisghizzi – Dalla Prefazione del libro, edito da Gruppo Albatros Il Filo, Roma 2006)

La poesia di Cecilia Martino non è facile e non è banale. È intensa, dura, petrosa. È una poesia che non ha alcun interesse a compiacere il lettore. Non è evocativa, non concede nulla. Taglia semplicemente l’anima come un ferro da calza arroventato. Ma è bellissima.

Cecilia Martino pone le sue radici nella filosofia e questa profonda conoscenza si percepisce chiaramente dall’uso che fa della parola, che viene seccata e asciugata fini a diventare un tutt’uno col suo senso più profondo.

Niente rimandi interni, né giochi di specchi, la parola per la Martino è significato e significante.

Lo studio sul linguaggio non poteva che essere introdotto dalle riflessioni di Martin Heidegger, che, nell’ultima parte della sua filosofia, sposta il baricentro dall’esistenza alla verità dell’essere, che di volta in volta avviene come insieme di svelamento e velamento.

“Il linguaggio è ad un tempo la casa dell’essere e la dimora dell’essere umano” scrive il grande filosofo tedesco, e il linguaggio diventa allo stesso modo la casa di Cecilia Martino.

La riflessione sulla poesia della Martino nasce dalla consapevolezza che la poesia è l’unico mezzo per esprimere l’inesprimibile, è lo strumento per cercare di disvelare la realtà.

Eppure, nello stesso momento in cui la poesia si incarna parola, perde parte della sua capacità di essere concetto iperuranico e si cementifica.

Il senso profondo di questo termine, cementificare, si può scoprire con una piccola esercitazione di linguistica comparativa: cemento in inglese si dice “concrete” e rende qual senso di materialità e fisicità che il termine italiano non ha conservato.

Eppure, nonostante questo, la fiducia dell’autrice nella parola è tale da renderla elemento vivificatore nonostante tutte le difficoltà.

Il mondo descritto dalla Martino è un ambiente arido ed ostile, un deserto di sentimenti, sotto la cui apparenza però permane una vitalità quiescente, sopita, pronta ad esplodere alla prima goccia di pioggia.

La riflessione sulla parola e sulla poesia è il tema fondamentale della prima sezione della raccolta illogicaMente, che racchiude liriche scritte nel 2006.

La seconda parte è invece latrice di un respiro più ampio, e si muove con disinvoltura all’interno di tematiche diverse, pur tenendo fermo lo studio sull’uomo.

In particolare è interessante la riproposizione dell’infanzia come lo spazio onirico della memoria, uno spazio che acquista più valore quanto più fa confluire l’esistenza all’interno della coscienza dell’autrice.

Tra le tematiche affrontate, di particolare rilevanza risulta essere quella della definizione dell’autrice come sfrontata affermazione del sé rispetto alle aspettative del mondo concettuale che la circonda.

A tale affermazione, forte e decisa, corrisponde la necessaria accettazione della dichiarazione di eresia rispetto alla società, la consapevolezza della condanna in contumacia da parte del pensiero benpensante.

Ma in ogni caso, ancora una volta l’autrice non si dichiara rammaricata delle sue scelte, non si carica di un pesante fardello nel quale nascondere la propria disgraziata esistenza, vittima di un fato avverso: la sua è una scelta consapevole e coraggiosa.

Lungi dal trascinarsi lenta e colpevole lungo le vie del destino,Cecilia Martino affronta la vita ridendo, con uno sguardo programmatico di sfida, certa di uscirne in ogni caso vincitrice.

Dal punto di vista stilistico è da sottolineare, in tutta la raccolta, un accuratissimo uso degli strumenti retorici:anadiplosi, anafore, allitterazioni, ossimori, paronomasie, fioccano sul testo senza appesantirlo, anzi contribuendo alla sensazione di un profondo labor limae e una accuratezza che va di pari passo a quella semantica.

Eppure, nonostante l’occhio attento non possa esimersi dal notare questa ricerca formale, nonostante i termini utilizzati spesso appartengano a un registro medio-alto, l’abilità di Cecilia Martino è quella di nascondere ai lettori la struttura per offrire una poesia leggera ma potente, raffinata e leggiadra.

INTERVISTA ALL’AUTRICE SU SINEQUANON
(www.sinequanon.org)

A pochi giorni dall’uscita della sua raccolta di poesie intitolata illogicaMente, incontriamo Cecilia Martino, giornalista e scrittrice.

“L’approdo alla poesia è stato un passaggio obbligato della mia vita, più che della mia carriera. Io ho sempre scritto, di tutto, e ho avuto anche la fortuna di pubblicare libri abbastanza presto, grazie al mio lavoro di ricerca all’università. Ma la poesia è qualcosa di assolutamente diverso perché ti consente di esplorare il campo minato del linguaggio per esprimere qualcosa che non deve necessariamente essere compreso da tutti. E secondo me è questa la più grande forza e libertà della poesia e ciò che la rende più vicina alla  vita”.
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La mia India: istantanee in versi

Fotografie e Poesie in mostra: evento ideato da Cecilia Martino e Stefania Molajoni a Maggio 2008 presso la libreria Liber.menTe di Roma.  Un viaggio tra parole e immagini attraverso 11 pannelli espositivi che, dietro al percorso geografico, lasciano intravedere le tracce di un’anima in cammino. Testi e foto di Cecilia Martino.

La mia India: non un punto di vista documentaristico del luogo ma uno sguardo introverso su una regione dell’anima, non occhi esperti da fotografo ma occhi languidi da poeta che vede in un fermo immagine – istantanee – una poesia in potenza. Dunque, il punto di partenza rimane quello di una scrittrice, in ogni caso.

E’ la parola a generare gli scatti, la parola poetica precisamente, una parola ancora muta – esterrefatta di fronte alle impressioni violente che colpiscono l’immaginazione, e che depone nell’istante attento di una foto il suo senso di provvisoria irrisolutezza. Non sempre ci sono parole per raccontare le esperienze di un viaggio – e di un viaggio in India forse ancora di più, data la fascinazione mistica connaturata al posto – e non sempre le immagini sono traduzioni sincere di quanto si sperimenta vivendo. Un reciproco scambio in senso circolare può forse riuscire ad integrare ciò che solitamente la visione lineare delle cose rende oscuro, imperscrutabile, incerto.

Le mie parole sull’India non descrivono, così come le mie foto non narrano alcunché di oggettivo. Non hanno pretese denotative, si affidano all’inaffidabile. Sono frammenti di Indicibile presi dal nulla, la voce di un Sé in cammino, che può soltanto meravigliarsi per ciò che vede. E in questo “vedere” risiede il mio imprescindibile sentire poetico, una vocazione spontanea al dare consistenza linguistica – in versi – a strati di esperienza impronunciabili, frutto di un atteggiamento introverso più che intimista che non può fare a meno di guardare il mondo da dentro più che da fuori.

Il mio viaggio in India – costringendomi a momenti di sana solitudine al cospetto di scenografie umane e naturali inverosimili – ha arricchito la mia anima di parole nuove. Alcune le ho sapute pronunciare, altre attendono ancora di essere messe al mondo.

(Articolo uscito su ARTE.it il 16 maggio 2008)