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Pensieri nomadi sulla via del Tantrismo

Saggio di Cecilia Martino pubblicato sulla Rivista Philosophema nel 2008.

Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino
Ladakh, Leh Foto ©Cecilia Martino

“Libertà del vivere consociato vuoI dire soltanto piegarsi alle consuetudini o alla volontà della maggioranza e della forza, o quel consenso con l’opinione comune che significa di fatto non avere la propria e non c’è nessun arzigogolo filosofico che mi abbia mai persuaso del contrario; perché libertà è quella dell’uomo che parla con le stelle e contempla le montagne che si aprono al sorriso dell’alba o del tramonto e allora rivelano le loro resistenze e debolezze, o ascolta quella musica della natura che già commosse i filosofi della Cina antica.”  (G. Tucci, Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza. Vicenza 2005, p. 195.Il corsivo è mio).

La musica della natura commosse i filosofi della Cina antica. Le parole appassionate di Giuseppe Tucci (1894-1984), viaggiatore ed esploratore dell’anima tibetana, mi riportano con il pensiero ai filosofi presocratici, i cantori del Vero della Grecia antica. Gli uni si lasciavano ammaliare dal senso sonoro e impronunciabile del mistero naturale, gli altri inseguivano coscientemente il principio primo di tutte le cose, volendo nominare per primi il caos. In entrambi i casi, è la natura a provocare thaumazein, lo stupore di fronte alle cose che semplicemente accadono con un loro intrinseco ordine, senza che l’intervento dell’uomo ne modifichi la ultima, incontrovertibile necessità.

Il viaggio nei misteri della natura, in fondo, è l’odissea in cui da sempre si muove l’Ulisse di ogni tempo, perché l’uomo, creatura inguaribilmente metafisica ma necessariamente finita, ha in sorte di cercare da sé e da sé soltanto il senso della propria vita. In alcuni posti del mondo, lontani anni luce dalla cultura prometeica dell’Occidente in cui l’uomo esploratore del mondo ne diventa colonizzatore, ancora è possibile sentirsi parte di un ingranaggio cosmico senza soluzione di continuità né spaziale né temporale.

È ancora possibile stupirsi “parlando con le stelle” e “contemplando le montagne” e, ancor di più, ascoltando le risposte che incredibilmente arrivano da quella musica della natura che disegna armoniche celesti. Uno di questi posti è il Ladakh, un microcosmo fatto di grandi cose in cui ho avuto la fortuna di approdare anche io, sulle tracce di Tucci che in questi luoghi organizzò per ben tre volte (nel 1933, 1935 e 1939) spedizioni in carovane con lo spirito libero dell’esploratore che cerca di avvicinarsi lentamente e in punta di piedi a una Shangri-là dell’anima, un mondo agli antipodi di quello occidentale. Siamo nella lingua di terra più settentrionale dell’India, al confine con Pakistan e Afghanistan.

Soprannominato “piccolo Tibet indiano”, il Ladakh è il ricettacolo di quel che resta del buddhismo tantrico, una tra le più antiche religioni di natura che rimanda a quanto di più ancestrale è  ancora perseverato nella civiltà indù.  Sprofondare nei misteri del tantrismo a più di 3500 metri di altitudine nel cuore dell’altopiano tibetano, nel regno per eccellenza delle forze di natura, ha richiesto alla mia coscienza occidentale un preciso atto di fede: che nulla, ma proprio nulla, fosse dato per scontato. E la forza del thaumazein ha accompagnato ogni mio passo, ai limiti di ciò che è vero e di ciò che è immaginato ma non per questo, meno reale.

Continua:

  • Il mondo è come tu lo vedi
  • Integrazione versus rimozione: la Nonterapia
  • Echi d’infinito
  • Bibliografia essenziale

PER LEGGERE TUTTO IL SAGGIO CLICCA QUI:  http://www.nonterapia.ch/wp-content/uploads/2011/10/philosopnema_-_anno_6_n_8_-_10_-_il_viaggio.pdf

Ladakh, tibet, colori, monasteri, india, buddismo
Interni di un monastero tibetano in Ladakh – Foto ©CECILIA MARTINO

Istanbul: alla ricerca della tristezza perduta

Articolo pubblicato su LA STAMPA VIAGGI – Settembre 2012

“Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria che vive accanto alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita chiusa di quartiere e di comunità, nonostante fosse così aperta agli influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rapporti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale?”

Orhan Pamuk nel suo libro “Istanbul” – forse uno dei più bei ritratti mai scritti sulla metropoli turca – si pone ripetutamente interrogativi simili, spronato da una impietosa convinzione di fondo: che il destino di Istanbul sia la tristezza (hüzün in turco), un fondo di malinconia condivisa accolto dagli abitanti come scelta e dovuto all’incapacità di crearsi una vera identità dopo il crollo dell’impero ottomano e la successiva “turchizzazione” di Costantinopoli operata dall’eroe nazionale Atatürk. Insomma, una città né carne né pesce,  né Europa né Asia, non più multietnica e non ancora del tutto occidentalizzata ma, soprattutto, drammaticamente povera, addirittura miserabile nella sua finta ricchezza. Lo sguardo appassionato di Pamuk, che poeticamente indugia e si arrovella sugli aspetti meno nobili di Istanbul, speculari alle intime confessioni del suo flusso di coscienza personale, ha l’effetto di amplificare invece che sminuire, la bellezza imperscrutabile di una città che ha il potere di seduzione incastrato proprio nei meandri meno risolti della sua identità nazionale. Quel suo essere “infinita e senza centro” – citando sempre Pamuk – non disturba chi si appresta a visitarla per la prima volta. Come me.

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ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

Il periodo della mia permanenza ad Istanbul è scandito dai ritmi del Ramadan, che da queste parti si chiama Ramazan, un invito ben preciso a lasciarsi andare al caos organizzato di una frenesia cittadina che al calar del sole diventa tangibile come un’alchimia che trasmuta in oro i metalli: nel nome di Allah ogni sera per un mese si festeggia l’iftar (l’interruzione del digiuno al tramonto) e l’oro di Istanbul diventa più splendente materializzandosi come preghiera non più racchiusa nelle moschee al suono etereo del muezzin, ma sparpagliata sui prati e tra le rovine dell’ Ippodromo che per l’occasione si trasforma in una vera e propria Cittadella del Ramadan.

E’ qui, in questa antica area nel cuore di Sultanamhet (la parte vecchia e storica di Istanbul) rappresentante il fulcro della vita di Bisanzio per un millennio e poi di quella ottomana per altri quattro secoli, che le celebrazioni musulmane esplodono in una sorta di grande festa paesana con bancarelle dappertutto e una fiumana di gente perlopiù locale. Intere famiglie a stendersi sui prati danno luogo a un frenetico ma tutto sommato composto pic nic collettivo a base di pideci ramazan (pane speciale preparato solo durante il mese sacro) e ipercaloriche leccornie di tutti i tipi: dai gözleme (crepes alla turca cucinate su una piastra e ripiene di formaggio, spinaci o patate) al macun (caramella a spirale dai colori accesi, infilata su un bastoncino), alla lokma (ciambella fritta ricoperta di sciroppo).

Con le sagome della Moschea Blu da un lato e della Chiesa di Santa Sofia dall’altro, che all’imbrunire accolgono tutte le varianti possibili di colori dal cielo rosato, i turisti risucchiati da questo cerimoniale di intimità allargata si aggirano per lo più frastornati ma inevitabilmente attratti da tanta concentrazione di gente, suoni, colori, odori. Pannocchie abbrustolite ad ogni piè sospinto e braci di pane, carni e közde kahve (caffè alla turca preparato su bracieri a carbonella) affumicano l’aria. Quando ci si allontana dal quadrilatero dell’Ippodromo nelle ore di punta di questi festeggiamenti (dalle sette alle dieci di sera), è la memoria olfattiva a rimanere più impressa  nei ricordi.

I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO
I dolci macun tipici di Istanbul Foto ©CECILIA MARTINO

L’odore di Istanbul è una dolce persecuzione che, una volta provocata, non ti si scrolla più di dosso come un molestatore a cui si è fatta la corte a lungo. Dal pungente olezzo di pesce fritto misto a fogna nelle banchine del porto di Eminönü o, dall’altra parte del Ponte di Galata presso il molo di Karaköy, alle essenze intriganti del Mercato Egiziano delle spezie dove la profusione di fragranze non lascia tregua al pari delle urla dei venditori dietro i loro banchi coloratissimi: zafferano turco, mix di baharat (spezie) ottomane in cui risalta l’inconfondibile cumino, datteri e pistacchi di tutte le dimensioni, incir (fichi), pestil (frutta essiccata) e l’aroma intenso del buon caffè turco venduto sfuso, riconoscibile a un miglio di distanza anche dalla lunga coda formata dagli avventori che per pochissime lire turche (due o tre dei nostri euro) si guadagnano un chilo della bevanda più bevuta a Istanbul, insieme al tè.

Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO
Mercato delle Spezie Foto ©CECILIA MARTINO

Conviene farsi rapire da questo bazar delle spezie non prima di aver visitato la bellissima Yeni Camil (Moschea Nuova) che si trova proprio lì a fianco, meno pubblicizzata rispetto alla Moschea Blu ma assolutamente meritevole. Voluta dalla madre del sultano Mehmet II intorno al 1597, questo piccolo scrigno di architettura ottomana presenta ricche decorazioni in oro, piastrelle colorate di Iznik (particolarmente costose e ricercate,  sono il marchio estetico della Istanbul storica) e marmi scolpiti. Le sue cupole e i suoi minareti si stagliano decisi di fronte al molo di Eminönü da dove partono le navi, i battelli e i traghetti che attraversano il Bosforo e dove l’odore di mare permea l’orizzonte di qualsiasi pensiero.

Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO
Nave sul Bosforo Foto ©CECILIA MARTINO

Pamuk definisce il Bosforo come la “ forza vitale di Istanbul”, una linea di fuga che non può non convergere con le migliori intenzioni di qualsiasi viaggiatore di passaggio in questa città. Il tour in battello sul Bosforo conduce nella zona liminare di quel Giano bifronte tanto problematico agli occhi di Pamuk: la sponda asiatica restituisce le memorie ormai sbiadite dello splendore ottomano con quel che resta delle residenze estive dei sultani, la sponda europea occhieggia all’occidentalizzazione con i profili azzardati di hotel  dal lusso esotico ricavati da antichi palazzi ormai in disuso. Ma al centro gravita la profondità delle acque scure del Bosforo, solcate dai tre ponti che ingigantiscono lo skyline della città da ogni punto di vista, miraggio dell’unione di due anime incomplete in se stesse.

Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO
Moschea Blu al tramonto Foto ©CECILIA MARTINO

Tornando sulla terraferma viene voglia di indugiare sulle banchine dove i fumi neri delle navi si mischiano a quelli delle braci di pesce venduto come riempitivo di panini dagli ambulanti sul traballante Ponte di Galata sul quale transita l’efficiente tram che collega l’area storica di Istanbul con quella più moderna sorta, appunto, al di là del ponte e che si estende dal quartiere di Beyoglu a Taksim. Attendere il tramonto sul Ponte di Galata mentre i pescatori lanciano le loro canne e all’orizzonte la sagoma del Ponte sul Bosforo illuminato a neon ipnotizza lo sguardo, sarà forse uno dei più blasonati rituali turistici ma, se di incantesimo si tratta, allora funziona.

“La vita non può essere così brutta – confessa Pamuk – comunque, uno alla fine può sempre farsi una passeggiata sul Bosforo”.

Ed io, in replica al poeta turco, mi sono sentita quasi in dovere di annotare queste impressioni al rientro dal mio breve ma  intenso viaggio:

Cercavo la tristezza nei riflessi dello Stretto del Bosforo e del Mar di Marmara, nel punto cruciale di due lembi di terra che si spartiscono una comune sorte in due continenti diversi: l’Asia esaudisce ciò che l’Europa promette, l’esotismo di sapere come prenderti, Istanbul. Cercavo la tristezza nel mio viaggio iniziato con la lettura di Orhan Pamuk e con la luna piena la prima sera, una luna calda, gialla e gongolante tra le cupole della Moscha Blu. La notte già avida fremeva con le luci e i rituali impazienti del Ramadan. Ti ho vista e immediatamente riconosciuta, nell’imperfezione che circonda la tua mistica bellezza e il tuo senso di smarrimento, ho sfiorato la tristezza ma come si sfiora accidentalmente la mano di un passante:  un tocco che non esaudisce desideri. Invece tu, con la brezza del Bosforo tra i ghirigori appuntiti dei minareti in lontananza, hai alitato su di me l’intransigente fantasia di un incantesimo”.

Istanbul Cecilia Martino

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ISTANBUL, POESIA DI MARE E CEMENTO

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