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Scarzuola. Quella via eretico-erotica all’Unità

“Gli artisti devono essere repellenti”

Articolo pubblicato sul BLOG di Cecilia Martino – IL MESTIERE DEL DARE il 12 Giugno 2013

“Gli artisti devono essere repellenti”

… non te le manda a dire le cose né tantomeno fa giri di parole l’eccentrico Marco Solari, il nume tutelare della Scarzuola di Monteggabbione, uno dei luoghi più singolari che io abbia mai visto. Ed è la seconda volta che torno in questo luogo (la prima, l’avevo accennata qui) perché – molto d’accordo con Josè Saramago:

“bisogna vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini …”

Bene, quello che ho ri-visto è stato l’ennesimo punteruolo sul telo candido della trasformazione, il ghigno della coscienza che, quando approva il tuo cammino, te lo fa capire in tutti i modi, in tutti i mondi e con tutti i suoi contrari possibili e immaginabili. Lo scompiglio che precede un nuovo ordine superiore.

Ci sono tre strade possibili da percorrere, tre porte da varcare: Gloria Mundi è quella dove siamo schiantati tutti indistintamente appena nasciamo, è il regno delle sovrastrutture sociali, degli schemi acquisiti durante le varie formazioni culturali (familiari, scolastiche, religiose etc.), del nostro essere socialmente al mondo, delle preoccupazioni materiali, esteriori, dell’affanno e del lavoro che stressa. Gloria Dei è la seconda chance ma è una sorta di speculum della prima, è la strada di chi si affida ciecamente alle “cose spirituali”, il regno dove trionfa l’ascesi, l’abbandono dell’afflato mondano ma con il rischio di un altro tipo di conformismo, ancora più pericoloso del primo, se possibile: quello religioso. La terza strada, come è facile intuire, va oltre qualsivoglia definizione, supera qualsiasi dualismo, reintegra l’essere umano nella sua fondamentale Unità e lo catapulta direttamente nel regno delle infinite possibilità di essere. Ma essere cosa? Il nome della strada ci viene incontro: Mater Amoris.

Foto©CECILIA MARTINO
Scarzuola, statua Mater Amoris Foto©CECILIA MARTINO

La Madre Terra vive nell’Uno. La Madre Terra non ha una testa ma solo un cuore magmatico, non le serve il cervello con il suo emisfero maschile e femminile che divide et impera, ma ha tutto in potenza nel suo ventre, nei suoi seni prosperosi, nei suoi fluidi portatori di vita e di morte. Il suo sesso – a seconda delle epoche, di volta in volta demonizzato, mistificato, castrato, ignorato, sublimato – è l’origine del mondo. Inutile girarci intorno: da quel buco siamo usciti tutti, indiscriminatamente. Per nascere. La grande Madre è creazione, distruzione, movimento, eternità. Amore incondizionato per qualsiasi cosa.

Amor Vincit Omnia.

Foto©CECILIA MARTINO
Scarzuola, dettaglio Foto©CECILIA MARTINO

Se noi percorriamo questa strada, torniamo “pericolosamente” all’Origine, torniamo ad essere individui autentici in grado di vivere seguendo folgoranti ispirazioni piuttosto che meccanici condizionamenti eterodiretti. Quando scompaiono le dualità si entra in una dimensione inglobante in cui ogni abbinamento ha diritto di esistenza, come in un calderone onirico ben scecherato o ancora un labirinto senza (apparente) via d’uscita in cui incontrare contemporaneamente Tutto, mostri compresi.

“I mostri sono la prima cosa con cui hai a che fare in un giardino rinascimentale”

– ci ragguaglia il folletto-guida Solari durante la visita. Sono le forze sotterranee che dimorano dentro ognuno di noi e che bisogna conoscere per tenere a bada o, meglio ancora, per trasmutare in energie benefiche. Il giardino rinascimentale a cui ci riferiamo è, naturalmente, La Scarzuola e la porta che vi si spalanca durante la visita, e che dunque “pericolosamente” percorrerete, è proprio la terza, Mater Amoris. Vi pare poco? A fare da contorno a questo ingresso preferenziale nell’utero materno dove ricostruire da capo la propria identità del Sé, è un posto sovraccarico di silenzio, di simboli e segreti, riferimenti e citazioni, lo stesso posto che San Francesco scelse per costruirsi la sua capanna di scarza, pianta palustre del luogo, da cui il nome successivo di Scarzuola.

labirinto

Io, da un po’ di anni ormai a questa parte, la mia scelta l’ho fatta. Ragion per cui, non mi sono lasciata sopraffare dall’occasione di un trasferimento di città, di un cambio imprevisto di vita, di abitudini, di tutto. Si può vivere costruendo e distruggendo continuamente, invece che erigendo gabbie dove sentirsi “arrivati” una volta per tutti. Questa, a ben vedere, è stata la visione più geniale di Tomaso Buzzi, l’architetto da cui prende forma questa follia cementificata che è la Scarzuola e che, nel suo progetto originario prima che la Sovrintendenza mettesse i suoi paletti, doveva infatti venire periodicamente distrutta per poi poter essere riedificata con aggiunte sempre nuove.

Non finire mai niente nella vita, così ogni giorno puoi agganciarci qualcosa di nuovo. La fantasia arriva. Nella staticità, invece, non si crea un bel niente. E’ questa la “repellenza” da cui sono partita per raccontare il mio viaggio-esperienza di qualche giorno fa in Umbria. Essere talmente sgombri da preconfezionamenti da risultare scomodi e pericolosi perché atemporali, carichi di sensi contrapposti eppur leggeri come sogni piumati, nella libertà unificatrice del Cerchio, la figura simbolica dell’Unità senza gerarchie o separazioni con cui termina il complesso itinerario buzziano di cui ho voluto dare solo qualche accenno, seguendo il mio flusso di coscienza, o forse incoscienza. I sogni sono interpretazioni dell’anima individuale di chi li fa. La Scarzuola è un sogno ad occhi aperti cementificato in architetture visionarie in cui ciascuno può trovare le sue risposte, o domande, o anche niente. Il bello sta proprio qui.

“La notte è silenziosa e nel suo silenzio si nascondono i sogni” (Kahlil Gibran)

Letture consigliate
“All’inizio era la Dea” di Cinzia Galletto
La danzatrice del cielo – La vita segreta e i canti di Yeshe Tsogyel” di Keith Dowman
Essenza dei Tantra” di Abhinavagupta
Il risveglio della Dea” di Vicki Noble

Mantra
OM TARE TUTTARE TURE SOHA

Mantra di Tara: la Compassionevole, la Grande Madre, l’Energia Femminile, la Shakti Manifesta, l’aspetto Femminile del Divino, la Madre Terra che tutto sostiene e nutre.

Tara

Surreale Scarzuola

Entrando nell’atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata.

Articolo pubblicato su TURISMO.it il 19 Novembre 2004

Nelle vicinanze di Montegiove, in una delle zone più intatte dell’Umbria, esattamente a Montegabbione, in provincia di Terni, si trova l’antico convento della Scarzuola, fondato nel 1218 da San Francesco su una collina. Il nome deriva dalla “scarza”, pianta palustre che Francesco utilizzò per costruirsi una capanna.

Entrando nell’atrio porticato, difficilmente ci si aspetta quello che si andrà a visitare (più che altro quello che compare letteralmente davanti agli occhi), nei Giardini circostanti dove si entra in una dimensione surreale, fiabesca, alterata. Ma prima di inoltrarsi nei sentieri della “Buzzana”, la città teatrale congegnata da Buzzi, si visita la chiesa dove, nell’abside, si trova un affresco del XIII secolo raffigurante Francesco in Levitazione, che probabilmente è la più antica raffigurazione pittorica del Santo, ancora immune dai canoni dell’iconografia ufficiale.

San Francesco in levitazione Foto umbriatakeaway,com
San Francesco in levitazione Foto umbriatakeaway,com

Se in questo posto Francesco fece scaturire una fonte d’acqua da un cespuglio di lauro e rose, Tomaso Buzzi (1900-1981) l’architetto che nel 1957 ne acquista la proprietà, ha fatto a suo modo un altro miracolo, ideando e realizzando concretamente nell’arco di un ventennio, un microcosmo a misura della sua immaginazione con l’intento vagamente allucinatorio di dar vita a una città ideale, la “Buzzana” appunto, che fosse una macchina teatrale sempre aperta (ci sono bel 7 teatri) ispirata all’ideale umanistico della composizione armonica di natura e cultura. In un fitto scambio allegorico, ispirato alla Hypnerotomachia Polyphili di Francesco Colonna (1944), si intrecciano motivi naturali, concessi dalle meraviglie del giardino del convento (che fa parte dei Grandi Giardini Italiani), e creature artificiali, quinte scenografiche, oggetti di scena, elementi alchemici in successione coordinata, dove si perde il senso della realtà ma soltanto per ritrovarne uno maggiore, che è forse quello della vita intera. La Scarzuola si configura come un assemblaggio di forme e architetture sviluppatesi per generazione spontanea, come una grande opera globale sempre aperta, mai finita, in cui elementi del passato si sovrappongono a quelli del presente e del futuro possibile.

Foto©CECILIA MARTINO
Foto©CECILIA MARTINO

Come stile dominante, il neomanierismo, evidente nell’uso-abuso di scale, sproporzioni volute, mostri, e nel suggerire percorsi labirintici, geometrici, persino astronomici. Basta citare i nomi delle meraviglie che, come Alice nel suo Paese, si incontrano durante il percorso per intuire, forse, lo spessore simbolico del tutto: Pegaso, la Torre dell’Angelo Custode e del Tempo, il Tempio della Madre Terra, la Torre della Meditazione e della Solitudine, il tempio esagonale dedicato a Fiora e Pomona, il Teatro delle Acque, l’Organo arboreo, il Tempio di Apollo, un alto tamburo con al centro il cipresso colpito dal fulmine, la Torre di Babele, la Scala Musicale delle Sette Ottave, la Scala di Giobbe, sull’onda di una geniale contaminazione di musica e architettura.

Il “fenomeno Scarzuola” non è nuovo. Ci si stanno dedicando da tempo studiosi e scrittori, e giovani studenti con le loro tesi di laurea, ciascuno con una sua interpretazione possibile. Una chiave di lettura è sicuramente quella dell’elevazione dell’Uomo, che ne farebbe la continuazione e rivisitazione in chiave moderna del tema francescano per eccellenza. Un compromesso, insomma, tra il sacro (la città sacra, il convento) e il profano (le fabbriche del teatro) sovraccarico di riferimenti e citazioni.

Ancora sulla Scarzuola: Quella Via eretico-erotica all’Unità