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Frida Kahlo. Il travaglio della pittura

L’ambigua fascinazione di Frida, seduttrice sia di uomini che di donne, sta nel suo enfatico dimenarsi tra una primitiva sensualità femminile e provocatori atteggiamenti maschili

Articolo pubblicato su SMOKING – Periodico della Federazione Italiana Tabaccai, Numero 32 – Luglio/Settembre 2006

“La sua pittura è una bomba avvolta da un nastro di seta”.

Le parole del padre del surrealismo André Breton riescono a descrivere bene non solo l’opera ma la personalità stessa della pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954). In 45 anni di vita si consuma teatralmente la parabola esistenziale di una donna condannata al dolore del corpo e dell’anima, vittima di due incidenti inesorabili: “l’autobus e Diego”, come lei stessa ebbe a dichiarare. Se l’incidente d’autobus del 17 settembre 1925 causa alla diciottenne Frida danni irreparabili alla colonna vertebrale e al suo stato generale di salute, il successivo incontro con il famoso muralista Diego Rivera è l’inizio di un amore coniugale non meno tormentato, fatto di tradimenti e di separazioni. Da questo retroscena di intima sofferenza la personalità emblematica di Frida Kahlo fuoriesce ardita come una leggenda vivente creata dell’estro delle sue stesse mani.  Continua a leggere tutto l’articolo in pdf cliccando qui: 


Frida Kahlo Il travaglio della pittura

Frida Kahlo

La mia India: istantanee in versi

Fotografie e Poesie in mostra: evento ideato da Cecilia Martino e Stefania Molajoni a Maggio 2008 presso la libreria Liber.menTe di Roma.  Un viaggio tra parole e immagini attraverso 11 pannelli espositivi che, dietro al percorso geografico, lasciano intravedere le tracce di un’anima in cammino. Testi e foto di Cecilia Martino.

La mia India: non un punto di vista documentaristico del luogo ma uno sguardo introverso su una regione dell’anima, non occhi esperti da fotografo ma occhi languidi da poeta che vede in un fermo immagine – istantanee – una poesia in potenza. Dunque, il punto di partenza rimane quello di una scrittrice, in ogni caso.

E’ la parola a generare gli scatti, la parola poetica precisamente, una parola ancora muta – esterrefatta di fronte alle impressioni violente che colpiscono l’immaginazione, e che depone nell’istante attento di una foto il suo senso di provvisoria irrisolutezza. Non sempre ci sono parole per raccontare le esperienze di un viaggio – e di un viaggio in India forse ancora di più, data la fascinazione mistica connaturata al posto – e non sempre le immagini sono traduzioni sincere di quanto si sperimenta vivendo. Un reciproco scambio in senso circolare può forse riuscire ad integrare ciò che solitamente la visione lineare delle cose rende oscuro, imperscrutabile, incerto.

Le mie parole sull’India non descrivono, così come le mie foto non narrano alcunché di oggettivo. Non hanno pretese denotative, si affidano all’inaffidabile. Sono frammenti di Indicibile presi dal nulla, la voce di un Sé in cammino, che può soltanto meravigliarsi per ciò che vede. E in questo “vedere” risiede il mio imprescindibile sentire poetico, una vocazione spontanea al dare consistenza linguistica – in versi – a strati di esperienza impronunciabili, frutto di un atteggiamento introverso più che intimista che non può fare a meno di guardare il mondo da dentro più che da fuori.

Il mio viaggio in India – costringendomi a momenti di sana solitudine al cospetto di scenografie umane e naturali inverosimili – ha arricchito la mia anima di parole nuove. Alcune le ho sapute pronunciare, altre attendono ancora di essere messe al mondo.

(Articolo uscito su ARTE.it il 16 maggio 2008)