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Sri Tathata, un libro aperto sull’Universo

Chi è Sri Tathata? Tathata, maestro vivente nato in Kerala, nel Sud dell’India, è un libro aperto sull’Universo.

Articolo pubblicato su www.chandrasurya.net il 1 Agosto 2015

Bastano gli occhi, quello sguardo proteso sull’infinito, uno sguardo senza fondo né appigli, che attinge a tutta la Bellezza del mondo, che trasborda di amore e sembra urlare, placido, un boato di compassione universale. Tathata vuol dire “perfezione assoluta” e la perfezione è un processo intrinseco allo sviluppo della vita, all’evoluzione che tende sempre al suo fine più alto. Vivere secondo Natura, ricordandosi cioè di questo scopo evolutivo supremo, è il Dharma. Dharma è accordarsi con le leggi cosmiche di progresso in tutte le sue fasi (creazione, mantenimento, distruzione, riposo, ri-creazione), è portare la vita al suo compimento massimo, cioè consentire la manifestazione divina (il fine superiore, il lato invisibile del visibile) in ogni cosa. Cominciando da noi, ovviamente.

Sri Tathata

L’aspirazione che ci può supportare nel passaggio evolutivo proprio dell’era che stiamo vivendo, è quella di portare allo sviluppo massimo le nostre facoltà mentali innescando la Consapevolezza in ogni processo che ci riguarda e a tutti i livelli (fisico, mentale, emotivo, spirituale). Non basta avere una mente che ci distingue dagli animali; questo è stato il grande passo evolutivo dell’era precedente. Ora è il momento di andare oltre, oltre persino alla mente stessa, oltre persino all’uomo stesso. Il tempo dell’“Uomo oltre l’Uomo” di nietzschana memoria e dell’Overmind, la “Supermente” di cui parlava Sri Aurobindo, il più grande maestro e filosofo indiano del XX secolo con cui Tathata ha non poche affinità. Questo passaggio, ovviamente, non può essere compiuto né dall’Io Individuale, né dalla personalità egoica, ma dall’Io Superiore, quell’Intelligenza intuitiva e creativa, quel maestro interiore (Aurobindo lo chiama essere psichico, Tathata lo chiama mahas), quell’anima scalpitante che chiede solo di essere ascoltata e che, indovinate dove risiede? Al centro del nostro petto, nel Cuore, il Sentiero di Mezzo che integra l’alto (spirituale) e il basso (materiale) portando a compimento lo sviluppo, appunto, dell’Uomo Integrale. Tathata, come molti maestri, parla di Insight, visione dall’interno.

Aurobindo e Tathata
Da sinistra a destra: Sri Aurobindo e Sri Tathata

E come si fa ad accedere a questo beatifico serbatoio di ispirazione e grazia senza filtri mentali da cui ricavare un flusso inarrestabile di energia, beatitudine e abbondanza? Innanzi tutto, bisogna volerlo (il potere dell’aspirazione, tapas, fuoco spirituale) e simultaneamente avere il coraggio di aprirsi totalmente. Sembra una banalità, ma se non apriamo la porta, quello che c’è dietro la porta non può entrare. Spesso crediamo di essere in uno stato di apertura, invece siamo timorosi e attaccati così profondamente alle consuetudini (le famose “zone di comfort”), che riusciamo solo in minima parte a percepire cosa c’è dietro la porta.

Cecilia Sri Tathata
Satsang a Roma, 25-26 Luglio 2015

Se resistiamo al movimento che vuole farci crescere (perché non c’è altra certezza nella vita che questa: il cambiamento), sperimentiamo dolore e blocchiamo il naturale anelito evolutivo che si compie attraverso di noi. Noi siamo gli strumenti dell’evoluzione della Natura e dell’Universo, solo di questo dobbiamo assumerci pienamente la responsabilità. Non siamo ospiti per caso in questo piano di esistenza che ci troviamo a sperimentare, siamo agenti proattivi della trasformazione del mondo. In questo consiste la vera spiritualità, in un’occasione di crescita, non in un dogma o in un sistema di credenze (pur spirituali che siano). In questo consiste lo Yoga, non nel sapersi mettere a testa in giù e rimanerci per ore. Come Tathata ama ripetere spesso:

“ Yoga è vita e la vita è Yoga”

Lo Yoga, l’Unione con la Coscienza Universale, è una Presenza, è un’esperienza di espansione da incrementare complessivamente, è un viaggio. E più si viaggia leggeri, più si va veloci. Più si mollano le zavorre di automatismi e schemi limitanti, più ci si diverte. Perché in questo viaggio, non c’è nulla di austero. E nuovamente, l’eco delle parole di Aurobindo

“Che tutto in te sia gioia, questa è la tua meta”

Aurobindo e Tathata
Da sinistra a destra: Sri Aurobindo e Sri Tathata

Non ritirarti dal mondo, agisci nel mondo” è uno dei precetti dei Dharma Sutra di Tathata nonché la base dello yoga integrale di Sri Aurobindo il cui attivismo culturale, politico e sociale lo portò a sperimentare una vita tutt’altro che ascetica. Solo che, quando si entra in connessione con il flusso di energia cosmica (divina, spirituale, universale come ci piace più chiamarla, ma tanto esiste al di là di ogni definizione!), non sei più tu che agisci, ma lei attraverso di te, e dunque non c’è più attrito nemmeno di fronte alle difficoltà. Perché, affidandosi totalmente (Surrender, altra parola magica di Aurobindo e Tathata), niente alla fine ci appartiene più, e tutto scorre. Tutto va come deve andare, né più né meno. C’è in questo atto del Surrender, resa totale e abbandono, tutta la grandezza propria degli ossimori, perché è un morire (si sacrifica la personalità, si muore all’Ego, si svanisce nel darsi totalmente senza attaccamenti) e un rinascere a nuova vita. Una vita definitivamente libera.

Satsang e Iniziazione Dharma Snana, Roma, 26 Luglio 2015
Satsang e Iniziazione Dharma Snana, Roma, 26 Luglio 2015

“Quando il ricercatore spirituale riesce a collegarsi alla Coscienza Universale, la Presenza discende su di lui e, nel contempo, sulla Madre Terra. La Presenza spirituale rende completa sia la vita spirituale che la vita nel mondo. Il segreto di ogni cosa è in relazione con questa verità e l’accesso all’incommensurabile ricchezza dalla quale dovremmo poter attingere ne dipende.”
(Sri Tathata)

“Per uscire dall’ego serve la forza di volontà, piuttosto che l’atteggiamento. Bisogna volerlo. E il mezzo più sicuro è darsi al Divino. Non tentare di attirare a sé il Divino, ma darsi.”
(Sri Aurobindo)

Fonte: http://www.chandrasurya.net/2015/08/sri-tathata-yoga-e-vita-e-la-vita-e-yoga/

Yoga sciamanico: libera la tua gioia di vivere (e di morire)

Articolo di Cecilia Martino pubblicato su Il Giornale dello Yoga

COS’E’ LO YOGA SCIAMANICO

Yoga sciamanico è un termine coniato da Selene Calloni Williams in cui convergono le due tradizioni (quella orientale yogica e quella occidentale psicologica) che sono state alla base della sua formazione iniziatica e che, oggi, confluiscono nella potente visione sincretica simbolo-immaginale veicolata da Nonterapia e dall’Imaginal Accademy. In questo approccio si sperimenta lo yoga quale forma di psicologia pratica, un’esperienza integrale di creatività su tutti i livelli dell’essere (fisico, emotivo, mentale, spirituale) che segue, prosegue e persino supera l’altrettanto potente visione del grande maestro del Purna Yoga o Yoga Integrale, Sri Aurobindo il quale fu senz’altro un grande yogin, ma anche uno sciamano. Insieme a lui, tra le molte voci con cui si dialoga intraprendendo tale cammino, quelle dei mistici Tilopa, Naropa e Milarepa, Abhinavagupta, Padmasambhava le dakini tantriche Ma gcig Lab sgron e Yeshe Tsogyel.

“Lo scopo del nostro yoga è la perfezione di sé, non l’annullamento di sé” (Sri Aurobindo)

MA CHI È LO YOGIN SCIAMANO?

animaselvaggia

Sciamano è, stando al significato proprio del termine, “colui che è eccitato”, cioè potentemente vivo. Siamo vitali quando siamo ispirati o innamorati, che poi è la stessa cosa. La concupiscenza è il piacere stesso di creare, di essere cioè creativi e di fluire incessantemente in un piacere che non si esaurisce mai in quanto non dipende da nessun oggetto esterno ma è tenuto acceso da una ininterrotta aspirazione interiore. È il fuoco del Dumo (in tibetano gtum mo) che va sempre alimentato e che riveste un ruolo cruciale in una delle pratiche di yoga sciamanico detta lo Yoga del Calore.

“Tutte le cose gettate nel fuoco che brucia in seno alla propria coscienza abbandonano ogni differenziazione alimentando la sua fiamma con la loro energia. Quando la natura delle cose è dissolta da questa violenta cottura, le divinità della coscienza [signore degli organi sensoriali] gustano l’universo trasformato in nettare. Appagate, esse si identificano con Bhairava, firmamento della Coscienza, Dio che dimora nel Cuore, Lui, la pienezza”. (Abhinavagupta)

Gli insegnamenti di yoga sciamanico affondano le radici nel substrato esoterico di tutte le tradizioni spirituali dei popoli (orientali e occidentali), cioè in quegli insegnamenti iniziatici a matrice naturale e tantrica per lo più trasmessi oralmente. Non esiste una scuola codificata e da qui la difficoltà di trovare una manualistica dettagliata sull’argomento. Il libro di Selene Calloni Williams “Iniziazione allo Yoga Sciamanico” è il primo e unico nel suo genere e la dicitura Yoga Sciamanico è stata coniata dall’autrice a suggellare la sintesi di yoga integrale e sciamanismo.

Statue di Tilopa Naropa Milarepa yoga sciamanico tantrico himalayano
La grotta originale dove meditò Naropa. Al suo interno sono state poste le statue raffiguranti Tilopa, Naropa e Milarepa, i tre maggiori yogin della tradizione del buddismo tantrico diffuso in Ladakh. Foto ©Cecilia Martino

Ritroveremo nel nucleo ispiratore di tale yoga, dunque, molteplici fonti: dalle dottrine segrete del misticismo tibetano ai sei Yoga di Naropa, dalla Mahamudra di Tilopa al Kalachakra Tantra e i rituali di offerta del corpo del Chod, così come gli insegnamenti del Bardo del Libro Tibetano dei morti, ma anche l’alchimia, lo gnosticismo dei Vangeli apocrifi, la mistica sufi e le pratiche del Buddhismo Vajrayana. E troveremo miti, Daimon ed archetipi della psicologia di James Hillman, il perno attorno a cui ruota la visione simbolo-immaginale applicata a tutte le discipline proposte da Nonterapia, yoga e meditazione incluse.

“Ogni psicologia che sceglie come sua meta l’anima deve parlare in termini immaginativi”. (James Hillman)

RITIRARE LE PROIEZIONI O RIASSORBIRE IL REALE

Partecipare a un corso o, meglio ancora, a un viaggio-seminario di yoga sciamanico vuol dire essenzialmente fare esperienza del “ritiro delle proiezioni” (per dirla alla James Hillman) o “riassorbimento del reale” (per dirla alla maniera degli yogin nella Siva Samhita), un’esperienza cioè di risveglio dalle illusioni basato sul concetto di fondo che tutto è sogno, immagine, proiezione. Cosa sono queste illusioni? Potremmo chiamarle maya, oppure cittamaya (illusioni mentali, costruzioni mentali), condizionamenti, attaccamenti, trappole dell’oggettivismo e del materialismo, delle sensazioni e dei pensieri nei quali tendiamo a identificarci. Che lo si dica con termini più psicologici (ritirare le proiezioni) o mistico-yogici (riassorbire il reale), la sostanza non cambia: tutta la realtà oggettiva è un grande sogno, una ipnosi collettiva e individuale dalla quale risvegliarsi allenando l’attenzione cosciente per ricordarsi chi si è veramente (i creatori manifestanti del sogno) e restituendo l’anima alle cose.

Cecilia tamburo sciamanico

Restituire l’anima alle cose, ovvero fare anima. Come? Riprendendo il dialogo interrotto con il Daimon, cioè con l’invisibilità che può chiamarsi in molti modi più o meno suggestivi, rassicuranti o perturbanti: il regno degli spiriti, delle ombre, degli avi e antenati, dei sogni, dei miti e della favole, di dio e di tutti gli dei e dee. Il grande spirito che sta al fondo di qualsiasi cosa. Gli indiani d’America lo chiamavano Wakan Tanka.

Di questa stessa sostanza spirituale, cioè invisibile, animica, sono fatte le persone, le situazioni, gli eventi con cui veniamo in contatto quotidianamente, che non sono altro che nostre proiezioni (il che non vuol dire che non esistano!), creazioni che prendono forma da quel luogo primevo da cui si originano tutte le immagini: l’Akasha, il luminoso spazio vuoto della Medesimezza, il leggendario Shambala dei tibetani, la mitica valle dell’Orizzonte Perduto, Shangri-La.

Se si ha la determinazione, il coraggio, la premura, la fede di voler approdare in questo luogo, sottraendo la realtà che quotidianamente si mette in scena da ogni personalizzazione egocentrica e restituendola al mito originario di appartenenza (la Grande Imago), se si ha audacia e perseveranza di sostare in questo limbo alle porte della Grande Soglia tra il visibile e l’invisibile come fanno gli sciamani di ogni tempo, con l’attenzione cosciente di chi sa cosa sta guardando… ecco, allora si sta già percorrendo il mirabolante sentiero dello yoga sciamanico, quel “camminare sul fermo suolo della non oggettività delle cose” che rende davvero liberi.

“Cammina sul fermo suolo della non oggettività delle cose” (Milarepa)

COME SI PRATICA LO YOGA SCIAMANICO

Cecilia e Selene yoga sciamanico

Non esiste un metodo rigido e univoco a cui appigliarsi per chi vuole praticare yoga sciamanico, questo è già il primo regalo (qualcuno forse lo chiamerebbe ostacolo o limite) che tale sentiero ti offre. Portatrice dello yoga sciamanico in Europa da oltre 30 anni, Selene Calloni Williams ha nel corso del tempo raccolto, unificato, amalgamato, tutte le principali pratiche attingendo dal fitto serbatoio delle tradizioni esoteriche a cui abbiamo accennato prima, impreziosendole con gli insegnamenti ricevuti direttamente dai suoi maestri. Ma la creatività rimane l’unico vero spirito conduttore da cui lasciarsi ispirare, sia nel ricevere tali insegnamenti che, eventualmente, nel proporli. Non ci sarà mai una pratica uguale all’altra, mai. Pur nel ripetere più volte la stessa pratica, cambieranno molte cose, e non per questione di “livelli” (principianti, progrediti, avanzati etc.- nello yoga sciamanico tali divisioni non hanno ragion d’essere) ma di progressiva intensità.

Lo yoga sciamanico ti insegna che non esistono distanze, solo profondità, e a queste profondità ti fa accedere lasciando che la tua coscienza più che illuminarsi (in quanto già lo è, deve solo ricordarselo), sbocci come un fiore. Nello sbocciare di ogni possibilità insita in ognuno di noi è il segreto della vera libertà.

“La libertà è lasciarsi catturare fino in fondo dalla vita. È l’essenza stessa dell’essere e non la si può che divenire. La libertà pensata non è che una prigionia più comoda. Non pensare alla libertà, divieni la libertà. E poiché non puoi divenire se non ciò che sei, sii te stesso fino in fondo”
(Selene Calloni Williams- Fondatrice dell’Immaginal Academy)

Fanno parte dello yoga sciamanico: il Mantra yoga (un aspetto del nada yoga, lo yoga del suono), il Nada yoga, il Kriya yoga, il Kundalini yoga, lo Yoga del Corpo Illusorio, lo Yoga del Calore, la pratica del nyasa e dei “quattro simboli interni”, lo yoga del Bardo, lo yoga della Luce Chiara, lo yoga del Trasferimento del Principio Cosciente, lo yoga della Comprensione dello stato di sogno, la “Ruota di Medicina”, e molti altri rituali sciamanici.

donnaquila

ESPERIENZA-MADRE ESPERIENZA-FIGLIO

Di sicuro, uno dei fondamenti su cui si basa la pratica dello yoga sciamanico è la convergenza di due aspetti che non devono mai mancare: l’esperienza fisico-corporea (Esperienza Figlio) e l’esperienza visionaria-simbolico-immaginale (Esperienza Madre). Il corpo è senza dubbio il veicolo privilegiato per fare esperienza diretta di ciò che si vuole conoscere. “Se vuoi conoscere una cosa, diventa quella cosa” – diceva Sri Aurobindo: è la chiave di quella conoscenza per immedesimazione che è l’unica vera conoscenza perché è un sapere che non inizia e finisce nel cervello, ma che ti entra nelle cellule. Non teoria che tutt’al più stimola l’intelletto, ma energia che trasforma la memoria cellulare. Ragion per cui le tecniche di yoga sciamanico sono tutte prepotentemente fisiche. D’altronde, in qualsiasi tipo di yoga, l’uso del corpo è cruciale. Il corpo è il veicolo del respiro vitale il quale a sua volta è il ponte tra il corpo e la mente, uno degli strumenti più potenti che l’essere vivente incarnato ha a disposizione per dialogare con l’anima. Anima, pneuma, respiro.

“Se vuoi vedere uno spettacolo, guarda il tuo corpo” (Proverbio tibetano)

Ma nello yoga sciamanico che, come abbiamo detto, è il cammino della depersonalizzazione della realtà oggettiva, anche il corpo viene svuotato della sua consistenza materiale e riportato alla sua reale natura di simbolo: il corpo quale veicolo di pura apparizione. Simbolo della stessa volontà di esistere, della capacità di darsi, dell’amore, della morte, del sacro, è la visibilità della nostra impermanenza, di ciò che non sta fermo e non permane a se stesso. Da qui il collegamento imprescindibile con l’Esperienza Madre, (l’evento immaginativo) che implica l’utilizzo di particolari “formule magiche” (le formule psichiche della creazione immaginale), il richiamo ad immagini dalla potente forza evocativa, visualizzazioni di forme, colori, yantra e ripetizioni silenziose di mantra: è il dialogo con l’anima che prende forma.

L’IMPORTANZA DEL RITO

“Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare” (Friedrich Nietzsche)

Anima: spiriti, dei, dee, archetipi, miti, avi, antenati, sogni, paure, demoni, emozioni, scelte della vita, relazioni amorose, nodi alla gola, malattie, disagi psichici… Materiale animico che lo yoga sciamanico utilizza non per guarire alcunché né tantomeno per analizzarlo o interpretarlo, ma per ritualizzare la sacralità della vita così come essa è, magari al suono di un tamburo che è per eccellenza lo strumento dello yoga sciamanico, il ritmo tribale che risuona con il respiro della Natura portandoci al di là della mente e di tutti gli opposti, nella trance estatica che ristabilisce il patto infranto con gli dei, con il mondo degli spiriti e dell’invisibilità. La chiave per la vera guarigione, infatti, non è ottenere la salute ma la salvezza. Si può essere malati in un corpo sanissimo e salvi in un corpo affranto dalla malattia. Si è salvi solo se ci si riconcilia con il mondo invisibile, dandosi al grande mistero che lo anima e che chiede solo di essere amato.

“Crediamo di poterci congratulare con noi stessi per aver già raggiunto una tale vetta di chiarezza, convinti come siamo di esserci lasciati alle spalle tutte queste divinità fantasmatiche. Ma quelli che ci siamo lasciati alle spalle sono solo spettri verbali, e non i fatti psichici che furono responsabili della nascita degli dèi. Noi continuiamo a essere posseduti da contenuti psichici autonomi come se essi fossero davvero dèi dell’Olimpo. Solo che oggi si chiamano fobie, ossessioni, e così via. Insomma, sintomi nevrotici. Gli dèi sono diventati malattie” (Carl Gustav Jung)

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Il nucleo della guarigione sciamanica è il processo di riarmonizzazione dell’uomo con il cosmo. Ecco perché nello yoga sciamanico ogni pratica è un rituale e non c’è gesto che non implichi un sacrificio (nel senso del sacrum facere, rendere sacro) da parte del praticante. In fondo, l’unica cosa che viene richiesta, è il coraggio di donarsi e di farlo così totalmente da essere pronti a morire. Morire, di questo si tratta: che altro può voler dire riassorbire il reale e ritirare le proiezioni se non morire, svanire nell’imparmanenza? Crollano le personalità di facciata, i giudizi morali, le prudenze mentali e si accede direttamente al senso più autentico della vita che, in una parola soltanto, è AMORE.

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“In realtà non esiste né l’incontrarsi né il separarsi: esiste il piacere del puro spazio dinamico. Il mondo è un’idea, è ciò che pensiamo, e non ha sostanza. La via è ingannevole. Esiste il piacere del puro ricercare. Io cerco l’amore in ogni mondo. Perché l’amore è ciò che ho perduto. Eppure non esiste né l’incontrarsi né il separarsi. Cercatrice del vuoto, amante perduta, io possiedo il piacere del puro spazio dinamico. In realtà non esiste né l’incontrarsi né il separarsi”
(Thonban Hla, Leggendario spirito della natura che abita sul Monte Popa)