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“La mia poesia nasce da una necessità”

Roma, Novembre 2006 – A pochi giorni dall’uscita della sua raccolta di poesie intitolata illogicaMente, incontriamo Cecilia Martino, giornalista e scrittrice.

L’approdo alla poesia è stato un passaggio obbligato della mia vita, più che della mia carriera. Io ho sempre scritto, di tutto, e ho avuto anche la fortuna di pubblicare libri abbastanza presto, grazie al mio lavoro di ricerca all’università. Ma la poesia è qualcosa di assolutamente diverso perché ti consente di esplorare il campo minato del linguaggio per esprimere qualcosa che non deve necessariamente essere compreso da tutti. E secondo me è questa la più grande forza e libertà della poesia e ciò che la rende più vicina alla vita.

Come sei arrivata a questa pubblicazione

Partecipando a una selezione letteraria indetta dalla casa editrice Il Filo. Da circa dieci anni conservavo le mie poesie gelosamente senza avere mai avuto il benché minimo pensiero di proporle per una pubblicazione. Come è giusto che sia, ho sempre scritto per una mia profonda necessità, non per essere letta da qualcuno. Ma un giorno, incrociando con lo sguardo l’inserzione su un importante quotidiano, qualcosa è scattato ed io ho seguito semplicemente l’intuito, come del resto faccio quando scrivo: seguo coscientemente una intuizione poetica. E’ questa la poesia per me: una intuizione cosciente. Essendo io allergica ad ogni concezione dualistica dell’uomo credo molto alla cooperazione di ragione e sentimento nella facoltà pensante dell’uomo. Per questo ho voluto intitolare il libro illogicaMente, usando una provocazione che gioca con il linguaggio.

 Perché illogicaMente

Appunto per questo. Odio i dualismi di cui la nostra cultura occidentale è intrisa e la presunzione teoretica di considerare l’uomo un essere razionale solo in quanto dotato di una facoltà raziocinante che elabora pensieri logicamente ineccepibili e dunque propulsori di verità. La verità è un’altra, ed è l’esperienza e la vita stessa che lo insegna: ed è che l’uomo non va da nessuna parte se è incapace di provare emozioni perché il bagaglio emozionale ed illogico della mente è ciò che produce non solo lo stimolo della ricerca, ma anche la motivazione necessaria al suo perseguimento. Mi permetto di segnalare sull’argomento un libro illuminante, scritto da un insigne professore di neurologia Antonio R. Damasio, si intitola “L’errore di Cartesio”. Illuminante.

Che ispirazione segue la tua poesia

La mia poesia nasce da una necessità, è come se non potessi fare a meno di dire qualcosa altrimenti. E’ una necessità che si addentra nei limiti del linguaggio, perché quasi mai si trovano le parole giuste quando si vuole arrivare ad espressioni profonde che nascono da un vincolo emozionale. Per questo con il tempo scrivere per me è diventato una sorta di diletto linguistico ed esercizio di vita al tempo stesso. Mi piace forzare il linguaggio, utilizzarne tutte le potenzialità remote, scavare il rimosso, far parlare il non detto, contorcermi nello spasmo espressivo di qualcosa che alla fine rimane taciuto. Perché il poeta è uno strano personaggio, un po’ visionario un po’ strafottente, che punta il dito al cielo rimanendo con i piedi per terra. Perché nonostante la sua ispirazione segua una necessità diciamo trascendente, di esprimere l’inesprimibile, egli rimane uomo. La mia poesia nasce da questa coscienza dialettica.

A chi consiglieresti di leggere il tuo libro

Da lettrice onnivora quale io sono, credo nei colpi di fulmine in libreria o a quelli tra autore e pubblico durante le presentazioni. Basta davvero poco per entrare nel cuore della gente e altrettanto per rimanere del tutto indifferente. Ognuno di noi sa cosa cerca da un libro e se è disposto a rischiare qualche euro per lasciarsi sedurre dall’ignoto. La poesia non ha vita facile, si sa. Credo che bisogna avere una certa sensibilità e disposizione d’animo per arrischiarsi nella lettura di poesie di una firma non conosciuta. Ma io sono fiduciosa, ho sempre creduto fortemente in poche cose nella mia vita e l’amore e la scrittura sono tra quelle. Sono forze di cui mi vanto e che credo di possedere in sorte come una specie di dono. Ne vado fiera. Amo l’amore e la poesia è la mia personale dichiarazione d’amore per la vita, bella o brutta che sia. Non esistono esistenze banali, di questo sono sicura. In ogni uomo c’è un potenziale poeta.

Intervista pubblicata sul Magazine di Cultura
SINEQUANON (www.sinequanon.org)
Novembre 2006

IllogicaMente

illogicamente

 

(Flavia Weisghizzi – Dalla Prefazione del libro, edito da Gruppo Albatros Il Filo, Roma 2006)

La poesia di Cecilia Martino non è facile e non è banale. È intensa, dura, petrosa. È una poesia che non ha alcun interesse a compiacere il lettore. Non è evocativa, non concede nulla. Taglia semplicemente l’anima come un ferro da calza arroventato. Ma è bellissima.

Cecilia Martino pone le sue radici nella filosofia e questa profonda conoscenza si percepisce chiaramente dall’uso che fa della parola, che viene seccata e asciugata fini a diventare un tutt’uno col suo senso più profondo.

Niente rimandi interni, né giochi di specchi, la parola per la Martino è significato e significante.

Lo studio sul linguaggio non poteva che essere introdotto dalle riflessioni di Martin Heidegger, che, nell’ultima parte della sua filosofia, sposta il baricentro dall’esistenza alla verità dell’essere, che di volta in volta avviene come insieme di svelamento e velamento.

“Il linguaggio è ad un tempo la casa dell’essere e la dimora dell’essere umano” scrive il grande filosofo tedesco, e il linguaggio diventa allo stesso modo la casa di Cecilia Martino.

La riflessione sulla poesia della Martino nasce dalla consapevolezza che la poesia è l’unico mezzo per esprimere l’inesprimibile, è lo strumento per cercare di disvelare la realtà.

Eppure, nello stesso momento in cui la poesia si incarna parola, perde parte della sua capacità di essere concetto iperuranico e si cementifica.

Il senso profondo di questo termine, cementificare, si può scoprire con una piccola esercitazione di linguistica comparativa: cemento in inglese si dice “concrete” e rende qual senso di materialità e fisicità che il termine italiano non ha conservato.

Eppure, nonostante questo, la fiducia dell’autrice nella parola è tale da renderla elemento vivificatore nonostante tutte le difficoltà.

Il mondo descritto dalla Martino è un ambiente arido ed ostile, un deserto di sentimenti, sotto la cui apparenza però permane una vitalità quiescente, sopita, pronta ad esplodere alla prima goccia di pioggia.

La riflessione sulla parola e sulla poesia è il tema fondamentale della prima sezione della raccolta illogicaMente, che racchiude liriche scritte nel 2006.

La seconda parte è invece latrice di un respiro più ampio, e si muove con disinvoltura all’interno di tematiche diverse, pur tenendo fermo lo studio sull’uomo.

In particolare è interessante la riproposizione dell’infanzia come lo spazio onirico della memoria, uno spazio che acquista più valore quanto più fa confluire l’esistenza all’interno della coscienza dell’autrice.

Tra le tematiche affrontate, di particolare rilevanza risulta essere quella della definizione dell’autrice come sfrontata affermazione del sé rispetto alle aspettative del mondo concettuale che la circonda.

A tale affermazione, forte e decisa, corrisponde la necessaria accettazione della dichiarazione di eresia rispetto alla società, la consapevolezza della condanna in contumacia da parte del pensiero benpensante.

Ma in ogni caso, ancora una volta l’autrice non si dichiara rammaricata delle sue scelte, non si carica di un pesante fardello nel quale nascondere la propria disgraziata esistenza, vittima di un fato avverso: la sua è una scelta consapevole e coraggiosa.

Lungi dal trascinarsi lenta e colpevole lungo le vie del destino,Cecilia Martino affronta la vita ridendo, con uno sguardo programmatico di sfida, certa di uscirne in ogni caso vincitrice.

Dal punto di vista stilistico è da sottolineare, in tutta la raccolta, un accuratissimo uso degli strumenti retorici:anadiplosi, anafore, allitterazioni, ossimori, paronomasie, fioccano sul testo senza appesantirlo, anzi contribuendo alla sensazione di un profondo labor limae e una accuratezza che va di pari passo a quella semantica.

Eppure, nonostante l’occhio attento non possa esimersi dal notare questa ricerca formale, nonostante i termini utilizzati spesso appartengano a un registro medio-alto, l’abilità di Cecilia Martino è quella di nascondere ai lettori la struttura per offrire una poesia leggera ma potente, raffinata e leggiadra.

INTERVISTA ALL’AUTRICE SU SINEQUANON
(www.sinequanon.org)

A pochi giorni dall’uscita della sua raccolta di poesie intitolata illogicaMente, incontriamo Cecilia Martino, giornalista e scrittrice.

“L’approdo alla poesia è stato un passaggio obbligato della mia vita, più che della mia carriera. Io ho sempre scritto, di tutto, e ho avuto anche la fortuna di pubblicare libri abbastanza presto, grazie al mio lavoro di ricerca all’università. Ma la poesia è qualcosa di assolutamente diverso perché ti consente di esplorare il campo minato del linguaggio per esprimere qualcosa che non deve necessariamente essere compreso da tutti. E secondo me è questa la più grande forza e libertà della poesia e ciò che la rende più vicina alla  vita”.
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