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Reportage e altre meraviglie

Scarzuola. Quella via eretico-erotica all’Unità

“Gli artisti devono essere repellenti”

Articolo pubblicato sul BLOG di Cecilia Martino – IL MESTIERE DEL DARE il 12 Giugno 2013

“Gli artisti devono essere repellenti”

… non te le manda a dire le cose né tantomeno fa giri di parole l’eccentrico Marco Solari, il nume tutelare della Scarzuola di Monteggabbione, uno dei luoghi più singolari che io abbia mai visto. Ed è la seconda volta che torno in questo luogo (la prima, l’avevo accennata qui) perché – molto d’accordo con Josè Saramago:

“bisogna vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini …”

Bene, quello che ho ri-visto è stato l’ennesimo punteruolo sul telo candido della trasformazione, il ghigno della coscienza che, quando approva il tuo cammino, te lo fa capire in tutti i modi, in tutti i mondi e con tutti i suoi contrari possibili e immaginabili. Lo scompiglio che precede un nuovo ordine superiore.

Ci sono tre strade possibili da percorrere, tre porte da varcare: Gloria Mundi è quella dove siamo schiantati tutti indistintamente appena nasciamo, è il regno delle sovrastrutture sociali, degli schemi acquisiti durante le varie formazioni culturali (familiari, scolastiche, religiose etc.), del nostro essere socialmente al mondo, delle preoccupazioni materiali, esteriori, dell’affanno e del lavoro che stressa. Gloria Dei è la seconda chance ma è una sorta di speculum della prima, è la strada di chi si affida ciecamente alle “cose spirituali”, il regno dove trionfa l’ascesi, l’abbandono dell’afflato mondano ma con il rischio di un altro tipo di conformismo, ancora più pericoloso del primo, se possibile: quello religioso. La terza strada, come è facile intuire, va oltre qualsivoglia definizione, supera qualsiasi dualismo, reintegra l’essere umano nella sua fondamentale Unità e lo catapulta direttamente nel regno delle infinite possibilità di essere. Ma essere cosa? Il nome della strada ci viene incontro: Mater Amoris.

Foto©CECILIA MARTINO
Scarzuola, statua Mater Amoris Foto©CECILIA MARTINO

La Madre Terra vive nell’Uno. La Madre Terra non ha una testa ma solo un cuore magmatico, non le serve il cervello con il suo emisfero maschile e femminile che divide et impera, ma ha tutto in potenza nel suo ventre, nei suoi seni prosperosi, nei suoi fluidi portatori di vita e di morte. Il suo sesso – a seconda delle epoche, di volta in volta demonizzato, mistificato, castrato, ignorato, sublimato – è l’origine del mondo. Inutile girarci intorno: da quel buco siamo usciti tutti, indiscriminatamente. Per nascere. La grande Madre è creazione, distruzione, movimento, eternità. Amore incondizionato per qualsiasi cosa.

Amor Vincit Omnia.

Foto©CECILIA MARTINO
Scarzuola, dettaglio Foto©CECILIA MARTINO

Se noi percorriamo questa strada, torniamo “pericolosamente” all’Origine, torniamo ad essere individui autentici in grado di vivere seguendo folgoranti ispirazioni piuttosto che meccanici condizionamenti eterodiretti. Quando scompaiono le dualità si entra in una dimensione inglobante in cui ogni abbinamento ha diritto di esistenza, come in un calderone onirico ben scecherato o ancora un labirinto senza (apparente) via d’uscita in cui incontrare contemporaneamente Tutto, mostri compresi.

“I mostri sono la prima cosa con cui hai a che fare in un giardino rinascimentale”

– ci ragguaglia il folletto-guida Solari durante la visita. Sono le forze sotterranee che dimorano dentro ognuno di noi e che bisogna conoscere per tenere a bada o, meglio ancora, per trasmutare in energie benefiche. Il giardino rinascimentale a cui ci riferiamo è, naturalmente, La Scarzuola e la porta che vi si spalanca durante la visita, e che dunque “pericolosamente” percorrerete, è proprio la terza, Mater Amoris. Vi pare poco? A fare da contorno a questo ingresso preferenziale nell’utero materno dove ricostruire da capo la propria identità del Sé, è un posto sovraccarico di silenzio, di simboli e segreti, riferimenti e citazioni, lo stesso posto che San Francesco scelse per costruirsi la sua capanna di scarza, pianta palustre del luogo, da cui il nome successivo di Scarzuola.

labirinto

Io, da un po’ di anni ormai a questa parte, la mia scelta l’ho fatta. Ragion per cui, non mi sono lasciata sopraffare dall’occasione di un trasferimento di città, di un cambio imprevisto di vita, di abitudini, di tutto. Si può vivere costruendo e distruggendo continuamente, invece che erigendo gabbie dove sentirsi “arrivati” una volta per tutti. Questa, a ben vedere, è stata la visione più geniale di Tomaso Buzzi, l’architetto da cui prende forma questa follia cementificata che è la Scarzuola e che, nel suo progetto originario prima che la Sovrintendenza mettesse i suoi paletti, doveva infatti venire periodicamente distrutta per poi poter essere riedificata con aggiunte sempre nuove.

Non finire mai niente nella vita, così ogni giorno puoi agganciarci qualcosa di nuovo. La fantasia arriva. Nella staticità, invece, non si crea un bel niente. E’ questa la “repellenza” da cui sono partita per raccontare il mio viaggio-esperienza di qualche giorno fa in Umbria. Essere talmente sgombri da preconfezionamenti da risultare scomodi e pericolosi perché atemporali, carichi di sensi contrapposti eppur leggeri come sogni piumati, nella libertà unificatrice del Cerchio, la figura simbolica dell’Unità senza gerarchie o separazioni con cui termina il complesso itinerario buzziano di cui ho voluto dare solo qualche accenno, seguendo il mio flusso di coscienza, o forse incoscienza. I sogni sono interpretazioni dell’anima individuale di chi li fa. La Scarzuola è un sogno ad occhi aperti cementificato in architetture visionarie in cui ciascuno può trovare le sue risposte, o domande, o anche niente. Il bello sta proprio qui.

“La notte è silenziosa e nel suo silenzio si nascondono i sogni” (Kahlil Gibran)

Letture consigliate
“All’inizio era la Dea” di Cinzia Galletto
La danzatrice del cielo – La vita segreta e i canti di Yeshe Tsogyel” di Keith Dowman
Essenza dei Tantra” di Abhinavagupta
Il risveglio della Dea” di Vicki Noble

Mantra
OM TARE TUTTARE TURE SOHA

Mantra di Tara: la Compassionevole, la Grande Madre, l’Energia Femminile, la Shakti Manifesta, l’aspetto Femminile del Divino, la Madre Terra che tutto sostiene e nutre.

Tara

Surreale Scarzuola

Entrando nell’atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata.

Articolo pubblicato su TURISMO.it il 19 Novembre 2004

Nelle vicinanze di Montegiove, in una delle zone più intatte dell’Umbria, esattamente a Montegabbione, in provincia di Terni, si trova l’antico convento della Scarzuola, fondato nel 1218 da San Francesco su una collina. Il nome deriva dalla “scarza”, pianta palustre che Francesco utilizzò per costruirsi una capanna.

Entrando nell’atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata. Ma prima di inoltrarsi nei sentieri della “Buzzana”, la città teatrale congegnata da Buzzi, si visita la chiesa dove, nell’abside, si trova un affresco del XIII secolo raffigurante Francesco in Levitazione, che probabilmente è la più antica raffigurazione pittorica del Santo, ancora immune dai canoni dell’iconografia ufficiale.

San Francesco in levitazione Foto umbriatakeaway,com
San Francesco in levitazione Foto umbriatakeaway,com

Se in questo posto Francesco fece scaturire una fonte d’acqua da un cespuglio di lauro e rose, Tomaso Buzzi (1900-1981) l’architetto che nel 1957 ne acquista la proprietà, ha fatto a suo modo un altro miracolo, ideando e realizzando concretamente nell’arco di un ventennio, un microcosmo a misura della sua immaginazione con l’intento vagamente allucinatorio di dar vita a una città ideale, la “Buzzana” appunto, che fosse una macchina teatrale sempre aperta (ci sono bel 7 teatri) ispirata all’ideale umanistico della composizione armonica di natura e cultura. In un fitto scambio allegorico, ispirato alla Hypnerotomachia Polyphili di Francesco Colonna (1944), si intrecciano motivi naturali, concessi dalle meraviglie del giardino del convento (che fa parte dei Grandi Giardini Italiani), e creature artificiali, quinte scenografiche, oggetti di scena, elementi alchemici in successione coordinata, dove si perde il senso della realtà ma soltanto per ritrovarne uno maggiore, che è forse quello della vita intera. La Scarzuola si configura come un assemblaggio di forme e architetture sviluppatesi per generazione spontanea, come una grande opera globale sempre aperta, mai finita, in cui elementi del passato si sovrappongono a quelli del presente e del futuro possibile.

Foto©CECILIA MARTINO
Foto©CECILIA MARTINO

Come stile dominante, il neomanierismo, evidente nell’uso-abuso di scale, sproporzioni volute, mostri, e nel suggerire percorsi labirintici, geometrici, persino astronomici. Basta citare i nomi delle meraviglie che, come Alice nel suo Paese, si incontrano durante il percorso per intuire, forse, lo spessore simbolico del tutto: Pegaso, la Torre dell’Angelo Custode e del Tempo, il Tempio della Madre Terra, la Torre della Meditazione e della Solitudine, il tempio esagonale dedicato a Fiora e Pomona, il Teatro delle Acque, l’Organo arboreo, il Tempio di Apollo, un alto tamburo con al centro il cipresso colpito dal fulmine, la Torre di Babele, la Scala Musicale delle Sette Ottave, la Scala di Giobbe, sull’onda di una geniale contaminazione di musica e architettura.

Il “fenomeno Scarzuola” non è nuovo. Ci si stanno dedicando da tempo studiosi e scrittori, e giovani studenti con le loro tesi di laurea, ciascuno con una sua interpretazione possibile. Una chiave di lettura è sicuramente quella dell’elevazione dell’Uomo, che ne farebbe la continuazione e rivisitazione in chiave moderna del tema francescano per eccellenza. Un compromesso, insomma, tra il sacro (la città sacra, il convento) e il profano (le fabbriche del teatro) sovraccarico di riferimenti e citazioni.

Ancora sulla Scarzuola: Quella Via eretico-erotica all’Unità 

Il “distillatore della luce” Marco Pighin nella Taiga siberiana

Distillare l’essenza del cuore del mondo. Aromaterapia e geofilosofia dell’Heartland siberiano

Articolo pubblicato su QUANTIC MAGAZINE il  16 Maggio 2017

Un viaggio con il “distillatore della luce” Marco Pighin nella Taiga siberiana, cuore pulsante di forze vitali incontaminate, acceleratrici del destino evolutivo dell’umanità. Abbiamo incontrato Marco a Levice, nella Langa piemontese, dove ha fatto tappa con la sua conferenza itinerante dal titolo “Distillare l’essenza del cuore del mondo. Aromaterapia e geofilosofia dell’Heartland siberiano”, traghettandoci con grande sapienza, poesia e cura in un mondo magico intriso di profumi di abeti e cedri siberiani, betulle e artemisie … legna da spaccare, braci da alimentare con il fuoco letterale e metaforico della passione a meno cinquanta gradi di temperatura.

Marco Pighin
Marco Pighin

Reporter specializzato nella documentazione dell’ex spazio sovietico, Marco ha lavorato per più di un decennio come fotogiornalista per le maggiori riviste italiane ed estere fino a che l’approdo nell’Heartland siberiano – dove vive da diversi anni – sollecita una svolta nella sua vita. La Siberia è una delle poche aree geografiche del pianeta a non aver conosciuto colonizzazioni sanguinose, guerre, inquinamento e sfruttamento industriale. Uno spazio geografico talmente sconfinato da apparire come l’ultimo rifugio veramente incontaminato del pianeta, portatore di una memoria pura che non è stata mai intaccata dalle tragedie della modernità. Secondo molte tradizioni, la Siberia centromeridionale rappresenta il “Cuore della Terra”, ovvero il centro sacrale e propulsivo della Russia-Eurasia. Inoltre, a voler misurare il centro esatto dell’Asia (continente da sempre culla di spiritualità e misticismo), come ci fa notare lo stesso Marco, geograficamente il punto ricade proprio in quest’area.

Siberia Altaj panorama

Entrando profondamente in contatto con lo spirito speciale di questo luogo connotato da un forte ruolo messianico, elevatore, rigeneratore, creativo e creatore di una nuova specie di umanità (una “speciazione” tra l’altro già in atto che se ne sia consapevoli oppure no), Marco va incontro al suo destino e lo sposa con tutto l’entusiasmo di chi sa accogliere le chiamate inequivocabili dell’anima, seppur non senza iniziali difficoltà, non ultima la costruzione della sua distilleria da solo.

Un filo d’oro comunque sembra legare la trama della sua attività: la luce. Da fotografo a distillatore. Dalla camera oscura del negativo fotografico all’estrazione degli oli essenziali, dove la cattura della luce avviene su altri livelli per così dire “invisibili”. Ma – come sottolinea Marco – in realtà “l’esoterismo non esiste, siamo noi che abbiamo perso la capacità di vedere, è tutto rivelato!

Taiga russa panorama
Taiga russa panorama

La luce che Marco distilla è lo spirito tellurico siberiano con tutta la sua forza vitale, che trasuda dagli oli essenziali e Marco lo fa con un procedimento che sposa tutta la lentezza necessaria al compimento di un rituale… Solo questo basterebbe a conclamare la extra-ordinarietà degli oli di sua produzione. Niente a che vedere con le dinamiche accelerative di processi industriali dove vige la regola economica del “minimo sforzo massimo risultato”. Apro subito questa parentesi, perché lo trovo uno dei passaggi più importanti, nonché poetici, della conferenza di Marco. L’uomo non è fatto per servire, ma per creare, ragion per cui la legge economica/produttiva del “minimo sforzo massimo risultato” non vale sui piani della legge spirituale/creativa: ve lo immaginate un Raffaello, un Michelangelo o un Donatello nel loro pieno estro creativo a pensare di doversi dare di meno per guadagnare di più! Creare secondo l’armonia delle leggi dell’anima implica piuttosto un grande sforzo, che poi sforzo realmente non è: è aspirazione, dedizione, totale abbandono al momento fecondo dell’Opera creativa che si sta compiendo attraverso l’Uomo e di cui l’Uomo si fa portatore morendo totalmente al suo ego e dandosi allo spirito che partecipa al compimento di ciò che attraverso di lui deve compiersi.

Altaj Siberia panorama
Siberia, panorama Altaj

Se ti apri allo spirito, lo spirito arriva. Se ti chiudi, se ne va” ci ripete spesso Marco, e ciò che arriva dopo l’apertura non lo puoi controllare o almeno, non dovresti. Non lo puoi né sollecitare né rallentare in base a ragionamenti, calcoli di profitto, aspettative di successo o quant’altro la mente suggerisce. Puoi solo accoglierlo e alimentarlo con l’ardore della passione, della fede, dell’abbandono, dello stupore, del puro piacere di creare – tutte attitudini queste, che fanno capo al cuore. Proprio da lì inizia il patto animico e si compie qualsiasi tipo di trasmutazione. Che altro è la morte mistica se non questo? Morte ciclica come le stagioni, abisso che innalza, forza riparatrice, simboleggiata nemmeno troppo velatamente dall’elemento fuoco che arde, incenerisce e rigenera per dare spazio al nuovo. Quel fuoco che Marco e i suoi compagni di distillazione celebrano, ringraziano, “servono” in ogni minuzioso, lento e lungo passaggio che condurrà all’estrazione finale dell’essenza “risorta” degli oli. Risorta nel vero senso della parola come scoprirete continuando a leggere.

Fiamma fuoco focolare

È a dir poco affascinante ascoltare le parole di Marco mentre disegna sul foglio la sagoma della sua Distillatrice paragonandola alla Levatrice che amorevolmente si prenderà cura del Nascituro – l’olio essenziale, il Figlio – il quale, prima di giungere a compimento, perirà dapprima sotto la morsa devastante del Fuoco. Il calore, infatti, uccide l’olio essenziale e quello che viene raccolto alla prima botta è un olio essenzialmente morto “se lo annusate, sa di minestrone!” ci racconta Marco. Questo “minestrone” però, viene poi riposto in quelle che a Marco piace chiamare le Catacombe, immaginiamole pure come una sorta di cantine buie e fredde. Bene, in queste “caverne” avviene la trasmutazione, la rinascita, la resurrezione dell’olio essenziale. Dopo qualche giorno, o settimana, dipende dagli oli, l’essenza resuscita e… il minestrone diventa ambrosia. Un balsamo dalle molteplici sfumature olfattive che si porta dietro tutta la forza spirituale di un processo che emula nemmeno troppo velatamente la passione cristica e il processo alchemico.

È questa la luce da cui siamo partiti, il vero distillato di cui Marco si fa portatore con il suo progetto. Un progetto che è ben più complesso di quanto si possa racchiudere in poche righe e che, tuttavia, vale la pena anche solo sapere che esiste. Un progetto che, facendo appositamente leva solo sul passaparola, sta portando Marco in giro per l’Italia con uno storico di conferenze, presentazioni, workshop, crowdfunding, già arrivato a oltre 200 eventi. Un progetto che getta un ponte tra la Siberia e la nostra civiltà allo scopo di sollecitare una Consapevolezza che preme per essere accolta e si propone di farlo grazie alla “spinta” propulsiva di quel centro sacrale del mondo che ha nome Siberia.

Sappiamo quanto l’inconscio individuale e collettivo sia forgiato dallo spirito dei luoghi: immaginiamo l’intimo di un essere vivente che passa tutto il suo tempo immerso in panorami sconfinati ricoperti per la maggior parte dell’anno solo di neve, neve… silenzio, bianco, luce riflessa, purezza, vuoto, trasparenza… A quale intimità sarà maggiormente avvezzo se non a quella dell’anima, di dio, dell’assoluto!

Come in alto, così in basso” (e come dentro così fuori) – non può che finire a citare Ermete Trismegisto Marco Pighin, ma anche Tolstoj e Dostoevskij, Steiner e Dahlke (autore insieme a Thorwald Dethlefsen del libro “Malattia e Destino”), Carl Schmitt con il suo “Terra e mare” (terra e mare … due elementi, due forze naturali, due spazi vitali che determinano la vita dell’uomo…), e Zoroastro nell’apoteosi catartica del sacro fuoco quale maestro supremo che incarna il principio creatore per eccellenza. Una danza di elementi che rimbomba di archetipi e miti molto lontani, longevi, ancestrali… e che la meditazione aromatica con gli oli essenziali scaturiti dalla scintilla spirituale del genius loci siberiano, può aiutare a risvegliare, potenziando tutte le latenti facoltà di guarigione insite nel corpo-anima.

Courtesy of Marco Pighin
Courtesy of Marco Pighin

Tra gli oli essenziali che Marco produce e presenta durante le conferenze condividendo la sua pionieristica idea di commercializzazione per il breve periodo in cui rimane in Italia prima di tornare nel piccolo villaggio siberiano dove vive, due tra i più prestigiosi sono senz’altro l’abete e il cedro.

L’Abies Sibirica è un abete che cresce in Siberia, raggiunge i 40 metri di altezza e sopravvive a temperature che superano i – 50 gradi. Quest’olio di altissima qualità viene distillato in una delle più pure e incontaminate regioni del pianeta, la Taiga dei monti Sayani vicino ai confini con la Mongolia. Un olio purissimo e introvabile nel mercato. La sua essenza è la perfetta sintesi delle qualità che la natura può sviluppare nel freddo più intenso: le sue qualità ci portano un calore che è passato attraverso il gelo siberiano, un calore che nasce da una profonda interiorizzazione. Ecco perché quest’olio agevola l’introspezione e il più profondo radicamento trasformando la debolezza in forza, acuendo la vista verso gli aspetti invisibili, spirituali della realtà e verso il raggiungimento della missione dell’anima narrandoci il significato occulto di “cuore del mondo”.

Il Cedro Siberiano è un pino considerato dalle popolazioni indigene la pianta più sacra e importante in quanto è un ricettore e accumulatore di forze cosmiche. Quest’olio essenziale è il più pregiato fra gli oli di pino siberiani.

Tra le altre essenze distillate da Marco, ci sono il Pino Silvestre, la Corteccia di Betulla, l’Iperico, l’Artemisia, il Cumino Carvi-Fioiri, la Picea Obovata. Questi oli essenziali possono venire utilizzati – oltre che nelle maniere più tradizionali (con gli infusori, per massaggi etc.) – anche e soprattutto con quelle che Marco chiama “meditazioni aromatiche”. In questo modo si entra più profondamente in contatto con lo spirito dell’olio lasciando che sopraggiungano intuizioni, visioni, immagini, o tutto quello che lo spirito vorrà indicarci facilitando guarigioni spontanee là dove sia necessario. Non si tratta di panacee o di oli miracolosi beninteso. Il requisito imprescindibile per accostarsi ad essi – così come in qualsiasi dialogo con l’anima – è la Consapevolezza. La vera medicina è questa, ritornare a dialogare con lo spirito.

Per contattare Marco Pighin: marcopighin@gmail.com

Fonte: http://quanticmagazine.com/archives/16/05/2017/distillare-lessenza-del-cuore-del-mondo-aromaterapia-e-geofilosofia-dellheartland-siberiano/

I segreti dei Faraoni Neri: viaggio nella Nubia

Un intenso itinerario alla scoperta dei più bei siti archeologici della Nubia sudanese, tra incontri nomadi, navigazione sul Nilo, campi tra le dune e Dervisci danzanti. Testi e foto di Cecilia Martino

Reportage pubblicato su LA STAMPA VIAGGI il 5 Novembre 2011

Il Sudan è una vera sfida, per tutti. Per chi ci vive, per chi ci viaggia, per chi ci investe. La convivenza di 500 gruppi etnici che parlano più di mille dialetti differenti, le esagerazioni del clima sahariano che da queste parti raggiunge picchi impietosi e che, in ogni caso, limita drasticamente la periodicità dei viaggi possibili, la verginità mentale di un popolo quasi del tutto estraneo al turismo: eccoli, rispettivamente, i “limiti” che chiamano in causa popolazioni locali, viaggiatori turisti e operatori del settore. Il risultato però è che un viaggio in Sudan è fare esperienza nel vero senso della parola, qualcosa che ha molto a che vedere con le esplorazioni di un tempo.

La nostra spedizione ha come meta il Regno dei Faraoni neri e i siti archeologici nubiani, in una porzione di terra che va delimitata con qualche coordinata –  vista l’estensione territoriale di quello che è lo stato più grande del continente,anello di congiunzione tra il mondo arabo e l’Africa nera. I Nubiani sono i diretti discendenti delle prime popolazioni che si accamparono sulle rive del Nilo a sud di Assuan ed oggi questo termine si riferisce alla minoranza etnica che vive nella valle del Nilo, tra la prima e la quarta cataratta, cioè tra Assuan e Karima. Con il nome di Nubia era nota fin dai tempi antichi l’estrema fascia settentrionale che va dalla capitale Khartoum fino all’egiziano lago Nasser ed è qui che si fondono realtà e leggende di uno dei regni più misteriosi del passato, quello di Kush a sua volta legato all’avvincente sorte della XXV dinastia detta, appunto, dei “Faraoni neri”.

Ragazzo nubiano Foto ©CECILIA MARTINO
Ragazzo nubiano Foto ©CECILIA MARTINO

L’incredibile quantità di rovine archeologiche – tra tombe ipogee, piramidi, necropoli – rende la Nubia una miniera d’oro per risalire alla storia delle antiche civiltà che qui si sono susseguite per quattromila anni, spesso in stretta connessione con quella egizia di cui le influenze sono evidenti non meno che i tratti originali di una interpretazione del tutto autoctona di divinità e scritture sacre. Non c’è nulla di simile altrove nel mondo all’arte meroitica, ad esempio, quale compare in una delle sue versioni più superbe nel sito archeologico di Naga (località sacra del periodo meroitico che va dal 500 a.C. al 350 d.C.) dove il grande tempio dedicato al dio Leone Apedemak ci fa ricordare e insieme dimenticare l’imprinting egizio. Il dio Leone, infatti, è estraneo al pantheon egizio mentre ricorre nella cultura sacra nubiana come simbolo della regalità dei sovrani. A Naga se ne possono ammirare raffigurazioni in cinque differenti stili, tutti perfettamente conservate.

Tempio del Dio Leone Foto ©CECILIA MARTINO
Tempio del Dio Leone Foto ©CECILIA MARTINO

La grande maggioranza dei siti meroitici è quella individuata come “isola di Meroe”, area compresa tra il Nilo e il fiume Atbara. Le località più importanti sono MeroeMusawwarat Es Sufra, Naga e Basa. Tra tutte, ovviamente, spicca la città reale Meroe e le sue necropoli con oltre 40 piramidi che danzano immobili tra le dune su una collina a circa 3 chilometri dal Nilo. E’ un colpo d’occhio spiazzante, e se si ha la calma di attendere i giochi della luce solare più arditi (alba e tramonto), qualcosa della mitica città di Kush sembra venir fuori dalle viscere della terra infuocata. Queste 40 costruzioni, luogo di sepoltura dei sovrani dell’antico regno kuscita, sono il più grande agglomerato di piramidi mai conosciuto. Dopo chilometri e chilometri di distese brulle che lasciano lo sguardo vagare in immense pianure di arenaria, le apparizioni delle piramidi – e delle rovine che spuntano durante tutto l’itinerario del viaggio – sono quasi ancore del pensiero a cui la mente, alla fine, si abitua  e quasi non ne può più fare a meno. Un appiglio che un po’ seduce per la storia incredibile di cui sono memento, un po’ consola, dopo tanto vagare nel caldo a tratti insopportabile.

All'orizzonte, il gruppo delle Piramidi di Meroe. Foto ©CECILIA MARTINO
All’orizzonte, il gruppo delle Piramidi di Meroe. Foto ©CECILIA MARTINO

Un altro Dio ci tiene per mano durante tutto il viaggio, oltre ad Apedemak. E’ Amon, re degli dei dell’Egitto faraonico, divinità ugualmente importante e adorata nel paese di Kush dove veniva rappresentato con le sembianze umane e con la testa di montone. Il luogo più potente dove la sacralità di Amon ha preso forma è nel Jebel Barkal di Karima, la “montagna pura” dei nubiani, considerata la dimora del dio Sole.  Proprio a due passi dalla Rest House nella quale soggiorniamo, la sagoma della montagna dalla quale si stacca spontaneamente una colonnina che può ricordare la forma dell’Ureo (decorazione a forma di serpente cara agli Egizi), padroneggia l’orizzonte irradiandolo di forze, mentre ai suoi piedi si trovano le rovine del grande tempio dedicato ad Amon, e alcune piramidi dai profili molto stagliati prendono forma nella piana desertica ad occidente: sono le più belle piramidi del periodo kushita e insieme le più misteriose, tutt’ora in fase di interpretazione da parte di storici e archeologici.

La montagna Jebel Barkal Foto ©CECILIA MARTINO
La montagna Jebel Barkal Foto ©CECILIA MARTINO

Le necropoli di El Kurru sulle sponde del Nilo e quelle di Nuri completano l’incontro ravvicinato che la Nubia offre con i sovrani della XV Dinastia: un enigma che si snoda tra le sponde del Nilo, le dune di sabbia del Bayuda (il deserto bianco) e gli incontri a volte dirompenti di kafir (guardini dei siti), nomadi Shaqiya, fellahin (contadini del Nilo) con asini e cammelli al seguito. E che nel silenzio finale delle calde notti sudanesi rimbomba nel dormiveglia insieme al primo richiamo di un muezzin.

Tramonto tra le dune del deserto. Foto ©CECILIA MARTINO
Tramonto tra le dune del deserto. Foto ©CECILIA MARTINO

Altri approfondimenti del viaggio pubblicati su TURISMO.it

Pensieri nomadi sulla via del Tantrismo

Saggio di Cecilia Martino pubblicato sulla Rivista Philosophema nel 2008.

Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino
Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino

“Libertà del vivere consociato vuoI dire soltanto piegarsi alle consuetudini o alla volontà della maggioranza e della forza, o quel consenso con l’opinione comune che significa di fatto non avere la propria e non c’è nessun arzigogolo filosofico che mi abbia mai persuaso del contrario; perché libertà è quella dell’uomo che parla con le stelle e contempla le montagne che si aprono al sorriso dell’alba o del tramonto e allora rivelano le loro resistenze e debolezze, o ascolta quella musica della natura che già commosse i filosofi della Cina antica.”  (G. Tucci, Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza. Vicenza 2005, p. 195.Il corsivo è mio).

La musica della natura commosse i filosofi della Cina antica. Le parole appassionate di Giuseppe Tucci (1894-1984), viaggiatore ed esploratore dell’anima tibetana, mi riportano con il pensiero ai filosofi presocratici, i cantori del Vero della Grecia antica. Gli uni si lasciavano ammaliare dal senso sonoro e impronunciabile del mistero naturale, gli altri inseguivano coscientemente il principio primo di tutte le cose, volendo nominare per primi il caos. In entrambi i casi, è la natura a provocare thaumazein, lo stupore di fronte alle cose che semplicemente accadono con un loro intrinseco ordine, senza che l’intervento dell’uomo ne modifichi la ultima, incontrovertibile necessità.

Il viaggio nei misteri della natura, in fondo, è l’odissea in cui da sempre si muove l’Ulisse di ogni tempo, perché l’uomo, creatura inguaribilmente metafisica ma necessariamente finita, ha in sorte di cercare da sé e da sé soltanto il senso della propria vita. In alcuni posti del mondo, lontani anni luce dalla cultura prometeica dell’Occidente in cui l’uomo esploratore del mondo ne diventa colonizzatore, ancora è possibile sentirsi parte di un ingranaggio cosmico senza soluzione di continuità né spaziale né temporale.

È ancora possibile stupirsi “parlando con le stelle” e “contemplando le montagne” e, ancor di più, ascoltando le risposte che incredibilmente arrivano da quella musica della natura che disegna armoniche celesti. Uno di questi posti è il Ladakh, un microcosmo fatto di grandi cose in cui ho avuto la fortuna di approdare anche io, sulle tracce di Tucci che in questi luoghi organizzò per ben tre volte (nel 1933, 1935 e 1939) spedizioni in carovane con lo spirito libero dell’esploratore che cerca di avvicinarsi lentamente e in punta di piedi a una Shangri-là dell’anima, un mondo agli antipodi di quello occidentale. Siamo nella lingua di terra più settentrionale dell’India, al confine con Pakistan e Afghanistan.

Soprannominato “piccolo Tibet indiano”, il Ladakh è il ricettacolo di quel che resta del buddhismo tantrico, una tra le più antiche religioni di natura che rimanda a quanto di più ancestrale è  ancora perseverato nella civiltà indù.  Sprofondare nei misteri del tantrismo a più di 3500 metri di altitudine nel cuore dell’altopiano tibetano, nel regno per eccellenza delle forze di natura, ha richiesto alla mia coscienza occidentale un preciso atto di fede: che nulla, ma proprio nulla, fosse dato per scontato. E la forza del thaumazein ha accompagnato ogni mio passo, ai limiti di ciò che è vero e di ciò che è immaginato ma non per questo, meno reale.

Continua:

  • Il mondo è come tu lo vedi
  • Integrazione versus rimozione: la Nonterapia
  • Echi d’infinito
  • Bibliografia essenziale

PER LEGGERE TUTTO IL SAGGIO CLICCA QUI:  http://www.nonterapia.ch/wp-content/uploads/2011/10/philosopnema_-_anno_6_n_8_-_10_-_il_viaggio.pdf

Ladakh, tibet, colori, monasteri, india, buddismo
Interni di un monastero tibetano in Ladakh – Foto ©CECILIA MARTINO

Istanbul: alla ricerca della tristezza perduta

Articolo pubblicato su LA STAMPA VIAGGI – Settembre 2012

“Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria che vive accanto alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale?”

Orhan Pamuk nel suo libro “Istanbul” – forse uno dei più bei ritratti mai scritti sulla metropoli turca – si pone ripetutamente interrogativi simili, spronato da una impietosa convinzione di fondo: che il destino di Istanbul sia la tristezza (hüzün in turco), un fondo di malinconia condivisa accolto dagli abitanti come scelta e dovuto all’incapacità di crearsi una vera identità dopo il crollo dell’impero ottomano e la successiva “turchizzazione” di Costantinopoli operata dall’eroe nazionale Atatürk. Insomma, una città né carne né pesce,  né Europa né Asia, non più multietnica e non ancora del tutto occidentalizzata ma, soprattutto, drammaticamente povera, addirittura miserabile nella sua finta ricchezza. Lo sguardo appassionato di Pamuk, che poeticamente indugia e si arrovella sugli aspetti meno nobili di Istanbul, speculari alle intime confessioni del suo flusso di coscienza personale, ha l’effetto di amplificare invece che sminuire, la bellezza imperscrutabile di una città che ha il potere di seduzione incastrato proprio nei meandri meno risolti della sua identità nazionale. Quel suo essere “infinita e senza centro” – citando sempre Pamuk – non disturba chi si appresta a visitarla per la prima volta. Come me.

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ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

Il periodo della mia permanenza ad Istanbul è scandito dai ritmi del Ramadan, che da queste parti si chiama Ramazan, un invito ben preciso a lasciarsi andare al caos organizzato di una frenesia cittadina che al calar del sole diventa tangibile come un’alchimia che trasmuta in oro i metalli: nel nome di Allah ogni sera per un mese si festeggia l’iftar (l’interruzione del digiuno al tramonto) e l’oro di Istanbul diventa più splendente materializzandosi come preghiera non più racchiusa nelle moschee al suono etereo del muezzin, ma sparpagliata sui prati e tra le rovine dell’ Ippodromo che per l’occasione si trasforma in una vera e propria Cittadella del Ramadan.

E’ qui, in questa antica area nel cuore di Sultanamhet (la parte vecchia e storica di Istanbul) rappresentante il fulcro della vita di Bisanzio per un millennio e poi di quella ottomana per altri quattro secoli, che le celebrazioni musulmane esplodono in una sorta di grande festa paesana con bancarelle dappertutto e una fiumana di gente perlopiù locale. Intere famiglie a stendersi sui prati danno luogo a un frenetico ma tutto sommato composto pic nic collettivo a base di pideci ramazan (pane speciale preparato solo durante il mese sacro) e ipercaloriche leccornie di tutti i tipi: dai gözleme (crepes alla turca cucinate su una piastra e ripiene di formaggio, spinaci o patate) al macun (caramella a spirale dai colori accesi, infilata su un bastoncino), alla lokma (ciambella fritta ricoperta di sciroppo).

Con le sagome della Moschea Blu da un lato e della Chiesa di Santa Sofia dall’altro, che all’imbrunire accolgono tutte le varianti possibili di colori dal cielo rosato, i turisti risucchiati da questo cerimoniale di intimità allargata si aggirano per lo più frastornati ma inevitabilmente attratti da tanta concentrazione di gente, suoni, colori, odori. Pannocchie abbrustolite ad ogni piè sospinto e braci di pane, carni e közde kahve (caffè alla turca preparato su bracieri a carbonella) affumicano l’aria. Quando ci si allontana dal quadrilatero dell’Ippodromo nelle ore di punta di questi festeggiamenti (dalle sette alle dieci di sera), è la memoria olfattiva a rimanere più impressa  nei ricordi.

I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO
I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO

L’odore di Istanbul è una dolce persecuzione che, una volta provocata, non ti si scrolla più di dosso come un molestatore a cui si è fatta la corte a lungo. Dal pungente olezzo di pesce fritto misto a fogna nelle banchine del porto di Eminönü o, dall’altra parte del Ponte di Galata presso il molo di Karaköy, alle essenze intriganti del Mercato Egiziano delle spezie dove la profusione di fragranze non lascia tregua al pari delle urla dei venditori dietro i loro banchi coloratissimi: zafferano turco, mix di baharat (spezie) ottomane in cui risalta l’inconfondibile cumino, datteri e pistacchi di tutte le dimensioni, incir (fichi), pestil (frutta essiccata) e l’aroma intenso del buon caffè turco venduto sfuso, riconoscibile a un miglio di distanza anche dalla lunga coda formata dagli avventori che per pochissime lire turche (due o tre dei nostri euro) si guadagnano un chilo della bevanda più bevuta a Istanbul, insieme al tè.

Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO
Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO

Conviene farsi rapire da questo bazar delle spezie non prima di aver visitato la bellissima Yeni Camil (Moschea Nuova) che si trova proprio lì a fianco, meno pubblicizzata rispetto alla Moschea Blu ma assolutamente meritevole. Voluta dalla madre del sultano Mehmet II intorno al 1597, questo piccolo scrigno di architettura ottomana presenta ricche decorazioni in oro, piastrelle colorate di Iznik (particolarmente costose e ricercate,  sono il marchio estetico della Istanbul storica) e marmi scolpiti. Le sue cupole e i suoi minareti si stagliano decisi di fronte al molo di Eminönü da dove partono le navi, i battelli e i traghetti che attraversano il Bosforo e dove l’odore di mare permea l’orizzonte di qualsiasi pensiero.

Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO
Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO

Pamuk definisce il Bosforo come la “ forza vitale di Istanbul”, una linea di fuga che non può non convergere con le migliori intenzioni di qualsiasi viaggiatore di passaggio in questa città. Il tour in battello sul Bosforo conduce nella zona liminare di quel Giano bifronte tanto problematico agli occhi di Pamuk: la sponda asiatica restituisce le memorie ormai sbiadite dello splendore ottomano con quel che resta delle residenze estive dei sultani, la sponda europea occhieggia all’occidentalizzazione con i profili azzardati di hotel  dal lusso esotico ricavati da antichi palazzi ormai in disuso. Ma al centro gravita la profondità delle acque scure del Bosforo, solcate dai tre ponti che ingigantiscono lo skyline della città da ogni punto di vista, miraggio dell’unione di due anime incomplete in se stesse.

Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO
Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO

Tornando sulla terraferma viene voglia di indugiare sulle banchine dove i fumi neri delle navi si mischiano a quelli delle braci di pesce venduto come riempitivo di panini dagli ambulanti sul traballante Ponte di Galata sul quale transita l’efficiente tram che collega l’area storica di Istanbul con quella più moderna sorta, appunto, al di là del ponte e che si estende dal quartiere di Beyoglu a Taksim. Attendere il tramonto sul Ponte di Galata mentre i pescatori lanciano le loro canne e all’orizzonte la sagoma del Ponte sul Bosforo illuminato a neon ipnotizza lo sguardo, sarà forse uno dei più blasonati rituali turistici ma, se di incantesimo si tratta, allora funziona.

“La vita non può essere così brutta – confessa Pamuk – comunque, uno alla fine può sempre farsi una passeggiata sul Bosforo”.

Ed io, in replica al poeta turco, mi sono sentita quasi in dovere di annotare queste impressioni al rientro dal mio breve ma  intenso viaggio:

Cercavo la tristezza nei riflessi dello Stretto del Bosforo e del Mar di Marmara, nel punto cruciale di due lembi di terra che si spartiscono una comune sorte in due continenti diversi: l’Asia esaudisce ciò che l’Europa promette, l’esotismo di sapere come prenderti, Istanbul. Cercavo la tristezza nel mio viaggio iniziato con la lettura di Orhan Pamuk e con la luna piena la prima sera, una luna calda, gialla e gongolante tra le cupole della Moscha Blu. La notte già avida fremeva con le luci e i rituali impazienti del Ramadan. Ti ho vista e immediatamente riconosciuta, nell’imperfezione che circonda la tua mistica bellezza e il tuo senso di smarrimento, ho sfiorato la tristezza ma come si sfiora accidentalmente la mano di un passante:  un tocco che non esaudisce desideri. Invece tu, con la brezza del Bosforo tra i ghirigori appuntiti dei minareti in lontananza, hai alitato su di me l’intransigente fantasia di un incantesimo”.

Istanbul Cecilia Martino

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ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

copyright 2011 © TURISMO.it / Nexta

La mia India: istantanee in versi

Fotografie e Poesie in mostra: evento ideato da Cecilia Martino e Stefania Molajoni a Maggio 2008 presso la libreria Liber.menTe di Roma.  Un viaggio tra parole e immagini attraverso 11 pannelli espositivi che, dietro al percorso geografico, lasciano intravedere le tracce di un’anima in cammino. Testi e foto di Cecilia Martino.

La mia India: non un punto di vista documentaristico del luogo ma uno sguardo introverso su una regione dell’anima, non occhi esperti da fotografo ma occhi languidi da poeta che vede in un fermo immagine – istantanee – una poesia in potenza. Dunque, il punto di partenza rimane quello di una scrittrice, in ogni caso.

E’ la parola a generare gli scatti, la parola poetica precisamente, una parola ancora muta – esterrefatta di fronte alle impressioni violente che colpiscono l’immaginazione, e che depone nell’istante attento di una foto il suo senso di provvisoria irrisolutezza. Non sempre ci sono parole per raccontare le esperienze di un viaggio – e di un viaggio in India forse ancora di più, data la fascinazione mistica connaturata al posto – e non sempre le immagini sono traduzioni sincere di quanto si sperimenta vivendo. Un reciproco scambio in senso circolare può forse riuscire ad integrare ciò che solitamente la visione lineare delle cose rende oscuro, imperscrutabile, incerto.

Le mie parole sull’India non descrivono, così come le mie foto non narrano alcunché di oggettivo. Non hanno pretese denotative, si affidano all’inaffidabile. Sono frammenti di Indicibile presi dal nulla, la voce di un Sé in cammino, che può soltanto meravigliarsi per ciò che vede. E in questo “vedere” risiede il mio imprescindibile sentire poetico, una vocazione spontanea al dare consistenza linguistica – in versi – a strati di esperienza impronunciabili, frutto di un atteggiamento introverso più che intimista che non può fare a meno di guardare il mondo da dentro più che da fuori.

Il mio viaggio in India – costringendomi a momenti di sana solitudine al cospetto di scenografie umane e naturali inverosimili – ha arricchito la mia anima di parole nuove. Alcune le ho sapute pronunciare, altre attendono ancora di essere messe al mondo.

(Articolo uscito su ARTE.it il 16 maggio 2008)

Viaggio in Sudan – Sulle sponde del Nilo da El Kurru a Nuri

Altre due importanti Necropoli nel cuore dell’antico regno di Napata: tra tombe sotterranee, incontri nomadi, navigazione sul Nilo e uno struggente tramonto con la benedizione di Taharqa il Grande. Testi e foto di Cecilia Martino

A circa 10 chilometri a sud di Karima, sulle sponde del Nilo che con le sue acque cupe e dense di storia sublima i pensieri durante le ore di viaggio, si trova la Necropoli di El Kurru, ai margini dell’omonimo villaggio. Siamo nel cuore di quello che fu l’importante regno napateo e proprio qui è possibile farsi un’idea dei diversi stadi dello sviluppo piramidale. Le più evolute costruzioni kuscite consistenti in monumenti sepolcrali con tipiche piramidi aguzze, furono precedute, infatti, da ben più rudimentali collinette costruite direttamente sopra la tomba. Se non si soffre di claustrofobia vale la pena visitare le uniche due tombe sotterranee oggi aperte al pubblico.

Il momento della preghiera Foto ©CECILIA MARTINO
Il momento della preghiera Foto ©CECILIA MARTINO

Oltrepassata una ripida scalinata che conduce sotto terra, si entra nella tomba vera e propria e qui si rivela tutta la bellezza di iscrizioni geroglifiche e immagini policrome di re e divinità ancora in parte ben visibili se muniti, ovviamente, di una torcia. Si distinguono alcune scene molto significative, legate a quel complesso armamentario immaginifico che è la spiritualità egizia, tra queste il momento del “peso del cuore” del defunto quale momento della verità per l’anima esposta al giudizio del dio dei morti. Un altro dipinto molto bello, non riscontrabile in nessun’altra tomba sudanese e dunque anche molto interessante, è quello che raffigura la regina sdraiata in posizione prona sul letto funerario.

Donne nubiane Foto ©CECILIA MARTINO
Donne nubiane Foto ©CECILIA MARTINO

Le Necropoli sorgono proprio davanti al villaggio di El Kurru e, durante la visita, ci si imbatte in donne che incrociano la traiettoria dei nostri passi, incuriosite di noi e del nostro concitato fotografare, a ricordarci continuamente come il turismo da queste parti sia ancora un concetto molto astratto. Riceviamo ospitalità da una famiglia dove numerose donne avvolte in abiti coloratissimi ci invitano ad entrare mostrandoci la loro casa ed offrendoci l’immancabile tè speziato e karkadè bollente. La casa nella sua semplicità è molto dignitosa: ci sono, come di consueto nelle abitazioni nubiane, più letti distribuiti nei vari ambienti e la cucina.

Cecilia Sudan villaggio nubiano

Per raggiungere Nuri e le sue piramidi che si trovano dall’altra parte del Nilo rispetto a El Kurru, ci si imbarca sul Nilo all’altezza della Quarta Cateratta a valle della nuova diga, “ospiti” di pescatori che ci traghettano sulla loro barca. Dopo circa un’ora di navigazione sul Nilo, si parte con i fuoristrada alla volta di Nuri, la più importante delle necropoli di Napata, l’antica capitale dei Faraoni Neri. Finalmente, dopo tanto vagare, si giunge, non senza una buone dose di soggezione, di fronte alla tomba del mitico Taharqa, indiscusso protagonista della XXV Dinastia: non per niente ci si trova al cospetto della più grande piramide del regno di Kush. Su una spianata desertica di sabbia chiara e intonsa livellata dal vento, si è letteralmente circondati dai resti delle piramidi di 19 re e 53 regine in una sorta di cerchio magico che invoglia al silenzio, già prerogativa inestinguibile del posto. Ci raggiungono presto, puntualmente, i kafir (guardiani) del sito che si adagiano sulla sabbia in contemplazione del tramonto, insieme a noi. La palla del sole, che ormai vien voglia di chiamare Amon, rotola sul crinale di una piramide e si resta immobili a lungo di fronte all’orizzonte rosa, prima che il buio avanzi e non c’è tempo da perdere: ad attenderci sono le tende da montare per un’altra notte calda e stellata, ai piedi di qualche duna.

Reportage pubblicato su TURISMO.it il 5 novembre 2011

Viaggio in Sudan – La “Montagna pura”, il Jebel Barkal

La risposta nubiana all’aborigeno Uluru. Una scalata all’alba della montagna ricompensa delle fatiche dell’intero viaggio. Testi e foto di Cecilia Martino.

La sua sagoma si intravede già da molto lontano quando si è ancora in pieno deserto del Bayuda. Come tutte le cose grandi, incute reverenza fin dalla sua prima apparizione, sarà anche per le notizie che apprendiamo presto sul suo conto: il Jebel Barkal è la “casa” del dio Amon-Ra, il luogo sacro per eccellenza dei nubiani, il centro spirituale del Regno di Kush, bussola nel deserto nubiano e da oltre mille anni suo cuore religioso. Insomma, questa splendida montagna di arenaria rossa è molto più di una semplice montagna. La sua conformazione rivela già una particolarità, la stessa che convinse i sovrani di Kush ad edificare proprio lì sotto il grande tempio di Amon: una piccola colonnina di pietra si stacca spontaneamente dal monolite, assumendo le sembianze dell’Ureo, la decorazione a forma di serpente cara agli Egizi nonché simbolo regale per eccellenza.

Cecilia Jebel Barkal

Dovunque si volga lo sguardo, con centro nel Jebel Barkal, si trovano testimonianze dell’antica civiltà napatea (750-500 a.C.), quella precedente alla merotica, con capitale Napata localizzata praticamente dove oggi sorge la moderna cittadina di Merowe (da non confondere con l’antica città di Meroe), quasi di fronte al monte sacro. Il regno di Napata si estese fino a tutto l’alto Egitto inclusa Tebe e si ricorda soprattutto per la mitica figura del più importante e famoso dei Faraoni neri della XXV Dinastia: Taharqa il Grande. Proprio per la sua importanza l’area archeologica che si estende nella zona del Jebel Barkal è soprannominata la Karnak del sud. Ai piedi della montagna, dicevamo, era stato edificato un maestoso tempio dedicato ad Amon, di cui rimangono ancora delle rovine a cominciare da alcuni arieti in granito grigio situati all’ingresso. Verso l’interno, nell’area più vicina alla base della montagna, giace un grande altare in granito grigio che porta rappresentazioni di Amon e il profilo del re Taharqa.

Sul lato più meridionale, sempre alla base del sacro Jebel (jebel in arabo vuol dire “montagna”), è scavata una camera-santuario dedicata alla dea Hator, introdotta da due splendide colonne i cui capitelli riportano le effigi, perfettamente visibili, del volto della dea. All’interno del santuario si può notare un affresco con una scena di parto: essendo la dea Hator protettrice delle donne e della famiglia oltre ad essere la divinità della danza e della musica, della gioia e della bellezza, si pensa che all’interno di questo santuario venissero le donne a partorire, in un ambiente protetto e isolato da tutti. Varcando le soglie di questi templi e di quel che ne rimane, si incontrano i principali soggetti dell’Olimpo egiziano-nubiano, alcuni sono personaggi strani come il dio nano Bes, ad esempio, con le sue gambe storte e il capo sormontato di piume, genio benefico delle famiglie: lo si vede anch’esso nella camera-santuario “del parto”.

Dal Jebel Barkal: un tramonto appeso a un filo! Foto ©CECILIA MARTINO
Dal Jebel Barkal: un tramonto appeso a un filo! Foto ©CECILIA MARTINO

Dall’alto della montagna, si ha un colpo d’occhio del perimetro sacro descritto dal grande tempio di Amon, e non solo. Dall’alto del Jebel, dopo una scalata di un quarto d’ora alle prime luci dell’alba, si respira qualcosa che non ha forma né sostanza: il sole che sorge dal Nilo tinge di rosa le sue acque e schiarisce piano piano le sponde invase da palmeti, rende ancora più luminoso il colore del Bayuda, il deserto bianco che circonda la montagna trafitto dalle nuove strade asfaltate che sono state costruite a Karima. Sulla sinistra, la deliziosa Rest House che ci ha dato alloggio, appare come un’oasi discreta che dona eleganza al Grande Nulla desertico da un lato, e al caos visibile dell’agglomerato cittadino di Karima dall’altro.

Rest House nei pressi di Karima, dove abbiamo alloggiato. Foto ©CECILIA MARTINO
Rest House nei pressi di Karima, dove abbiamo alloggiato. Foto ©CECILIA MARTINO

Fanno parte dell’area archeologica del Jebel Barkal, le Necropoli di El Kurru e di Nuri, le nostre prossime tappe, intervallate dall’incontro con la gente dei villaggi a El Kurru.

Reportage pubblicato su TURISMO.it il 5 novembre 2011

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Viaggio in Sudan – I luoghi sacri di Meroe

Le Piramidi di Meroe e i templi di Naga e Musawwarat: luoghi sacri tra deserto e savana. Testi e foto di Cecilia Martino.

Spuntano dall’alto di una collina dietro dune che il vento spazzola e modella a suo piacimento, si alternano a piccoli gruppi e quando pensi di aver finito, c’è già un’altra visione che quasi ingombra il senso dell’orientamento: sono le magnifiche piramidi della Necropoli reale di Meroe, uno dei siti archeologici più famosi della Nubia. Si tratta di due gruppi composti da 40 piramidi che vanno a formare il cosiddetto cimitero nord e il cimitero sud, praticamente il più grande agglomerato di piramidi mai conosciuto. Qui trovarono sepoltura i sovrani dell’antico regno di Kush e, insieme ad essi, i loro corredi funebri e quelli del proprio harem e dei servitori. Meroe fu la capitale del regno kushita dopo il periodo di Napata (750-500 a.C.) nel quale si succedette la famosa XXV Dinastia detta dei “Faraoni neri”.

Necropoli di Meroe Foto ©CECILIA MARTINO
Necropoli di Meroe Foto ©CECILIA MARTINO

La civiltà meroitica rivela maggiori influenze egizie rispetto a quella napatea, ma con picchi di assoluta originalità che ancora intrigano archeologici e studiosi, specie per quanto riguarda la scrittura. Ai profani (come la sottoscritta) potrà risultare praticamente impossibile distinguere il geroglifico egiziano da quello meroitico, ma pare ci siano differenti versioni (una prima in corsivo, un’altra in geroglifico) che hanno reso la scrittura meroitica degna di ripetuti approfondimenti, vero rompicapo per molti specialisti. Passando di tomba in tomba i glifi e la simbologia evocante l’antico Egitto irrompono senza mezze misure, tra raffigurazioni di snelle divinità e robuste Candace, le “divine adoratrici di Amon” che rivestono un ruolo molto importante presso i sovrani napatei e in tutto l’Alto Egitto in generale. Le Candace (che in meroitico vuol dire “sorella”) sono donne quasi sacralizzate in quanto investite del privilegio di affiancare il re, compaiono in moltissimi dipinti all’interno delle piramidi in atteggiamenti maschili raffiguranti coraggio e forza (con l’arco e le frecce) e molte sono sepolte proprio qui, nella Necropoli reale di Meroe.

Candace Foto ©CECILIA MARTINO
Candace Foto ©CECILIA MARTINO

Immerse, oggi, in un silenzio quasi irreale restituito dalla piana desertica, con il Nilo distante solo 3 chilometri, queste piramidi si fanno ricordare per la loro unicità, e se la foga dei “tombaroli” – tra cui (ahimè) un italiano, tale Ferlini – non avesse defraudato questi scrigni dei loro tesori, il mosaico che esse compongono sarebbe perfetto. Un lieto fine però c’è: il bottino di Ferlini, appartenente alla tomba della regina Amanishakheto, una Candace del I secolo a.C., è oggi conservato ed esposto in una sala del museo di Berlino intitolata appositamente agli “ori di Meroe”. Dal momento che la fortuna aiuta gli audaci ma non gli stolti, il tesoro rapito dal Ferlini – consistente di anelli, bracciali, parure, oro e pietre preziose – una volta riportato in Europa dal suo trafugatore, venne ritenuto un falso: troppo lontano lo stile dei gioielli da quello, più familiare, di analoghi oggetti rinvenuti nelle tombe egizie. Tant’è.

Kafir (guardiano dei templi) nubiano. Foto ©CECILIA MARTINO
Kafir (guardiano dei templi) nubiano. Foto ©CECILIA MARTINO

Continuiamo a seguire le tracce della civiltà meroitica e le prossime tappe si rivelano fondamentali: Naga e Musawwarat, raggiunte dopo un percorso su strada asfaltata prima, e un tratto sabbioso a seguire la vallata del Wadi Awatib, dopo. La scenografia naturale è quella della savana e, tra acacie ombrellifere e folti cespugli di graminacee, si giunge a destinazione. Naga è la località sacra del periodo meroitico del quale conserva i monumenti più significativi e intatti. Immancabile il tempio del dio Amon introdotto da una schiera di sfingi poste di fronte all’ingresso principale, raffigurate con la testa di ariete. Il tempio del leone è impreziosito dai grandi rilievi visibilissimi di cui è esemplare quello del dio Apedemak, il re Leone estraneo al pantheon egizio, che qui viene invece esaltato addirittura con cinque differenti stili di cui i più singolari sono: con il corpo di serpente che esce da un fiore di loto con busto umano e testa leonina e la rappresentazione con più braccia che suggerisce una certa influenza indiana.

Raffigurazione del dio Apedemak, il re Leone. Foto ©CECILIA MARTINO
Raffigurazione del dio Apedemak, il re Leone. Foto ©CECILIA MARTINO

Stessa influenza che si può riscontrare nell’uso di innumerevoli raffigurazioni di elefanti nel tempio di Musawwarat, il più grande del Sudan, contraddistinto da un grande recinto: qualcosa come 600 metri di lunghezza che racchiude un mix di costruzioni alquanto sconfusionato ma che rende l’idea della vastità del sito. Nei pressi dell’area archeologica di Naga si trova un pozzo che viene utilizzato tutt’ora dagli abitanti dei villaggi per i loro rifornimenti di acqua: vi giungono dopo tragitti di anche due ore, con asini a seguito. Una parentesi di vita nel grande deserto che infuoca di solitudine i tanti chilometri che percorriamo in fuoristrada.

Cecilia Sudan

Con la prossima tappa si varca la mappatura di quelle geografie sacre del mondo che sprigionano forze, al di là di ogni possibile suggestione: l’incontro sarà con la “Montagna pura” dei nubiani, la risposta sudanese all’Ayers Rock degli aborigeni.

Reportage pubblicato su TURISMO.it il 5 novembre 2011

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