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Cosa rimane della vita? Risponde il filosofo Giorgio Agamben

Cosa rimane della vita? Ciò che resta è la lingua della poesia

Articolo pubblicato sul Blog di Cecilia Martino il 26 Maggio 2017

“La vita non è mai stata data in proprietà individuale, ma per uso comune, non è mai nostra ma diventa nostra solo nella misura in cui la condividiamo. Ma cosa resta, alla fine, della nostra vita? Non le cose a cui eravamo più attaccati. Quel che resta è solo ciò che abbiamo amato! E l’amore si nutre di ricordi, immagini, immaginazione. Nel ricordo rendiamo nuovamente possibile il passato, che è diverso dalla memoria. Dobbiamo riuscire a fare progetti con il passato, senza l’ombra del passato non c’è accesso al presente. Ciò che resta è la lingua della poesia. Una lingua che non dice nulla ma chiama. Il vocativo è quella parte della lingua che non dice nulla ma chiama, anzi interrompe il quotidiano, crea una rottura, è una parte della lingua che non cade nel discorso… Chiama ciò che si perde, ciò che si è perduto, e ciò che si perde è di dio”. (Giorgio Agamben)

Risuona di inconfondibili armonie heideggeriane la riflessione di Agamben durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, quando – nel suo intervento intitolato “La mia ricerca” – evoca la poesia come unica traccia invisibile di ciò che rimane della vita materiale concentrata su ciò che è visibile e che tende sempre ad avere un fine foss’anche quello dell’azione, del fare e del dover fare sempre qualcosa. L’attitudine teleologica dell’“uomo sociale”, che si traduce linguisticamente in sintesi verbali finalizzate a discorsi, espressioni di idee, sentimenti, emozioni…

Eccola subito la pruriginosa ferita, il limite del linguaggio discorsivo e denotativo che perpetua la necessità di doversi per forza riferire a qualcuno o a qualcosa di esterno per attualizzarsi e, soprattutto, per dire ciò che vuole (o pretende di) dire con chiarezza. La tirannia di soggetto e complemento oggetto. Ma, soprattutto, la testardaggine delle parole con un fine chiarificatore. Ma poi c’è lei, la Poesia, il linguaggio del Vocativo, la lingua polisenso che non dona certezze, la lingua che non dice ma chiama – per dirla con Agamben, la lingua del Dire originario che è più simile a un canto e a una meditazione – per dirla con Heidegger.

“Il linguaggio nella sua essenza non è nè espressione né attività dell’uomo. Il linguaggio parla. Noi ricerchiamo ora il parlare del linguaggio nella poesia. Ciò che si cerca è, pertanto, racchiuso nella poeticità della parola” (Martin Heidegger, “In cammino verso il linguaggio”)

Evidente che non ci si sta riferendo alla versificazione poetica, piuttosto alla poesia quale modus vivendi radicalmente diverso, a un cambio di relazione con il linguaggio tout court che crea la realtà che abitiamo. Non tanto a uno scrivere poesie, quanto a uno stare poeticamente al mondo.

Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita!
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso

(Walt Whitman)

Luce e colore dipinto Turner
Luce e colore (la teoria di Goethe)”, dipinto di William Turner (1843)

Vocativo. Vocazione. Invocazione. Evocazione. Convocazione. Chiamata! Oh Sole! Oh Musa! Oh me! Oh vita! Pronuncio un nome senza volerlo contornare di altro, senza aggiungere o togliere niente al suo semplice esserCi – quel Dasein che è l’essenza di tutto ciò che resta quando si rimane in cammino senza pretendere di raggiungere alcunché, perché l’essenza del linguaggio è radura luminosa che si disvela rimanendo in ascolto. L’essenza sono i versi mancanti di una poesia scritta, il taciuto, le tracce del compiersi ma non il compiuto. “è quello che viene dopo il messaggio che inviate sul cellulare” – scherza (si fa per dire!) Agamben rivolgendosi ai tanti giovani presenti, sono gli dei fuggiti, mi viene da replicare per un gioco di corrispondenze dal sapore baudeleriano, quegli dei delle poesie di Hölderlin il cui canto è sospeso tra il non ancora e il mai più…

“Più non son gli dèi fuggiti, e ancor non sono i venienti” …

Ma è proprio in quel limbo che si radica la lingua senza radici, la Poesia delle poesie, il cuore pulsante di ogni ricerca interiore non può che sfociare qui, in un disarmato e disarmante urlo di meraviglia (emaho!) di fronte all’Inominabile chiarore della splendente vacuità, il grado zero di qualsiasi linguaggio discriminante, il silenzio da cui cogliere la vocazione, la chiamata, appunto, la lingua che chiama. “Il chiamare che raccoglie in sé ogni possibile chiamare” (Heidegger), il linguaggio muto degli dei, dello spirito, della vivificante rinuncia a voler capire, interpretare, sapere ciò che si crede di sapere.

Diotima
Oh musa celeste,Diotima,vieni a placarmi questo Caos del tempo” (Friedrich Hölderlin)

La pura presenza del Vocativo. La pura esistenza del Vocativo. La beatitudine del Vocativo. Pura possibilità di esistenza, di essere poeticamente al mondo, di fare anima: poesia, dal verbo greco poiein = fare. Per un gioco di rimandi, è il SatCitAnanda delle Upanishad che mi viene in mente, quella Esistenza (Sat) che è pura Coscienza (Cit) e Beatitudine (Ananda), e che è beatitudine per il puro fatto di essere cosciente di esistere. Coscienza innominabile e dunque poetica e dunque intensamente creatrice perché dove non c’è niente da dire, rimane l’Amore.

Il Vocativo è Amore puro: pronuncio il tuo nome senza voler aggiungere altro, senza uno scopo, senza un fine, senza volerti comprendere, possedere, avere… Ti chiamo, ti invoco, sposto i confini del quotidiano nello sconfinato universo polisenso del tutto è possibile. Resto in attesa, in ascolto. Ti chiamo, ti amo. Chiamo, invoco, amo. E lo faccio dal fondo della quiete da cui ogni poetare trae origine. Poesia, la lingua che chiama. E che cos’è questa Chiamata? È il suono della quiete.

Perché l’amore
risponde sempre
a una chiamata
L’amore
corrisponde sempre a un’attesa
ma si compie
nell’istante. Di quale tempo?
Mi fa tremare le ossa
l’innamoramento precoce
di ciò che resta:
Io, in silenzio, da sola

(Cecilia Martino, tratto da “Solstizio poetico” – Dicembre 2016)

Fonte: http://ilmestieredeldare.blogspot.it/2017/05/cosa-rimane-della-vita-cio-che-resta-e.html

Et par une nuit magique de pleine lune, Hindi Zahra fait étape à Turin

CECILIA MARTINO – Traduction: Frédéric Sicamois

Hindi Zahra concerto Torino

Et par une nuit magique de pleine lune, une femme, française aux origines berbères, choisit de faire étape à Turin. Dans son sang coule la rouille du désert. La rouille du désert ? Oui tout est possible quand la magie est en action : imagination. Elle a un goût de terre brûlée, sa langue quand, le frein tendu au maximum de sa possibilité d’extension, elle émet des sons qui s’accordent instantanément avec les harmonies les plus ancestrales du cosmos. On l’a surnommée la Patti Smith du désert, mais Hindi Zahra n’est rien d’autre qu’Hindi Zahra, c’est elle et c’est tout.

Hindi Zahra Live Torino
Hindi Zhara – Turin 9 juillet 2017 – Photo ©CECILIA MARTINO

Pour être sincère, j’ai moi aussi eu la tentation de la « re-baptiser », en la rapprochant non pas de quelqu’un, mais de quelque chose. Un quelque chose qui rappelle plutôt des archétypes, pas la personnalité de quelqu’un d’autre, aussi célèbre fût-il. Je l’ai surnommée la Thonban Hla des Alpes, parce qu’il m’a suffi de la voir danser sur scène et se métamorphoser en pure sauvagerie pour que l’esprit de la « déesse trois fois belle » (Thonban Hla) qui flotte sur le Mont Popa en Birmanie vienne souffler comme une poussière d’étoiles sur une scène musicale au cœur de l’été.

"Apprendre à danser dans le ciel, rien n’est plus beau qu’un être humain qui saurait danser dans le ciel, son corps est vigoureux son esprit éveillé et attentif, son âme pure et antique connaît le souffle des théories d’esprits qui dansent dans le ciel au soleil du matin et il voit"
“Apprendre à danser dans le ciel, rien n’est plus beau qu’un être humain qui saurait danser dans le ciel, son corps est vigoureux son esprit éveillé et attentif, son âme pure et antique connaît le souffle des théories d’esprits qui dansent dans le ciel au soleil du matin et il voit”

HindiIndu

La magie est dans tout ce qui mobilise l’invisible pour amortir le choc que généralement provoque en nous l’incompréhensible. Et c’est presque toujours par le corps que passe la vérité. Hindi Zahra perle l’authenticité par tous les pores de sa peau, parce qu’elle se transporte et transpire, se décompose et se recompose sur scène en une créature multiforme, parce qu’elle nous enfreint le cœur quand elle chante et se démène comme une chamane familière du circuit de l’inouï. Elle se bat la poitrine de la main, tambourine son front de ses longs doigts peints en rouge, à intervalles réguliers libère sa longue chevelure d’indienne venant cacher son visage, le balancement de sa tête suivant le rythme tribal de l’harmonie du monde.

On dirait un animal sauvage et un rapace qui vient de retrouver sa liberté. Sa voix est une idylle qui fait communiquer les mondes. Aiguë et chaude, douce et hululante, c’est une symphonie de sonorités qui puise sa première note à une âme sauvage, le diapason d’accordeur de l’âme que Hindi, notre sauvageonne pleine d’allure, un peu princesse un peu gitane, connaît parfaitement. Sans artifices ni minauderies d’aucune sorte. Elle connaît parce que son corps sait. Sa voix est un don et elle le maîtrise comme si de rien n’était. Car les dieux et les muses n’admettent pas d’efforts excessifs quand ils laissent des traces. Et d’empreintes, dieu sait si Hindi Zahra en laisse, empreintes semblables à des spirales sinueuses et enveloppantes, mystiques et sensuelles, lunescentes et engageantes comme les codes les plus secrets de l’âme.

"Trans in my dance"... Sur la Page Facebook officielle d'Hindi Zahra
“Trans in my dance”… Sur la Page Facebook officielle d’Hindi Zahra

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Hindi Zahra mani

E POI UNA MAGICA NOTTE DI PLENILUNIO HINDI ZAHRA FA TAPPA A TORINO