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Yoga a Raggi Liberi Surya Namaskar di Patrizia Saccà

Molti di sicuro conoscono già Patrizia Saccà perché la sua fama da atleta paralimpica la precede. Io personalmente non la conoscevo…

Articolo pubblicato sul Blog di Cecilia Martino il 9 maggio 2018

Molti di sicuro conoscono già Patrizia Saccà perché la sua fama da atleta paralimpica la precede. Io personalmente non la conoscevo, non sapevo nulla di lei il che è stata un’occasione ancora più stimolante per il progetto che si sarebbe dovuto dispiegare attraverso di noi, del nostro incontro. Certi incontri – che sono vere e proprie “chiamate” – provengono da molto lontano, e solo avendo il coraggio di solcare gli abissi del non conosciuto si può avere l’ardire di saperli accogliere. Il nostro incontro avviene in ambito yoga, frequentiamo qui a Torino lo stesso Centro di Yoga e Mindfulness, il Samveda.

Ci scambiamo due parole e alla terza lei mi parla dell’idea di un libro dedicato al Saluto al Sole per persone con disabilità motoria, che era stato l’argomento della sua tesina al Corso di Istruttori Yoga. Ammetto che il primo impulso è stato di curiosità, ero immensamente sorpresa da una cosa del genere perché in effetti nessuno ci aveva mai pensato prima o, se anche l’avesse pensato, non esistevano documentazioni e tantomeno libri a riguardo. Dunque, mi è sembrata da subito un’idea da approfondire, o meglio, un nuovo verso da aggiungere allo spartito della vita. Un colpo di fulmine a cui dire sì.

Oh me, oh vita !
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita !
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.

(O me, oh vita! – Walt Whitman)

In questo mondo fatto di schemi e congetture, così strutturato e contratto – e ahimè anche negli ambienti cosiddetti spirituali non mancano altrettanti pregiudizi – c’è bisogno di slanci pionieristici e audaci intuizioni, delle prime volte cui nessuno ha fin’ora dato voce, di quel caos creativo che partorisce stelle danzanti se solo si ha il coraggio di lasciare andare resistenze, congetture e limiti mentali.

Ringrazio dal profondo Patrizia per avermi concesso l’opportunità di mettermi così tanto in gioco, catapultandomi in un mondo a me per lo più sconosciuto. Un mondo non certo sempre comodo e gentile per chi lo deve quotidianamente attraversare senza troppi convenevoli, ma un mondo ugualmente poetico come lo è tutta la vita e come lo è in fondo lo yoga, la via maestra della poesia più sublime che si possa recitare, quella dell’essere, dell’essenza, che ci accomuna tutti.

Questo libro ha un timbro dominante che si accorda proprio alla poesia, per una più intima aderenza a quel senso di accoglienza e apertura che solo uno sguardo poetico sul mondo può sposare. E non poteva essere altrimenti. La poesia è arte alchemica trasformativa per eccellenza, insegna per vie non concettuali ad accogliere l’ampiezza delle cose senza volerle racchiudere in categorie di bello/brutto, giusto/sbagliato, bene/male e a lasciare che anche le imperfezioni brillino come tesori dalla luce della perfetta tela di fondo che le riflette, a cui alludono anche le Opere dell’artista Veronique Torgue presenti nel libro: un filo d’oro che è insieme crepa e luce e che, anzi – parafrasando Leonard Cohen – proprio grazie a quelle crepe lascia passare la luce.

Le pagine finali di “Yoga a Raggi Liberi” ne parlano dunque non svelo altro affinché possiate gustarlo voi direttamente dal testo originale.

Chiunque abbia tra le mani questo libro può fiutarne il valore trasformativo universalmente valido e grazie a un messaggio senz’altro molto forte perché lanciato da un’anima che ha dovuto fare i conti con un “involucro fisico” arduo da attraversare. Sì, attraversare, come un campo. Che può essere di battaglia o di grano, ma anche da gioco, oppure quel campo – citato nel libro sussurrando i versi di Rumi – “al di là delle idee di giusto e sbagliato” dove poter incontrare ciò che resta da nudi, spogliandosi di ogni identità.

Patrizia ha consegnato al suo corpo ali da farfalla nel momento esatto in cui ha compreso che l’agonismo era stata la sua ancora di salvezza ma che, come tutte le ancore, bisognava lasciarla andare se si voleva continuare a navigare: il mare aperto non ammette soste troppo lunghe. Ulisse continua il suo viaggio sostenuto dalla nostalgia del ritorno a casa … La vera fiamma olimpica che batte nel cuore di Patrizia è il suo fervore spirituale – la casa delle origini racchiusa nel centro più intimo di ciascuno di noi. Una fiamma simile al fuoco sacro Agni, figlio del cielo e della terra o, come piacerebbe dire a lei, all’impeto di Prometeo che la sprona a una ricerca continua e appassionata verso sfumature sempre più labili dell’essere, eppure concrete come concreta è la sua “azione nel mondo”, come atleta, come allenatrice di tennistavolo e istruttrice di yoga, come testimonial in numerosi convegni e impegnata nel sociale con una disponibilità d’animo rara. Ma anche, semplicemente, come Patrizia. Patrizia donna, adulta, bambina, figlia e sposa, forte e fragile, sicura e vulnerabile, sorridente e malinconica come la milionesima stella di una volta celeste a cui non si può attribuire un nome. Perché nell’universo vuoto dove tutte le distanze e differenze svaniscono – e yoga e meditazione aiutano a ricordarcelo – ci si passa attraverso una storia personale che non ammette sconti. Ognuno con la propria parte nel mondo, differentemente uguali.

Il messaggio del libro è una testimonianza di “morte e rinascita” che alla fine può riassumersi in una sola parola, un solo verso: Amore.

Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.

Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante

Team
Autrice Patrizia Sacca’
Editing, Social e PR Cecilia Martino
Fotografia Maren Ollmann
Disegni di Veronique Torgue
Impaginazione Raimondo Rosa
Grafico Luca Goia
Designer Federico Solìto
Consulenze Max Ferrero
Video-maker Edmondo Perrone

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/yogaraggiliberi/

Non pratico sport estremi
ma sogni estremi
e mi sveglio appena in tempo
per innamorarmi di nuovo

(Cecilia Martino)

YRL backstage
“La rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge: la vita.” (Frida Kahlo)
Copertina. Fotografia di Maren Ollmann su Opera di Veronique Torgue
Copertina. Fotografia di Maren Ollmann su Opera di Veronique Torgue
Opera di Veronique Torgue
Opera di Veronique Torgue
Logo di Federico Solìto graphic designer
Logo di Federico Solìto graphic designer
Patrizia Saccà - Fotografia di Maren Ollmann
Patrizia Saccà – Fotografia di Maren Ollmann
Patrizia Saccà – Fotografia di Maren Ollmann
Patrizia Saccà – Fotografia di Maren Ollmann

Frida Kahlo. Il travaglio della pittura

L’ambigua fascinazione di Frida, seduttrice sia di uomini che di donne, sta nel suo enfatico dimenarsi tra una primitiva sensualità femminile e provocatori atteggiamenti maschili

Articolo pubblicato su SMOKING – Periodico della Federazione Italiana Tabaccai, Numero 32 – Luglio/Settembre 2006

“La sua pittura è una bomba avvolta da un nastro di seta”.

Le parole del padre del surrealismo André Breton riescono a descrivere bene non solo l’opera ma la personalità stessa della pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954). In 45 anni di vita si consuma teatralmente la parabola esistenziale di una donna condannata al dolore del corpo e dell’anima, vittima di due incidenti inesorabili: “l’autobus e Diego”, come lei stessa ebbe a dichiarare. Se l’incidente d’autobus del 17 settembre 1925 causa alla diciottenne Frida danni irreparabili alla colonna vertebrale e al suo stato generale di salute, il successivo incontro con il famoso muralista Diego Rivera è l’inizio di un amore coniugale non meno tormentato, fatto di tradimenti e di separazioni. Da questo retroscena di intima sofferenza la personalità emblematica di Frida Kahlo fuoriesce ardita come una leggenda vivente creata dell’estro delle sue stesse mani.  Continua a leggere tutto l’articolo in pdf cliccando qui: 


Frida Kahlo Il travaglio della pittura

Frida Kahlo

Una giornata come questa non si può ripetere

Se dopo aver letto un milione di libri,
visto un milione di film,
scambiato con l’amante un milione di baci,
arriviamo a dire
“Una giornata come questa non si può ripetere”,
che potenza deve avere la natura per farcelo capire in un attimo, travolgendoci! Anche se non lo abbiamo cercato, anche se lo abbiamo voluto ignorare, ce lo insegna.
Gratis, generosamente, mostrandolo a tutti senza distinzioni. In modo infinitamente più chiaro di quando si capisce qualcosa dopo averla cercata
(Banana Yoshimoto)

Tramonto ad Alghero
Alghero – Foto ©Cecilia Martino

Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne

Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne.
Ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie;
ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente; …ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

(Grazia Deledda)

Cecilia Martino pineta Calabria 2017

Hindi Zahra Out of Mind inside the Spirit World – L’obsession pour le rythme et l’art de l’attente

CECILIA MARTINO –  Traduction: Frédéric Sicamois

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Parmi ses muses inspiratrices : Lhasa, Ella Fitzgerald, Aretha Franklin, Ali Farka Touré, Oumou Sangaré, Maria Callas, Nina Simone. Parmi les lieux et les rythmes inspirateurs, outre ceux de ses racines berbères marocaines, bien sûr (et nous pensons aux déserts infinis de l’Atlas et aux profondeurs de l’Océan) : l’Amérique Latine, le Brésil, l’Inde, des Gitans du Sud de l’Espagne, de l’Andalousie. Mère chanteuse, père soldat, arrière-grand-père danseur qui pratiquait la transe, une invitation à « penser à des gitans qui vivent dans une maison »… Elle, c’est l’une des premières artistes femmes à chanter en langue berbère – une langue vieille de 6000 ans, celle de la culture amazighe, la culture des « hommes libres » – une des premières à l’emporter faire le tour du monde, non sans une certaine fierté. Non sans un syncrétisme que, jusqu’à présent, n’avait jamais osé aucun homme, sans doute. Ni jamais aucune femme. La hardiesse est femme. Qu’attendre d’autre, d’ailleurs, d’une créature chez qui le nomadisme est gravé au plus profond de l’âme, héritière d’un legs tribal touareg et en même temps disciple passionnée du raffinement bohème de Paris, sa ville d’adoption ?

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Son nouvel album s’intitule « Homeland », un rappel aux Origines qui va bien au-delà du sens purement territorial de ce terme. Et surtout, il arrive plus de cinq années après le premier (« Handmade »). C’est un délai généralement dangereusement long pour un artiste, qu’il soit émergent ou au sommet de sa gloire. Mais déjà « Handmade », elle l’avait fait toute seule, en parfaite outsider qu’elle est, en suivant patiemment sa propre allure, en ayant le courage d’être à l’écoute de son propre rythme, en se nourrissant de solitude et de nature et de tout le temps nécessaire, sans hâte, parce qu’être attentif au fait que « chaque chose a son rythme » est aussi un art. Et cet art, les chamanes, qu’ils soient femmes ou hommes, reliés aux cycles naturels, ne le connaissent que trop.

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« Handmade », fait à la main, fait-maison, artisanal comme un foyer qu’elle nourrit autour du feu de l’attente. Et cela sonne comme une déclaration d’indépendance, résonne comme un tambour dans le silence d’un ciel étoilé où il n’y a rien d’autre à faire qu’à danser. Parce que la danse appartient à Hindi comme au feu la chaleur, qui pourra jamais les séparer ? Elle tient à le souligner : toute la musique est transe, est danse, des éléments indispensables si l’on fait de la musique « non pas pour jouer, mais pour transmettre quelque chose ». « On fait de la musique mais on ne joue pas avec la musique » – et quand elle le dit, elle devient très sérieuse, sur son visage passe l’emphase avec laquelle on transmet un avertissement venu tout droit du monde de l’invisible, d’où toute chose prend forme et où l’inspiration se fait mission. Et, pour suivre un appel qui résonne dans ton ventre, peu importe que passent un jour, deux mois ou cinq ans. Ce qui devient crucial c’est de se laisser le temps de « mourir » et de pouvoir ainsi se re-créer en partant d’une source nouvelle d’énergie créative. L’originalité est une audace qui a bien peu à voir avec l’exhibitionnisme et Hindi Zahra l’incarne littéralement à la perfection. Là encore, origine, racines, terre, aïeux, ancêtres…  Homeland.

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« Après deux ans et demi de tournée, où j’ai rencontré énormément de personnes à qui je devais aussi réussir à donner mon énergie à chaque fois, je suis arrivée au point où il m’a fallu régénérer cette énergie. Selon moi, et c’est très important, les gens courent après l’inspiration. Je suis convaincue qu’il vaut mieux créer les conditions afin que l’inspiration arrive, préparer un lieu afin que l’inspiration accepte de venir facilement, sans la chercher à tout prix. Et la nature apporte le silence, apporte la paix et apporte aussi l’inspiration. Donc, voulant faire un nouvel album, j’avais besoin d’une nouvelle moi-même. Cela m’a pris deux ans, à Marrakech, un endroit où personne ne me connaissait. J’ai dû revenir à ce travail de recherche sur moi-même, sur mes origines, sur ce que je veux donner aux gens. Parce qu’il ne faut pas jouer avec la musique. ».

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Hindi Zahra est un grand maître de sagesse ancestrale et elle a la grâce de ne pas le donner à voir. Ce qui la grandit encore davantage. Elle sait, et son âme, comme sa voix, je l’ai écrit ailleurs, « fait communiquer les mondes ». C’est un privilège d’écouter sa musique, un don incroyable que d’assister à ses concerts qui sont de véritables rituels, des cérémonies où l’échange entre qui écoute et qui chante devient palpable comme un manche de couteau entre les mains du vent. Il n’est pas de moment plus important que celui du « live » pour Hindi. La participation totale du public est aussi une manière de se familiariser avec la gaieté du jeu propre à toute âme sauvage. Et elle sait parfaitement comment y parvenir car « plus tu t’amuses sur scène, plus s’amuse qui te regarde et qui t’écoute ». L’explosion de joie est toujours un chemin de traverse qui mène au divin, quel que soit le visage qu’on veuille lui donner ou non, et de quelque manière qu’on veuille l’entendre. Dans cet échange, dans cette sorte de contagion émotive et empathique, Hindi entrevoit l’aspect le plus spirituel de ses concerts et du contact avec le public.

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La gestuelle d’Hindi Zahra est la partition la plus extraordinaire de cette artiste qui vit dans son art avec tellement d’intégrité et de fidélité à elle-même qu’elle se transcende. La musique d’Hindi est de la World Music comme on dit dans les maisons de disques mais c’est au sens le plus total du terme, c’est une Musique Universelle, ensemencée par l’esprit libre qui ouvre le champ du possible à une narration du vrai. Hindi est une conteuse, gitane aux frontières relâchées comme ses longs cheveux qui lui glissent sur les épaules, elle sait comment t’emporter à cheval entre les mondes (visible et invisible), elle sait que la Création est toujours un accouchement à soi-même : out of mind. N’est-ce pas l’objectif de la transe ?

Ce n’est certes pas par affectation folklorique que son corps à un moment donné ne peut pas s’empêcher de se décomposer dans les danses de sa Moroccan Trance. C’est quelque chose de vital, pas un accessoire de performance qui serait une fin en soi. « J’ai l’obsession du rythme », admet-elle. Et comment pourrait-il en être autrement !

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Merveilleuse femme ayant le tumulte des cieux qui gravite en ton sein ! Tu es rythme, tu vibres avec l’univers et tu incarnes sans fioritures la passion qui t’anime. Tu me fais venir à l’esprit la phrase superbe du livre Les Vagues de Virginia Woolf « Je suis tour à tour espiègle, gaie, languissante, mélancolique. J’ondoie, au-dessus de mes profondes racines ».

I feel a thousand capacities spring up in me.
I am arch, gay, languid, melancholy by turns.
I am rooted, but I flow
(Virginia Woolf)

J’ondoie au-dessus de mes propres racines. Dans l’immensité de la mer de l’existence, cette onde se fait raz de marée et porte un nom, des plus séduisants : Hindi Zahra.

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ET PAR UNE NUIT MAGIQUE DE PLEINE LUNE, HINDI ZAHRA FAIT ÉTAPE À TURIN

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LIS LA VERSION ITALIENNE SUR LE BLOG

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HINDI ZAHRA OUT OF MIND INSIDE THE SPIRIT WORLD – L’OSSESSIONE PER IL RITMO E L’ARTE DELL’ATTESA

Et par une nuit magique de pleine lune, Hindi Zahra fait étape à Turin

CECILIA MARTINO – Traduction: Frédéric Sicamois

Hindi Zahra concerto Torino

Et par une nuit magique de pleine lune, une femme, française aux origines berbères, choisit de faire étape à Turin. Dans son sang coule la rouille du désert. La rouille du désert ? Oui tout est possible quand la magie est en action : imagination. Elle a un goût de terre brûlée, sa langue quand, le frein tendu au maximum de sa possibilité d’extension, elle émet des sons qui s’accordent instantanément avec les harmonies les plus ancestrales du cosmos. On l’a surnommée la Patti Smith du désert, mais Hindi Zahra n’est rien d’autre qu’Hindi Zahra, c’est elle et c’est tout.

Hindi Zahra Live Torino
Hindi Zhara – Turin 9 juillet 2017 – Photo ©CECILIA MARTINO

Pour être sincère, j’ai moi aussi eu la tentation de la « re-baptiser », en la rapprochant non pas de quelqu’un, mais de quelque chose. Un quelque chose qui rappelle plutôt des archétypes, pas la personnalité de quelqu’un d’autre, aussi célèbre fût-il. Je l’ai surnommée la Thonban Hla des Alpes, parce qu’il m’a suffi de la voir danser sur scène et se métamorphoser en pure sauvagerie pour que l’esprit de la « déesse trois fois belle » (Thonban Hla) qui flotte sur le Mont Popa en Birmanie vienne souffler comme une poussière d’étoiles sur une scène musicale au cœur de l’été.

"Apprendre à danser dans le ciel, rien n’est plus beau qu’un être humain qui saurait danser dans le ciel, son corps est vigoureux son esprit éveillé et attentif, son âme pure et antique connaît le souffle des théories d’esprits qui dansent dans le ciel au soleil du matin et il voit"
“Apprendre à danser dans le ciel, rien n’est plus beau qu’un être humain qui saurait danser dans le ciel, son corps est vigoureux son esprit éveillé et attentif, son âme pure et antique connaît le souffle des théories d’esprits qui dansent dans le ciel au soleil du matin et il voit”

HindiIndu

La magie est dans tout ce qui mobilise l’invisible pour amortir le choc que généralement provoque en nous l’incompréhensible. Et c’est presque toujours par le corps que passe la vérité. Hindi Zahra perle l’authenticité par tous les pores de sa peau, parce qu’elle se transporte et transpire, se décompose et se recompose sur scène en une créature multiforme, parce qu’elle nous enfreint le cœur quand elle chante et se démène comme une chamane familière du circuit de l’inouï. Elle se bat la poitrine de la main, tambourine son front de ses longs doigts peints en rouge, à intervalles réguliers libère sa longue chevelure d’indienne venant cacher son visage, le balancement de sa tête suivant le rythme tribal de l’harmonie du monde.

On dirait un animal sauvage et un rapace qui vient de retrouver sa liberté. Sa voix est une idylle qui fait communiquer les mondes. Aiguë et chaude, douce et hululante, c’est une symphonie de sonorités qui puise sa première note à une âme sauvage, le diapason d’accordeur de l’âme que Hindi, notre sauvageonne pleine d’allure, un peu princesse un peu gitane, connaît parfaitement. Sans artifices ni minauderies d’aucune sorte. Elle connaît parce que son corps sait. Sa voix est un don et elle le maîtrise comme si de rien n’était. Car les dieux et les muses n’admettent pas d’efforts excessifs quand ils laissent des traces. Et d’empreintes, dieu sait si Hindi Zahra en laisse, empreintes semblables à des spirales sinueuses et enveloppantes, mystiques et sensuelles, lunescentes et engageantes comme les codes les plus secrets de l’âme.

"Trans in my dance"... Sur la Page Facebook officielle d'Hindi Zahra
“Trans in my dance”… Sur la Page Facebook officielle d’Hindi Zahra

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Hindi Zahra mani

E POI UNA MAGICA NOTTE DI PLENILUNIO HINDI ZAHRA FA TAPPA A TORINO